BULL Steve: Toro scatenato

Da povero diavolo a idolo delle folle: ecco il percorso di un attaccante che non mollava mai, che pur non avendo una tecnica raffinata con le sue reti è entrato nella storia del calcio inglese.

Mito A metà? Un corno, che è poi anche naturale per uno che si chiama Bull, toro. Mito intero, per i fedeli della Black Country ovvero il territorio intorno a Wolverhampton, e mito quasi completo per i catecumeni di altre parti d’Inghilterra, conquistati, ormai quasi un ventennio fa, da una storia che ancora, nelle West Midlands, viene considerata il più vertiginoso
esempio di elevazione sociale che si ricordi.

Steve Bull era un povero diavolo che, come i suoi genitori e i suoi nonni, era pronto a una vita in fabbrica, svagandosi a livello dilettantistico con il calcio e sfamandosi di norma, come ha memorabilmente ricordato, con panini alla marmellata e alla pasta di pesce e crackers con una fetta di formaggio, il che rendeva l’unico vero pasto settimanale, quello della domenica a pranzo, una festa, «quasi un carnevale».

A 17 anni i medici scoprirono che nel suo ginocchio destro di calciatore dilettante, con la squadra locale del Tipton Town, c’era qualcosa che non andava, un ossicino grande meno di un’unghia che non stava al suo posto: “scordati il calcio”, gli dissero. Ma Steve continuò, e un giorno ebbe dal West Bromwich Albion la proposta di un provino e poi di un contratto, firmato nell’agosto dell’85,quando aveva 20 anni. Nove presenze in quindici mesi, poi nel novembre dell’86 il passaggio al Wolverhampton per 65.000 sterline.

Prestigio? Mica tanto: i Wolves erano reduci da un quasi fallimento societario, languivano a metà classifica in 4th Division e non più di 6000 anime in media avevano il fegato di infliggerseli al Molineux, lo stadio di casa. Bull debuttò in un penoso 0-3 casalingo contro il Wrexham, poi, avendo già giocato in un turno precedente con il WBA. dovette assistere dalla tribuna, il lunedì successivo, alla partita di FA Cup contro i dilettanti del Chorley, al Burnden Park di Bolton: i Wolves vennero sconfitti e toccarono il fondo della loro storia, ma lì iniziò la loro risalita.

League Division Four, Stadio Molineaux, 2 maggio 1988: il capocannoniere Steve Bull alza il trofeo della League Championship

Bull segnò presto in Freight Rover, coppetta riservata alle squadre di divisione inferiore, poi in campionato, compreso il gol che contribuì alla rimonta in una partita contro lo Stockport County che diede la svolta alla stagione, chiusasi peraltro con una sconfitta contro l’Aldershot nella finale-promozione. “Bully” non si fermò più: 52 gol tra campionato, FA Cup, Coppa di Lega e Sherpa Van Trophy (vinto a Wembley contro il Burnley), e Wolves promossi in 3rd.

L’anno dopo, ’88-89, salita immediata in 2nd division e altri 50 gol tondi del ragazzo. Sì. ma come? Di testa, molti, visto che era 1.80 e bello robusto, ma anche di piede, entrambi i piedi come non mancò di sottolineare una canzone in voga tra i tifosi, per i quali aveva tutto, comprese le radici locali e sudate, per essere un vero Dio, e infatti le maglie con il numero 9 e la scritta God cominciarono presto a spuntare sugli spalti. God sì, ma un Dio proletario, per nulla altezzoso, uno che per gratitudine e fedeltà ai Wolves – e dire che aveva sempre tifato Liverpool – ha rifiutato le offerte di squadre della Premiership per rimanere a vestire il color oro.

Nel maggio 1989 arriva l’esordio e il gol in Nazionale contro la Scozia a Hampden Park

Ma il vero mito arrivò quando fu convocato in nazionale da Bobby Robson, nonostante fosse un giocatore di 3rd division: un assaggio con la Under 21 il 7 marzo ’89, il progresso alla B il 16 maggio e il debutto con la nazionale maggiore 11 giorni dopo a Glasgow, con la maglia numero 16, contro la Scozia, nientemeno. L’esito? Gol, nella vittoria 2-0. Tenne il posto anche per i Mondiali dell’anno successivo, dopo avere segnato altre tre reti in amichevole, e fa lì che il mondo, fino a quel momento ignaro e ignorante e persino un po’ schizzinoso verso quello che pareva un hooligan, scoprì che una delle nazionali più prestigiose del pianeta si portava appresso come terza punta uno che in patria giocava in seconda serie.

Il paradosso è che il suo stile diretto e senza fronzoli piacque più al gentile Robson che non al suo successore Graham Taylor, che pure si era conquistato la fama utilizzando tattiche non dissimili. Taylor lo convocò un paio di volte ma la carriera internazionale di Steve si chiuse il 17 ottobre ’90 contro la Polonia, in una partita di qualificazione all’Euro 92. Il destino, e il benefattore dei Wolves, Jack Hayward, vollero però che Taylor ritrovasse Bull al Wolverhampton, nei suoi tormentati diciotto mesi al club terminati nel novembre ’95: solo che lì il coltello dalla parte del manico l’aveva il giocatore, intoccabile (e a buon diritto: segnava sempre), e non c’è bisogno di specificare chi l’abbia avuta vinta.

Contro l’Olanda a Italia 90

Bull intanto andava avanti: con un tuffo di testa segnò il 18 febbraio ’98 il suo 300simo gol per i Wolves, al quale ne aggiunse sei, festeggiati come sempre con le braccia ad aeroplanino, prima di terminare la carriera, causa dolori al ginocchio sinistro, durante la tournée precampionato in Svezia nell’estate ’99, anche se ha poi giocato qualche partita con l’Hereford United.

Ma resta un mito: ha ricevuto un’onorificenza dalla Regina a fine ’99, ha lanciato una linea di abbigliamento chiamata 306, di cui ogni capo è venduto in soli 306 esemplari, 306 come i gol segnati con i Wolves (in 561 partite, con 15 triplette e tre quaterne di cui una al Newcastle in trasferta il primo gennaio ’90), si è visto dedicare, emozionato fino alle lacrime pur comprendendo il lato vagamente iettatorio della procedura («di solito si fa con i defunti»), una tribuna del Molineux, tifa sempre per i Wolves e lavora come ambasciatore per loro nell’attesa – temiamo vana – di poterli un giorno allenare.

E’ rimasto un brav’uomo di sorriso pronto e largo e di poco talento, uno che non ha voluto mai arrendersi, anche perché l’alternativa era tornare in fabbrica e riprendere a mangiare i panini alla pasta d’acciughe. Se poi volete fare una sorpresa a un amico che compie gli anni, potete scrivere a Steve una e-mail e invitarlo come ospite alla festa di compleanno: dietro compenso però. Perché i tifosi avranno anche scritto God sulla schiena, ma al contrario del suo eponimo Bull appare solo dietro compenso.

Testo di Roberto Gotta