Gangster Storey

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In campo andava spesso oltre le righe, ma gli è quasi sempre andata bene. Nella vita quando lo ha fatto ha invece pagato.
«Più che un criminale sono stato uno stupido» dice di sé l’ex mastino dell’Arsenal.

Questa non è una storia per anime candide. Peter Storey sembra schizzato fuori da un film di Guy Ritchie, l’ex mister Madonna per la stampa rosa, il Quentin Tarantino inglese per quella cinematografica. Rubano pietre e spaccano ossa, era questo il sottotitolo di “Snatch – lo strappo”, la seconda opera di Ritchie. Un dipinto delle molteplici sfaccettature della criminalità londinese, innaffiato da robuste dosi di ironia. Quella che manca al racconto di Peter Storey, calciatore dalla fedina penale più lunga dei trofei vinti in carriera. Una vita intensa, senza regole, spesso spinta oltre il limite. E così l’uomo da 501 caps con la maglia dell’Arsenal, ai quali ne vanno aggiunti 19 con quella dell’Inghilterra, si è ritrovato con 25 mesi della propria vita trascorsi dietro le sbarre. «Da calciatore avevo molti più soldi che cervello», racconta Storey. «Il resto è venuto da sé».

Il pugno lo colpisce in piena faccia e Peter Storey stramazza al suolo. «Benvenuto a Leeds», gli sibila lo scozzese Jim Storrie, un suo quasi omonimo. L’arbitro si trova lontano e non vede niente. Storey non può far altro che rialzarsi e riprendere a giocare, ignorando il bernoccolo spuntatogli nel frattempo sopra l’occhio destro. Siamo nel novembre del 1965 e questo atletico 20enne originario di Farnham ha appena mosso i primi passi nel mondo del professionismo inglese. In realtà il ragazzo militava nell’Arsenal già da cinque anni, ovvero da quando ad Aldershot, nella casa dei propri genitori, aveva sottoscritto davanti a una tazza di tè franante il suo primo contratto con i Gunners. Nel 1962 era diventato full-pro, dovendo però attendere fino al 30 ottobre di tre anni dopo per fare il suo esordio in First Division, in una trasferta sul campo del Leicester City. Storey era piaciuto fin da subito a Billy Wright, l’allenatore dell’Arsenal all’epoca. Fisico roccioso, scorza rude, nessun timore riverenziale e un tackle che non si dimentica. Al suo esordio viene schierato terzino sinistro; il suo diretto avversario, l’ala Jackie Sinclair, esce dal campo pieno di dolori.

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Il muro difensivo dell’Arsenal 1970: Peter Storey, Eddie Kelly, Sammy Nelson, George Graham

Non è un calcio per signorine quello giocato nella massima divisione inglese a cavallo tra gli Anni 60 e 70. Ci sono Norman Hunter e Billy Bremner del Leeds, Nobby Stiles del Manchester United, Tommy Smith del Liverpool e Ron “Chopper” Harris del Chelsea. Autentiche macchine da guerra in calzoncini corti. In casa Arsenal il lavoro sporco tocca a Storey, che nel 1968 viene reinventato mediano da una felice intuizione di Don Howe. Il suo compito è semplice: spezzare sul nascere le azioni degli avversari. «Sai ciò che devi fare» è l’indicazione “tattica” che riceve all’inizio di ogni partita. «Gente come me oggi non resterebbe in campo più di cinque minuti. Ai miei tempi era diverso: non c’erano telecamere e gli arbitri erano ancora dei semi-professionisti. Il tackle era la mia arma migliore, ma sapevo arrangiarmi anche in altro modo: spinte, ginocchiate, body check. Però non ho mai spezzato una gamba a nessuno, anche se almeno a George Best avrei tanto desiderato farlo. Era un fenomeno, assolutamente imprendibile. Mi faceva uscire di senno».

Storey tocca il cielo con un dito nel 1971, quando nel giro di poche settimane vince campionato e FA Cup, debuttando anche in Nazionale contro la Grecia in un incontro di qualificazione agli Europei. La finale di Coppa d’Inghilterra, vinta dall’Arsenal 2-1 contro il Liverpool, lo vede fuori dai giochi a causa di un infortunio alla caviglia, ma se i Gunners erano arrivati fin lì lo dovevano proprio al loro mastino, autore di una doppietta nella semifinale contro lo Stoke City che aveva permesso ai londinesi, sotto di due reti, di potersi rigiocare il match al replay. In campionato è invece uno dei protagonisti della battaglia di Leeds, nella quale la capolista Arsenal cede di misura ai padroni di casa – secondi in classifica – con Storey rimasto in campo nonostante una pedata in faccia di Bremner in mischia gli avesse aperto la guancia. La sconfitta risulta però ininfluente, e una settimana dopo i Gunners festeggiano il titolo. Storey che esce sanguinante da Elland Road rappresenta una delle immagini simbolo di quel successo.

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Con la nazionale inglese, 1973

Mastino in campo, fuori controllo nella vita privata. Ogni fine settimana a casa Storey ci sono festini. «La mia prima moglie? Mi ricordo più dei party e delle infinite bisbocce che di lei», dice il diretto interessato. Nell’Arsenal campione d’Inghilterra, tanti come lui. L’anno successivo la squadra si è già disgregata. «Accadde tutto dopo la partenza di Howe per il WBA, uno shock per molti di noi. La ciliegina sulla torta fu però l’arrivo di Alan Ball. Teoricamente avrebbe dovuto essere un rinforzo – le sue qualità erano indiscutibili – in pratica spaccò lo spogliatoio. Prendeva uno stipendio molto più alto del nostro. A me la cosa non andava giù, così cominciai ad andare in cerca di qualche guadagno extra-calcistico. Nell’estate del 1975 ho acquistato il pub Jolly Farmers per 5mila sterline. Lo vedevo come una sorta di compensazione».

Il Jolly Farmers rappresenta la fine del calciatore Peter Storey. Al pallone viene ben presto sostituita l’ennesima pinta di birra, e per tornare a giocare con continuità nell’Arsenal deve attendere fino all’autunno del ’76, quando Bertie Mee, uno dei suoi vecchi mentori, viene sostituito in panchina da Terry Neill. Nel frattempo il business di Storey si espande nel settore dei trasporti; in breve tempo il nostro diviene proprietario di 25 taxi. Il 29 gennaio 1977 gioca la sua ultima partita con l’Arsenal, un match di FA Cup contro il Coventry. L’anno successivo è al Fulham, compagno di squadra dell’odiatissimo George Best. Giocherà 17 partite prima di chiudere bottega. C’è il Jolly Farmers, ci sono gli amici. Due di questi, i fratelli Barry, gli chiedono un prestito: duemila sterline per iniziare un piccolo business, ovvero la produzione di half sovereigns, monetine di vecchio conio molto ricercate dai collezionisti. Storey accetta. Nel settembre del 1978 un uomo conosciuto come Charlie Black gli consegna del metallo e uno stampo “da conservare in un luogo sicuro”. Black è in realtà un infiltrato della polizia, e Storey viene arrestato con l’accusa di essere il finanziatore di una banda di falsificatori.

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Per Storey i guai sono appena cominciati. In attesa del processo si trova quasi in bancarotta. L’affitto per sei mesi di un piccolo appartamento a due signorine che si fanno chiamare Camilla e Lulu sembra rappresentare una buona soluzione temporanea, ma la casa di appuntamento viene ben presto scoperta. In più, due dei suoi taxi risultano essere ima Mercedes e una BMW rubate tempo prima e rimesse in circolazione con targa nuova e colore diverso. La prigione non può più attendere, la redenzione invece ancora sì, dal momento che negli anni 90 viene nuovamente condannato per importazione illegale di materiale pornografico.

Oggi l’ultra settantenne Peter Storey (è nato nel 1945) vive a Cahors, nel sud della Francia, si è risposato per l’ennesima volta (lei si chiama Danielle ed è una pittrice) e ha recentemente pubblicato la sua autobiografia True Storey: My Life and Crimes as a Football Hatchet Man. Dell’Arsenal dice che «Wenger ha fatto la storia del club, ma per tornare a vincere ha bisogno di un paio di giocatori con gli attributi, come era il sottoscritto». E riguardo a se stesso? «Più che un criminale sono stato uno stupido. E non ho mai fatto del male a nessuno, se non a me stesso».

Alec Cordolcini