FRESIA Attilio: Il Genio anarchico

La storia del primo calciatore italiano in Inghilterra: un genio anarchico del pallone, capace di dribblare tram e cavalli per la città, squalificato ingiustamente per professionismo e morto a soli 32 anni.

«L’avevo detto che arrivava “quello là” e anche oggi niente partita» disse Mario Nicola, futuro direttore della Gazzetta del Popolo, a Vittorio Pozzo, che invece sarebbe diventato un grande tecnico, due volte campione del mondo.

Torino, campo di Piazza d’Armi, inizio ‘900. Due studenti stanno approntando gli ultimi preparativi per una partita di football. Le porte sono formate da due pali in legno e da una rudimentale traversa, messa su alla bell’è meglio, il tutto sorretto da un’impalcatura precaria. In mezzo al campo un ostacolo naturale: uno splendido platano che non ne vuol sapere di farsi da parte. Finalmente arriva qualcuno con il bene più prezioso: un “vero” pallone di cuoio, fabbricato in Inghilterra, altro che le rudimentali palle di carta e stracci a cui erano abituati.

La gara inizia, è combattuta, ma a un certo punto l’incubo dei due amici si materializza: un ragazzino alto poco più di un metro e mezzo, piombato da non si sa dove, si impossessa della sfera, scatta sulla trequarti, dribbla anche il portiere, ma una volta arrivato in porta non arresta la sua corsa. Anzi prosegue, lancia il prezioso pallone oltre un muretto, lo salta e fa perdere le sue tracce.

“Quello là” era un ragazzo predestinato, con il talento nei piedi e nel cervello, destinato a cambiare volto al calcio italiano, introducendo tecnica e astuzia in uno sport dove fino ad allora tutto era improvvisato. A Torino era nata la leggenda di Attilio Fresia.

L’anarchico del pallone

Nato il 5 marzo 1891 da famiglia torinese di umili origini, Attilio Francesco Fresia era un talento precoce. Entrò giovanissimo nel Torino e nel 1910, a soli 19 anni, debuttò in prima squadra. Ma era troppo difficile da gestire: giocava centravanti (quando ancora il centravanti non era la punta più avanzata ma stava a ridosso delle due mezzali), aveva una finta micidiale e un dribbling ubriacante.

La leggenda racconta che fosse capace di uscire dal campo d’allenamento palleggiando, per poi attraversare la città, schivando tram e cavalli e arrivare fino in camera da letto. Fresia, il “divo Fresia” come lo chiamarono i giornali più avanti, era un anarchico del calcio, troppo bravo per essere messo sul piano degli altri. Vittorio Pozzo in seguito lo avrebbe descritto come uno dei giocatori più talentuosi di tutto il calcio italiano.

Una stagione al Piemonte, terza squadra del capoluogo piemontese, poi, nel 1912-13, l’esplosione: insieme a Sardi e Santamaria forma un trio delle meraviglie con l’Andrea Doria. Il 1° maggio 1913 debutta in Nazionale contro il Belgio, insieme a nove giocatori della Pro Vercelli e al “figlio di Dio”, il milanista Renzo De Vecchi.

Italia-Belgio, 1913: Fresia è il primo in ginocchio a sinistra

Lo scandalo e l’esilio

Ormai tutti si sono accorti di lui: i giornali dell’epoca esaltano il suo passaggio calibrato e il suo tiro preciso, ma anche la squadra italiana che in quel periodo va per la maggiore, il Genoa, cerca con un’offerta allettante di convincere lui e i suoi compagni di reparto a trasferirsi in rossoblù. Attilio ha un bel caratterino, non accetta imposizioni, tantomeno di essere messo in discussione. Lui è un artista del football, gioca per la platea, ma deve ora fare i conti con le dicerie che lo vogliono in campo solo se sufficientemente remunerato.

Gli arrivano accuse di professionismo, accuse che si materializzano in una squalifica di due anni nel momento del suo trasferimento dall’Andrea Doria al Genoa per 400 lire, circostanza vietata dai regolamenti di allora che prescrivevano l’assoluto dilettantismo dei calciatori. Il 9 giugno 1913 la FIGC squalifica il calciatore per due anni e commina una multa di 1000 lire al club genovese. In un successivo scandalo vengono coinvolti anche Sardi e Santamaria, ai quali però verrà in seguito offerta un’amnistia. A Fresia no: c’è un accanimento nei suoi confronti che non si spiega.

Così al buon Attilio, che nel frattempo ha compiuto 22 anni, non resta che fare una cosa: emigrare.

Destinazione Inghilterra

Il 27 novembre 1913, nella nebbia della stazione londinese di Victoria, mister E.W. Clacy attende un italiano coi baffi a manubrio che si presenta con cappotto pesante e valigia di cartone.

Piccolo passo indietro: maggio del 1913. Il Reading era arrivato in Italia per giocare una serie di amichevoli contro le più forti squadre italiane. La prima fu proprio contro il Genoa, sconfitto per quattro a due in un match in cui entrambe le reti genoane furono segnate da Fresia. Gli inglesi del Reading erano rimasti ammaliati dal suo stile e lo avevano invitato da loro. Per un provino? No, per tesserarlo. La dirigenza del club inglese riuscì ad acquistarlo per 17 sterline, grazie anche alla mediazione dell’allenatore del Genoa, William Garbutt, che in passato aveva giocato proprio nel Reading.

Essendo il suo il primo caso di un calciatore italiano che andava a giocare in Inghilterra, la Federazione impiegò molti mesi ad ufficializzare il trasferimento. Nell’attesa Fresia allenò una squadra giovanile e si mantenne in forma rimanendo aggregato al Genoa, mentre a Reading crescevano l’entusiasmo e la curiosità per il nuovo arrivo.

Attilio iniziò a giocare con la squadra riserve dei “Royals”, contro il Croydon Common (Southern League), poi debuttò nella formazione principale. Si pensava che parlasse solo francese, ma al suo arrivo Fresia stupì tutti così: «First month, very difficult, English language. Second month, good» e se ne andò da solo a farsi un giro per la metropoli londinese.

Antesignano di Vialli, Zola e Di Canio, il “divo Fresia” non restò per molto tempo al Reading. «Si adatta bene ai campi duri» scrisse un giornale locale nel febbraio del 1914 «meno quando il terreno è reso molle dalla pioggia e poi sembra che abbia qualche difficoltà nell’interpretazione del ruolo». Nonostante tutto, faticò ad adattarsi al nuovo ambiente e dopo pochi mesi fece ritorno in Italia.

Il ritorno e la guerra

Le cronache successive del 1914 danno Fresia in Brasile, dove assunse la carica di direttore del Palestra Italia di San Paolo (oggi Palmeiras), ma ormai la “quarantena” stava finendo e, complici anche alcuni problemi di salute che iniziavano ad affiorare, Fresia tornò in Italia.

All’inizio del 1915 un dirigente del Modena lo va ad aspettare al porto di Genova: dopo due anni all’estero, Fresia non ha perso il suo talento, ma il problema è che il campionato non c’è più, o meglio è sospeso per la Prima Guerra Mondiale. Lui si accontenta di fare sfracelli nella Coppa Federale 1915-16 dove segna 7 reti in 9 partite. Durante il conflitto prestò servizio in un reparto di artiglieria di stanza dapprima presso Parma ed in seguito a Livorno, ma continuò a giocare a calcio tra le file del Modena.

Dopo il conflitto lo troviamo per un biennio alla Pro Livorno, ma è a Modena che Fresia punta a piantare le sue radici: conosce Nerina Secchi, che sposerà nel maggio del 1922, e apre un negozio di orologi.

Un Maestro rigoroso

Il Modena lo richiama per fargli svolgere mansioni da trainer: se il Fresia calciatore non era stato propriamente un modello di atleta, il Fresia allenatore si distingue per ordine e disciplina. Impone ai giocatori lunghe passeggiate, proibisce loro di fumare e fa svolgere esercizi differenziati a seconda dei ruoli. I portieri per esempio si allenano con il punching ball. Tra i suoi allievi c’è anche il futuro azzurro Pippo Forlivesi.

Nel 1920 sarebbe dovuto diventare allenatore della prima squadra del Modena, ma venne raggiunto da una vantaggiosa offerta dal Brasile da parte del Palestra Italia. Fresia, già allora malato di bronchite cronica o tubercolosi, decise di accettare confidando negli influssi benefici del clima brasiliano sulla sua salute. Partito in nave agli inizi di dicembre del 1920, Fresia arrivò in tempo per sedersi sulla panchina della squadra nello spareggio per la vittoria del Campeonato Paulista contro il Paulistano di Arthur Friedenreich, che i suoi uomini avrebbero vinto per uno a zero, conquistando così il primo alloro della loro storia.

L’ultimo allenamento

Sembra l’avvio di una carriera luminosa da tecnico, visto che da calciatore, per colpa di squalifiche, guerra e caratterino bizzoso, aveva raccolto molto meno di quanto avrebbe meritato. In primavera ed in estate però le sue condizioni di salute peggiorarono e ritornò a Modena, seguito dalla moglie Nerina Secchi. Negli anni seguenti continuò ad allenare squadre giovanili fino ad arrivare nel 1922 proprio sulla panchina del Modena.

Purtroppo, la sorte gli aveva riservato un triste destino: i problemi broncopolmonari si erano accentuati e il 14 aprile 1923, dopo un allenamento nel quale aveva avuto un leggero malore, Attilio Fresia si vestì, tornò a casa e la notte stessa morì. Aveva solo 32 anni.

Calava improvvisamente il sipario su uno dei talenti più puri del nostro calcio. Un artista che aveva portato in Italia tecnica, classe e fantasia, un pioniere che aveva osato attraversare la Manica quando nessun italiano lo aveva ancora fatto, un allenatore innovativo che aveva saputo trasmettere disciplina e metodo a chi lo aveva seguito.

Per lo stadio di Modena ci fu un referendum sull’atleta a cui dedicarlo: la scelta fu tra lui ed Alberto Braglia, che poi vinse. Ma il ricordo di Attilio Fresia, il ragazzino che rubava i palloni a Piazza d’Armi, il divo che incantava con il suo dribbling, il primo azzurro a sfidare il calcio inglese, rimane indelebile nella storia del calcio italiano.

Un talento immenso, una vita breve, una leggenda eterna.