Baffi lunghi 25 centimetri, cronista della New York criminale, scalatore del Monte Bianco con un barboncino. Ah, e inventò il calcio: questa è la storia incredibile di Arthur Pember, il visionario dimenticato.
Era il 1872 quando un gentiluomo dai baffi straordinariamente lunghi – e qui parliamo di baffi degni di nota, non di quei timidi baffetti da impiegato – si tuffò nelle acque torbide della baia di New York. Aveva addosso uno scafandro di ottone da 11 chili, stivali con suole di piombo da 7 chili e altri 45 chili di pesi di piombo legati al petto. Cosa cercava, vi chiederete? Le sirene, naturalmente. Cosa, se no?
Non era un eccentrico qualsiasi, sia chiaro. Arthur Pember era un rispettato giornalista investigativo del New York Times, famoso per le sue inchieste coraggiose sulla corruzione e il crimine nella Grande Mela dei tempi delle “Gangs of New York”. I suoi lettori, però, ignoravano il suo passato assai singolare dall’altra parte dell’Atlantico.
Prima di mettersi a caccia di sirene e corrotti, Pember era stato il primo presidente della Football Association inglese e l’architetto delle regole del calcio moderno. Un uomo che aveva sfidato l’establishment delle public schools britanniche – quelle istituzioni dove si forgiavano gentiluomini e si faceva a pugni con la più squisita educazione – per creare un gioco universale, accessibile a tutti.
I suoi baffi da 25 centimetri erano solo l’inizio. Aveva scalato il Monte Bianco rischiando la vita, si era affacciato sul cratere del Vesuvio in eruzione (perché evidentemente guardare un vulcano da lontano è troppo noioso), aveva vissuto da mendicante per denunciare la povertà di New York. Era un vittoriano atipico, un pioniere che sfidava le convenzioni, un “sognatore pragmatico” convinto che anche le imprese più improbabili – trovare una sirena o inventare un nuovo sport globale – meritassero un tentativo. Insomma, quest’uomo non conosceva la parola “noia”!
La nascita di un gioco universale
Il Freemasons’ Tavern di Londra, con i suoi pannelli di legno e l’atmosfera austera, non sembrava il posto giusto per una rivoluzione. Sembrava piuttosto il tipo di locale dove si discuteva del tempo atmosferico sorseggiando del porto. Eppure, un lunedì sera del 1863, un gruppo di giovani gentiluomini si riunì lì per cambiare la storia dello sport.
Il problema era semplice ma cruciale: il football non aveva regole uniformi. Ogni club, ogni scuola, ogni villaggio giocava la propria versione. A Cambridge si poteva solo calciare la palla, a Rugby la si poteva portare in mano, a Sheffield si vinceva con una “meta”. Organizzare una partita tra squadre diverse significava lunghe trattative preliminari sulle regole da usare – più complesse di un contratto matrimoniale vittoriano.

Arthur Pember, capitano dei No Names (un nome che la dice lunga sulla loro modestia), fu scelto per presiedere quell’assemblea storica. Al suo fianco c’era Ebenezer Cobb Morley, un avvocato che aveva pubblicato sui giornali l’annuncio della riunione: “FOOTBALL – Si terrà un INCONTRO al Freemasons’ Tavern… allo scopo di promuovere l’adozione di un codice generale di regole per il football.”
L’obiettivo era ambizioso: creare un regolamento che permettesse a chiunque di giocare contro chiunque. Una visione assai democratica in un’epoca di rigide divisioni sociali, dove persino i tavoli da pranzo avevano una gerarchia. Undici club accettarono di diventare membri fondatori di quella che sarebbe diventata la Football Association. Era l’inizio di una rivoluzione che avrebbe trasformato un passatempo disorganizzato nel gioco più popolare del mondo.
La battaglia contro l’élite
La creazione del calcio moderno non fu come una passeggiata nel parco di Regent’s. Le prestigiose public schools inglesi – quelle istituzioni dove si imparava il latino, il greco e come guardar dall’alto in basso il resto dell’umanità – guardavano con sospetto questo tentativo di standardizzare “il loro gioco”. Il rappresentante della Charterhouse School, un dicianovenne descritto dai suoi stessi parenti come “uno snob insopportabile” (il che, per gli standard dell’epoca, significa che doveva essere davvero intollerabile), pretendeva che le scuole d’élite avessero il controllo di qualsiasi nuova associazione.
Ma la vera battaglia si accese intorno all’hacking, quella pratica di notevole brutalità che consisteva nel colpire gli avversari sotto il ginocchio, sugli stinchi. Una sorta di arti marziali travestite da sport. Per Francis Maule Campbell, capitano del Blackheath e prodotto delle public schools, l’hacking era l’essenza stessa del football: “Se eliminate l’hacking, eliminerete tutto il coraggio e la grinta del gioco”, tuonò durante una riunione, aggiungendo provocatoriamente che “anche i francesi potrebbero battervi con una settimana di allenamento!”

Ora, accusare un inglese di poter essere battuto dai francesi in qualsiasi cosa era un insulto di prim’ordine. Ma Pember, che non aveva frequentato le public schools e quindi non aveva imparato l’arte di menare le tibie con stile, non si fece intimidire. Definì l’hacking una “pratica brutale” – che, tradotto, significava “prendere a calci la gente non è uno sport, è violenza” – e accusò Campbell di ricatto quando questi minacciò di formare una lega separata. Quando Campbell chiese di rimandare il voto per mobilitare il sostegno delle public schools, Pember forzò una votazione immediata. Niente convenevoli, niente rinvii. Democrazia subito, prego.
L’hacking venne bandito e il Blackheath si ritirò sdegnosamente per fondare quello che sarebbe diventato il rugby. Le public schools continuarono con i loro giochi tradizionali e le loro tibie ammaccate. Ma Pember aveva vinto la sua battaglia più importante: il calcio sarebbe stato un gioco per tutti, non il passatempo violento di un’élite privilegiata con troppo tempo libero e troppa voglia di menar le mani. O meglio, i piedi.
L’avventuriero cambia continente
Nel 1868, al culmine del successo nel mondo del calcio, Arthur Pember prese una decisione che lasciò attoniti i suoi conoscenti: abbandonare tutto e trasferirsi negli Stati Uniti. Con la moglie Alice e due figli – perché quando un vittoriano decide di emigrare, lo fa con stile – lasciò Londra e il football che aveva contribuito a creare per iniziare una nuova vita a Manhattan.
La sua transizione da pioniere del calcio a giornalista investigativo fu sorprendente quanto naturale per un uomo del suo temperamento. Si stabilì nell’Upper East Side e iniziò a scrivere per il New York Standard, poi per il Tribune e il Times. I suoi articoli, spesso firmati semplicemente “A.P.” o “the Amateur Vagabond” (il Vagabondo Dilettante, per gli amici), rivelarono il lato oscuro della metropoli americana.

Nonostante i suoi baffi inconfondibili – che, vale la pena ricordare, avrebbero fatto invidia a un tricheco – Pember divenne maestro del travestimento. Si fece arrestare per documentare le condizioni brutali del carcere federale di Ludlow Street. Si infiltrò nelle “panel-houses”, locali dove i clienti venivano attirati con promesse di prostituzione e gioco d’azzardo per poi essere derubati e picchiati (il servizio clienti lasciava decisamente a desiderare). Smascherò una rete di macellai che vendevano carne avariata. Organizzò persino un banchetto per mendicanti per umanizzare i senzatetto agli occhi dei lettori – perché, vedete, nell’800 bisognava spiegare alla gente che anche i poveri erano esseri umani.
Il suo lavoro gli procurò nemici potenti. Una sera, mentre camminava per City Hall Park con il suo bastone da passeggio e la sua dignità vittoriana, fu brutalmente aggredito da tre uomini. Nonostante le ferite, riuscì a metterne in fuga due e a inseguire il terzo. Era lo stesso coraggio che aveva mostrato nel difendere la sua visione del calcio, ora applicato al giornalismo d’inchiesta. Un gentiluomo non si tira mai indietro, nemmeno quando viene pestato in un parco.
Una vita da romanzo d’avventura
Ma prima ancora di inventare il calcio o diventare un giornalista investigativo, Arthur Pember era già un personaggio da romanzo d’avventura di stampo decisamente temerario. A 18 anni, nel 1853, intraprese il Grand Tour d’Europa, quel rito di passaggio per i giovani vittoriani di buona famiglia dove si doveva fingere di apprezzare l’arte mentre si cercava di non far arrabbiare il proprio tutor. Ma mentre i suoi coetanei si limitavano ad ammirare educatamente statue e dipinti, Pember cercava l’avventura pura. Le statue? Noiose. I quadri? Statici. I vulcani in eruzione? Ecco, ora ragioniamo!
L’episodio più memorabile fu la sua scalata del Monte Bianco. Accompagnato da due guide, quattro portatori e – attenzione – un barboncino bianco francese di nome Bouquet, Pember si avventurò sulla montagna più alta d’Europa. Tra crepacci apparentemente senza fondo e pareti di ghiaccio verticali, il gruppo raggiunse la vetta, dove Pember collassò privo di sensi nella neve. Quando si riprese, il suo primo gesto fu accendere la pipa e soffiare nuvole di fumo “in quello che ci sembrava il cielo stesso”. Niente drammi, niente crisi di nervi. Solo una pipa fumante a 4.800 metri d’altezza. Stile vittoriano allo stato puro.
La discesa fu ancora più drammatica. Tra valanghe, ponti di neve che crollavano e una bufera degna dell’Apocalisse, Pember arrivò al punto di dare istruzioni alle guide su come comunicare la notizia della sua morte alla moglie. Con calma, s’intende: un gentiluomo deve mantenere il decoro anche mentre sta per morire congelato. Il gruppo si salvò solo grazie al fiuto di Bouquet il barboncino, che li guidò fuori da un ghiacciaio avvolto dalle nubi durante una tempesta. Quindi, ricapitolando: un cane francese salvò un gruppo di inglesi su una montagna italiana. L’Europa ottocentesca al suo meglio.

Prima di questa impresa, aveva già sfidato il Vesuvio in eruzione, correndo attraverso “vapori soffocanti” per sbirciare nel cratere mentre proiettili incandescenti piovevano intorno a lui. Perché guardare un vulcano da una distanza di sicurezza sarebbe stato troppo sensato. Era un uomo che sembrava cercare l’eccezionale in ogni aspetto della vita, come se la normalità fosse una malattia da cui guarire.
Un’eredità dimenticata
La parabola finale della vita di Arthur Pember ha i contorni di una tragedia vittoriana di quelle che avrebbero fatto commuovere Dickens. Dopo anni di giornalismo coraggioso a New York, una serie di lutti devastanti lo colpì: perse quattro figli in tenera età e poi, nel 1881, anche la moglie Alice, stroncata dal tifo a soli 36 anni.
Malato lui stesso, Pember prese una decisione drastica. Nel 1884, con i cinque figli sopravvissuti, si trasferì nel Dakota del Nord dove aprì un’azienda agricola. Dall’inventare il calcio moderno e scalare montagne alpine all’arare campi nel selvaggio West americano. Se non è un cambio di carriera questo. Aveva iniziato a scrivere le sue memorie, “Vent’anni di giornalismo a New York”, ma non fece in tempo a completarle: morì il 3 aprile 1886, a soli 50 anni.
L’ironia della storia – e che ironia crudele – volle che proprio nella settimana della sua morte, il New York Times riportasse la notizia di un incontro tra club locali “che giocano secondo le regole dell’association” per formare un’associazione calcistica newyorkese. Le regole che aveva contribuito a creare lo avevano seguito oltre l’Atlantico, ma il suo ruolo nella loro creazione era già stato dimenticato. Come un padre che vede i figli crescere senza ricordarsi di lui.
Il suo necrologio sul Times lo ricordava semplicemente come “un ex scrittore della stampa di New York… inglese di nascita”, senza menzionare né il calcio, né le sue avventure sul Monte Bianco, né i suoi celebri baffi da 25 centimetri. Nemmeno i baffi! La storia del football aveva già iniziato a dimenticare uno dei suoi padri fondatori.
Un pioniere moderno
“Non ci sono sirene nella baia di New York”, scrisse Pember dopo la sua immersione del 1872. Un’affermazione ovvia, forse. Ma c’è qualcosa di deliziosamente vittoriano nel fatto che l’uomo che creò l’ordine nel caos del football fosse anche un cercatore di creature mitologiche. Dopotutto, se uno ha già inventato uno sport mondiale, perché non cercare anche qualche sirena? È solo logico.
Perdendomi nei dettagli di questa storia, non posso fare a meno di pensare a come il calcio di oggi abbia un disperato bisogno di un altro Pember. Di qualcuno che, davanti ai super club che minacciano di spaccare il gioco a metà con le loro “Super Leghe” e i loro miliardi, batta un pugno sul tavolo e dica “No, il calcio è di tutti” – proprio come fece lui con le public schools che volevano mantenere l’hacking e le loro tibie ammaccate.
Non era un rivoluzionario, Pember. Era solo un tipo con dei baffi assurdi che voleva che la gente potesse giocare a calcio senza prendersi a calci negli stinchi. Una richiesta modesta, in fondo. Ma quando il capitano del Blackheath gli disse “anche i francesi potrebbero battervi!”, rispose semplicemente mettendo la questione ai voti. Niente discorsi altisonanti sulla democrazia nel calcio. Niente sermoni. Solo pragmatismo al servizio di un ideale. Si vota, si decide, si va avanti.
È facile romanticizzare il passato, ma c’è qualcosa di genuino nella semplicità con cui Pember e i suoi contemporanei affrontarono il problema: servivano regole universali per far giocare tutti insieme. Fine. Niente discorsi sui diritti tv, sulle finestre di mercato o sul Financial Fair Play. Solo: “Facciamo in modo che tutti possano giocare senza ammazzarsi di botte“. Il suo brindisi “Al successo del football, indipendentemente da classe o credo” non era uno slogan pubblicitario per vendere magliette. Era la visione di un uomo che credeva che anche le cose apparentemente impossibili – trovare una sirena o creare un gioco veramente universale – meritassero di essere tentate. E se fallisci mentre cerchi le sirene, almeno avrai una bella storia da raccontare. Che, per un vittoriano eccentrico con baffi da 25 centimetri, era già una vittoria.