IRIBAR Josè: il gemello di Zoff

Contrariamente a quanto può sembrare a prima vista, i due grandi portieri José Ángel Iribar e Dino Zoff non sono affatto due gemelli omozigoti separati alla nascita come in un romanzo di Ken Follett. Eppure, scorrendo le rispettive biografie, si scoprono anche altri aspetti in comune tra loro, oltre alla straordinaria somiglianza nell’aspetto fisico.

Nati entrambi sotto il segno dei pesci, a esattamente un anno e un giorno di distanza l’uno dall’altro (Zoff nacque il 28/02/1942), ed alti esattamente 182 centimetri, hanno alle spalle una gloriosa carriera agonistica ventennale, trascorsa ininterrottamente tra la prima divisione e la nazionale maggiore. Inoltre, sia per gli appassionati di calcio che per i loro compagni di squadra e avversari, hanno rappresentato un simbolo di dignità e autorevolezza. E anche dopo il ritiro hanno continuato a orbitare nel mondo del calcio con lo stesso stile sobrio e irreprensibile che li ha sempre contraddistinti.

Le loro carriere si sono incrociate solo due volte, per le partite di andata e ritorno della finale di Coppa UEFA tra Juventus e Athletic Bilbao nel maggio 1977. Al ritorno a Bilbao vinse l’Athletic per 2-1, ma la Juventus, grazie al peso del gol in trasferta, alzò al cielo la Coppa. E, quando in un clima da festa paesana ogni giocatore scambiò la maglietta con il rispettivo avversario, i due portieri, come due gemellini che si passano i vestiti, divennero praticamente indistinguibili.

Ma, siccome noi italiani conosciamo già alla lettera la storia del nostro Dino Zoff e delle sue innumerevoli gesta, per questa volta possiamo dedicarci al suo meno noto (almeno qui da noi) gemello basco, José Ángel Iribar Cortajarena.

Nato nel 1943 a Zarautz, una cittadina dei Paesi Baschi sulla costa atlantica, primogenito ed unico maschio tra cinque figli di una famiglia di contadini, al piccolo Iribar la sorte concesse di evitare il duro lavoro nei campi. Tanto che alla fine del 1974, lui stesso confessò al quotidiano La Vanguardia: ”A casa mia lavoravano tutti. Io invece aiutavo mio padre nei campi solo durante l’estate. Ma senza lavorare granché, per la verità“.

Cominciò a tirare i primi calci al pallone, o meglio, a catturare i primi palloni con le mani, giocando, tra gli undici e i quindici anni, nel Salleko, la squadra del collegio dei frati francescani La Salle di Zarautz, dove frequentava la scuola professionale per apprendisti fresatori. Infatti, data la sua corporatura allampanata, venne collocato inevitabilmente tra i pali, e già in quel periodo gli fu affibbiato il soprannome di El Chopo, “Il Pioppo”, che lo accompagnerà per tutta la sua lunghissima carriera. Venne chiamato così per la forma slanciata ed elegante della sua figura, e per la sicurezza che riusciva a infondere ai propri compagni di squadra ed ai propri tifosi.

Nel giugno 1962, a diciotto anni, anche grazie alla segnalazione di un ex calciatore dell’Athletic Bilbao, venne acquistato dal Baskonia di Basauri, che all’epoca militava in seconda divisione. Nonostante fosse tra le riserve, trovò l’occasione di mettersi in luce durante una delle rare partite giocate da titolare: quella contro l’Atlético Madrid, valida per la Copa del Generalísimo (all’epoca l’equivalente spagnolo della nostra Coppa Italia), in cui il molto meno quotato Baskonia riuscì a conquistare la qualificazione, tra l’incredulità della stampa e del pubblico.

Le quotazioni del giovane Iribar salirono così vertiginosamente, e le squadre più blasonate del campionato spagnolo, come Real Madrid, Barcellona, Valencia e lo stesso Atlético Madrid, misero gli occhi su di lui. Ma, venendo incontro al desiderio del padre Marcelino, ex allenatore di pelota ed appassionato tifoso dell’Athletic Bilbao, alla fine del 1962 decise di firmare l’ingaggio proprio con il club basco. Ed anche quando nel 1968, all’apice della sua carriera, quelle stesse società ritentarono ancora ad acquistarlo, rifiutò senza indugi tutte le allettantissime offerte, tanto inossidabile era l’attaccamento ai suoi colori ed alla sua terra.

Con l’Athletic Bilbao, anzi l’Atlético Bilbao, come era stato costretto a rinominarsi tra il 1941 e il 1973, ottemperando all’espressa richiesta di spagnolizzazione del nome avanzata dal regime nazionalista di Franco, venne utilizzato inizialmente come riserva dell’ormai anziano portiere titolare Carmelo Cedrún. Ma la sua permanenza in panchina durò solo il tempo di una stagione, e nel 1964, in seguito al trasferimento dello stesso Cedrún all’Español di Barcellona, venne scelto dall’allenatore Juanito Ochoa come primo portiere.

Lo stesso anno sancì la sua consacrazione anche in campo internazionale. E l’8 aprile, in occasione della partita contro l’Irlanda a Siviglia, valevole per i quarti di finale del campionato europeo, debuttò nella nazionale spagnola. In un’intervista concessa nel 2008 al settimanale basco Deia, ha ricordato che: Il commissario tecnico José Villalonga stava rinnovando la formazione, chiamando giocatori del tutto nuovi. E prima di me, aveva provato altri cinque portieri in altrettanti incontri precedenti.

Questa volta la scelta di Villalonga si rivelò quella definitiva. Iribar conservò il posto di portiere titolare della nazionale anche durante la fase finale del campionato europeo del 1964, tenutasi in Spagna. E per un curioso scherzo del caso, nella finalissima del 21 giugno allo Stadio Bernabéu di Madrid la stessa Spagna dovette affrontare proprio l’Unione Sovietica, la nazione con cui aveva i peggiori rapporti diplomatici in assoluto. Solo quattro anni prima, nel 1960, sempre al campionato europeo, la Spagna aveva dato partita vinta a tavolino all’URSS, pur di non concedere il visto di ingresso alla sua nazionale. Ma questa volta il Generalissimo Franco si rivelò più duttile, e, consapevole dell’importanza del calcio a scopo propagandistico, lasciò entrare gli odiati sovietici a Madrid.

In uno stadio gremito da centoventimila spettatori il giovanissimo Iribar si dovette confrontare con nientemeno che Lev Yashin, detto il Ragno Nero e considerato il più grande portiere dell’epoca. Quando la partita, giocata su un ritmo elettrizzante, terminò con la vittoria per 2-1 della Spagna, i due portieri si abbracciarono e si scambiarono le rispettive magliette. Iribar custodì nella propria casa, all’interno di una teca, come fosse una reliquia, la maglia nera con il numero uno di Yashin. Ma nonostante la vittoria, con tanto di tripudio per Franco, El Chopo non uscì precisamente trionfatore dal confronto contro il più esperto rivale, e l’unica rete dei sovietici fu in parte anche un’opera sua, o peggio di una sua incertezza su un rasoterra non proprio irresistibile dell’attaccante Khusainov.

Da quel trionfo europeo ottenne il ruolo di portiere titolare della nazionale spagnola, con la quale scese in campo per 49 volte in più di dieci anni di seguito. E il 20 novembre 1974 arrivò a superare il record di presenze che deteneva Ricardo Zamora, il leggendario portiere degli anni trenta. Intervistato cinque giorni prima dal quotidiano La Vanguardia, lo stesso Zamora dichiarò cavallerescamente che: “Non c’é nessuno migliore di Iribar per battere il mio record“. Il giorno seguente, allo stesso giornale El Chopo ricambiò la cortesia: “Di Don Ricardo mi permetto di dire che è considerato il più grande portiere di tutti i tempi. E con questo, ho detto tutto“.

Ma i tempi cambiavano rapidamente, e se il 10 giugno 1973, accelerando il corso della storia l’Atlético Bilbao riprese la sua storica denominazione di Athletic Bilbao, dopo la morte di Franco alla fine del 1975 in tutta la Spagna iniziò la transizione verso la democrazia. Il sentimento nazionale dei baschi, fino a quel momento coltivato in clandestinità, poté cominciare a uscire allo scoperto. Il tricolore bianco, rosso e verde della bandiera basca, la Ikurriña, che di solito veniva surrogato dal più tranquillizzante tricolore italiano, e in questa veste lo si vedeva spesso sventolare negli stadi di Bilbao e San Sebastián tra lo sguardo interdetto della Guardia Civil, era ancora illegale. Ma il 5 dicembre 1976 anche la Ikurriña uscì allo scoperto per la prima volta dopo quarant’anni. E lo fece davanti alle ventimila persone accorse allo Stadio Atocha di San Sebastián per il derby basco tra la Real Sociedad e l’Athletic Bilbao, sorretta dai due rispettivi capitani, Inaxio Kortabarria e José Ángel Iribar, e preceduta dal coro dell’inno basco Eusko Gudariak (“Guerrieri Baschi”). Anche questo gesto contribuì ad accorciare i tempi per l’approdo alla democrazia. E solo un mese dopo, il nuovo governo spagnolo di Adolfo Suárez legalizzò la Ikurriña, che l’8 agosto 1977 venne issata ufficialmente sullo stadio San Mamés di Bilbao.

José Angel Iribar era un campione di calcio. Già questo bastava a renderlo popolarissimo. Ma dopo quel derby divenne un mito per la gente dei Paesi Baschi. E, come capita spesso a chi cavalca la cresta dell’onda, si lasciò attrarre dalla tentazione di entrare in politica. Ci si buttò con comprensibile entusiasmo. La democrazia era appena risorta dopo i quarant’anni di letargo sotto il franchismo. I partiti politici si erano appena ricostituiti, e alcune delle popolazioni che componevano la Spagna, annichilite dagli anni della dittatura, riscoprivano adesso l’identità nazionale perduta. Ma soprattutto, come riconobbe lui stesso, si sentì molto scosso da due eventi drammatici: l’esito del Processo di Burgos nel 1970, e la condanna a morte mediante garrota di alcuni membri dell’ETA nel 1975, tra i quali anche un suo compaesano di Zarautz. Eppure, la notizia della candidatura dell’ex portiere della nazionale spagnola sotto le bandiere degli indipendentisti baschi di Herri Batasuna, sospettati di essere il braccio politico dei terroristi dell’ETA, suscitò molto scalpore tra l’opinione pubblica dell’epoca.

Ma la sua escursione in politica non durò molto a lungo, tanto che con il consolidarsi del processo democratico, il suo impegno si diradò gradualmente. E contemporaneamente anche la sua carriera di calciatore arrivò alla conclusione. La sera del 31 maggio 1980, a 37 anni suonati, diede l’addio al calcio giocato. Fu un addio in pompa magna. Davanti al San Mamés e ai suoi quarantamila spettatori venne organizzata una partita in suo onore tra il suo Athletic Bilbao e i cugini baschi, anzi donostiarri della Real Sociedad di San Sebastián. Fedele alla causa della sua terra, fece devolvere l’incasso di 18 milioni di pesetas alla realizzazione di un dizionario dello sport in lingua basca. E, dopo avere consegnato idealmente lo scettro di beniamino locale al suo successore, il portiere della Real Sociedad Luis Arconada, la cui storia avrà molti tratti in comune con la sua, salutò per l’ultima volta il suo pubblico con uno stentoreo “Eskerrik asko”: “Grazie” nell’idioma basco.

Dopo il ritiro dal calcio giocato non si adagiò a vivere da pensionato di lusso, e non abbandonò mai del tutto il mondo del calcio. Così come non abbandonò mai neppure i suoi altri due mondi a cui era affezionato: il Paese Basco e l’Athletic Bilbao.

Per quanto riguarda quest’ultimo, dopo una lunga parentesi come preparatore atletico dei portieri, tra il 1986 e il 1987 lo diresse come allenatore (senza grande successo, a dire il vero), per poi diventarne presidente onorario, carica che ricopre tutt’oggi. Sempre coerente con la propria storia, dal 1999 è anche l’allenatore della selezione calcistica dei Paesi Baschi, non riconosciuta dalla FIFA essendo formalmente solo una regione autonoma della Spagna. Ma nella sua piccola patria il suo mito non si è mai offuscato. E, come ha ricordato Simone Bertelegni nel suo libro “L’ultimo baluardo”, dalla stagione 2005-06 l’Athletic Bilbao ha scelto la propria seconda divisa di colore interamente nero, identica a quella con cui era solito scendere in campo El Chopo Iribar, il suo grande e carismatico portiere.

Testo di Giuseppe Ottomano