SANTILLANA Carlos: leyenda blanca

Uno dei più grandi talenti espressi dal calcio iberico e simbolo della rinascita madrilista a cavallo tra i 70 e gli 80.

Coronò il sogno che ogni grande goleador di razza — e lui lo è stato — tiene da sempre rinchiuso nel cassetto: segnare una rete nell’ultima partita ufficiale. A Carlos Alonso Gonzales detto «Santillana», dal nome della cittadina di Santillana del Mar, dov’è nato il 23 agosto 1952, l’impresa riuscì domenica 22 maggio 1988: il Real Madrid chiude la sua trionfale «temporada», contrassegnata dal 23esimo titolo, ricevendo il Valladolid al Santiago Bernabeu. Mancano quattro minuti al termine del primo tempo. I bianchi di Leo Beenhakker stanno vincendo 1-0, grazie al «solito» Hugo Sanchez. Calcio di punizione di Gordillo: Santillana, battendo sullo scatto il marcatore diretto (malgrado i suoi quasi 36 anni), salta altissimo e colpisce il pallone. Traiettoria arcuata, imprendibile per il portiere e sfera che termina in rete nell’angolo opposto.

Novantamila persone in piedi ad applaudirlo. Don Juan di Borbone (il padre del Re Juan Carlos) compreso. Un grande gol dal sapore tutto particolare. Era il centro numero 186 che — in 17 stagioni e in 461 gare — Carlos firmava in Primera Division. Il modo, una «cabezada», quello da lui preferito e che lo fecero conoscere, rispettare e temere dalla difese avversarie.

La “mitologica” elevazione di Carlos Santillana

Santillana si ritirò quel giorno e, come un generale che va in pensione dopo 824 battaglie, esibì le proprie decorazioni: nove scudetti, tutti con il Real, quattro Coppe del Re, una Coppa di Lega. In campo internazionale, invece, «solo» due Coppe UEFA. C’è di che andarne fieri. Ma il piccolo centravanti (è alto 1 metro e 75) non nascose mai alcune spine. Come ad esempio non essere mai riuscito a conquistare la Coppa dei Campioni, trofeo che manca al suo «palmarès» e che sfiorò solamente nel maggio 1981, quando le «merengues» affrontarono il Liverpool al Parco dei Principi di Parigi, nella finalissima della più prestigiosa competizione continentale. Vinsero gli inglesi 1-0.

O come essere stato battuto 2-1 nel 1983 dal sorprendente Aberdeen di Ferguson nella finale di Coppa delle Coppe. O come — questo sì incredibile per un cannoniere come lui — non aver mai vinto la classifica marcatori della Liga. Ma dalla vita non si può avere tutto…

Flash-back di una grande carriera. Santillana arrivò quasi per caso nel mondo del football. Studiava per diventare perito chimico e quella sarebbe stata la sua professione se non fosse arrivata l’opportunità offerta dal calcio. Giocava nella squadretta del Barreda; delle sue eccellenti doti si erano accorti i dirigenti del Racing Santander. Ancora giovanissimo (aveva 17 anni) si era guadagnato un posto fra i titolari. Il suo rendimento (1970-71) fu eccezionale. Si aggiudicò la graduatoria dei «Pichichis» della Seconda Divisione con 17 reti. Divenne subito famoso per i suoi colpi di testa, che — si dice — i pescatori riuscivano a vedere addirittura dalle loro barche al largo della costa della Cantabria! Le sue qualità fisiche non erano passate inosservate. Trovarsi al Real Madrid all’inizio della stagione 1971-72 fu quasi automatico.

Questo trasferimento, però, gli costò l’interruzione degli studi. Ma, di fronte alla proposta di diventare, giocando al fianco di Amancio e di Pirri, l’attaccante numero uno della squadra di cui era stato grande tifoso fin da bambino, ogni sacrificio era giustificabile. Appena arrivato nella capitale, per Carlos era stato il trionfo. Miguel Munoz, futuro commissario tecnico della Nazionale iberica, a quei tempi trainer del Real, intuendo immediatamente le grosse doti della matricola «bianca», non aveva esitato un minuto a farlo esordire nella massima serie, nell’incontro Real MadridBetis Siviglia 2-0 (5 settembre 1971). Alla fine, Santillana aveva giocato 34 partite (l’intero torneo) segnando dieci gol. Il Real era di nuovo campione! Alla corte di Santiago Bernabeu anche la sua leggenda aveva avuto un salto di qualità.

L’anno seguente, però, ecco il primo impatto con una realtà che, se sottovalutata, sarebbe potuta essere drammatica e che forse avrebbe significato l’interruzione dell’attività. Un colpo ricevuto alla schiena dal difensore Pedro de Felipe dell’Espanol Barcellona aveva permesso ai medici della società di scoprire che il centravanti aveva un solo rene. Un altro trauma simile, e non avrebbe potuto più giocare. Gli anni trascorsero ma — per fortuna — Santillana continuò nella sua ascesa a livello nazionale e internazionale.

Santillana riceve un tackle da Thompson in Spagna-Inghilterra 0-0, Mondiali 1982

Nell’aprile 1975 arrivò anche la prima volta con la casacca della Nazionale spagnola nel match contro la Romania (1-1, qualificazioni a Euro 76). Con le Furie Rosse collezionerà 56 presenze e 15 reti. Partecipò sia ai Mondiali del 78 in Argentina che alla sfortunata edizione casalinga del 1982. Protagonista anche a Euro 80 e 84, chiuse l’esperienza nel giugno del 1985 (Islanda-Spagna 1-2, qualificazione Mondiali 1986).

Santillana diventò il simbolo delle «storiche» rimonte che resero famoso il Real in Europa a cavallo tra i 70 e gli 80. Suoi — ad esempio — i due gol nel 5-1 con il quale i bianchi ribaltarono il 4-1 subito in casa del Derby County nella Coppa dei Campioni del 1977, data a cui si fa risalire l’inizio di questo mito.

Ne sa qualcosa l’Inter, che, negli Anni ’80, affrontò il Real nei tre tornei continentali (Coppa Campioni, Coppa Coppe e Coppa UEFA), venendo regolarmente eliminata. Ai nerazzurri Santillana segnò la bellezza di sei reti in altrettante gare.

22 maggio 1985: Santillana alza la Coppa UEFA vinta ai danni degli ungheresi del Videoton

Negli ultimi anni, nonostante l’età ormai avanzata, gli giunsero dall’Italia diverse offerte, che gli avrebbero consentito di guadagnare assai più che in Spagna. Le rifiutò tutte per rimanere nel club più grande del mondo, al quale diede tantissimo. Un sacrificio riconosciuto pubblicamente da Mendoza, il terzo (dopo Santiago Bernabeu e Luis de Carlos) presidente che lo ebbe alle proprie dipendenze: «Santillana», dichiarò al momento del suo ritiro, «è un’istituzione, un simbolo per il Real Madrid. Ha raggiunto questi titoli in 17 anni di dedizione a questa “Casa”. Con Carlos, purtroppo, si conclude un’epoca».

Significative anche queste parole di Vujadin Boskov, già tecnico del Real Madrid dal 1979 al 1982: gli anni della piena maturità agonistica del centravanti spagnolo. Profondo conoscitore di uomini e situazioni, Boskov non ebbe dubbi nel ritenere Santillana uno dei più grandi talenti espressi dal calcio iberico:

«Rimasi subito impressionato dal suo colpo di testa e dallo stacco impetuoso a dispetto di una statura non eccelsa. Santillana si giovava però di un grande senso della posizione e per questa abilità lo paragonavo ai centrali inglesi di una volta. Il segreto del successo di Charly risiedeva soprattutto nelle sue doti caratteriali: è nato per giocare al calcio, ma ha vissuto l’avventura atletica impegnandosi continuamente e a fondo per migliorare il suo repertorio tecnico e per conservarsi in forma: così era sempre il più puntuale e impegnato negli allenamenti e in campo poteva dare il meglio di se stesso. Correva, sputava il sangue, non si dava mai per vinto: logico che il pubblico del Real lo eleggesse a proprio beniamino. E Santillana sentiva molto questo feeling con la gente degli spalti del Bernabeu, come testimoniano certi suoi gol storici, ottenuti anche per effetto dell’incitamento della tifoseria madridista».