Dopo la sconfitta di Firenze, la terza consecutiva, la squadra di Trapattoni si ritrovò ad un solo punto dalla zona retrocessione.
- Testo di Sergio Taccone (autore del libro “Storie di Cuoio. Pezzi scelti di calcio”, prefazione di Darwin Pastorin, Narrazioni Sportive, 2022).
Il più sofferto girone d’andata della storia bianconera. L’annata è la 1979/80, al crepuscolo di una decade – gli anni 70 – che aveva visto i bianconeri campioni d’Italia per ben cinque volte. Confermata in larga parte la squadra della precedente stagione, conclusasi con la conquista della Coppa Italia a spese del Palermo, alla voce partenze spiccarono le cessioni dei veterani Romeo Benetti e Roberto Boninsegna mentre Francesco Morini, nel ruolo di stopper, venne superato dal giovane Sergio Brio. In attacco, Pietro Paolo Virdis agiva al fianco di Roberto Bettega; Cesare Prandelli, Roberto Tavola e Domenico Marocchino, tutti della classe 1957, erano arrivati dall’Atalanta.

Alla prima di campionato, la Juve dovette accontentarsi del pareggio contro il Bologna (1-1), reti di Savoldi e Causio, entrambe su rigore. Le vittorie contro Catanzaro (di misura, gol di Bettega nel finale) e Pescara (3-0 senza patemi) fecero da preludio alla prima sconfitta stagionale, a San Siro, contro il Milan di Massimo Giacomini. I rossoneri riscattarono, nel pomeriggio del 7 ottobre ’79, l’eliminazione in Coppa dei Campioni subita ad opera del Porto, piegando la Vecchia Signora grazie alle reti di Antonelli e Novellino.
I successi bianconeri nel derby torinese (2-1 in rimonta, firmato Bettega–Tardelli) e contro il Napoli (Scirea) sembrarono l’avvio di un buon viatico per proseguire al meglio il girone d’andata. Il 4 novembre, tuttavia, la squadra del Trap entra nel tunnel della crisi. A Roma, al cospetto della Lazio di Lovati, un’autorete di Verza decise la contesa, con i padroni di casa autori di un’ottima prestazione pur dovendo rinunciare a Manfredonia e Montesi. Si cominciò a parlare di scarsa determinazione in casa Juve. Un’ipotesi corroborata, sette giorni dopo, dal poker subito a Milano contro l’Inter di Bersellini. Tracollo storico, con Altobelli autore di una tripletta. L’ultima sconfitta della Juve per 4 gol a 0 risaliva alla stagione 1967/68 e al derby della Mole giocato pochi giorni dopo la tragica morte di Gigi Meroni.

E se la vittoria casalinga a spese del sorprendente Cagliari di Tiddia (1-0, rete di Causio) ebbe l’effetto di un ricostituente, la settimana successiva la Juventus tornò a balbettare, perdendo ad Avellino, rete di De Ponti, su rigore, nel finale del primo tempo. La sconfitta del Partenio certifica la crisi juventina, con la squadra scivolata verso il centro della classifica.
Intervistato da Darwin Pastorin (Guerin Sportivo), il presidente Giampiero Boniperti dichiarò: “Nel calcio ci sono periodi di attesa, in cui si fanno degli esami di coscienza per riordinare le idee. La Juventus sta attraversando un periodo di transizione che, comunque, deve passare in fretta”. Quarta sconfitta in undici giornate, undici reti subite. La vittoria casalinga contro la Roma, gol di Bettega e Marocchino nel primo tempo, giunse dopo una buona prestazione dei bianconeri, capaci di mettere sotto la squadra giallorossa guidata da Nils Liedholm. Contro la zona del tecnico svedese, Marocchino sembrò irrefrenabile, non tralasciando il dinamismo di Prandelli e Tavola, la splendida prova a tutto campo di Scirea e l’abilità di Causio a sciorinare tutti i colpi del suo consistente repertorio tecnico.

Crisi superata? Tutt’altro. La seconda metà di dicembre coincise con il periodo più difficile della stagione bianconera. A Perugia, la Juve subì la quinta sconfitta in campionato, in una partita decisa, dopo una ventina di minuti, da un colpo di testa dell’ex Paolo Rossi, in anticipo su Cuccureddu. Al resto provvidero le parate di Nello Malizia, strepitoso su un tiro di Causio.
Se la battuta d’arresto al Curi regalò un Natale poco sereno ai tifosi juventini, il turno successivo gli riservò un capodanno privo di voglia di festeggiare: contro l’Ascoli di G.B. Fabbri arrivò la prima sconfitta casalinga. Era il 30 dicembre ’79. Una battuta d’arresto che aggravò la crisi bianconera. Pietro Anastasi, un altro ex, aprì le marcature in avvio, sfruttando di testa un cross di Moro, agevolato da un’uscita a vuoto di Zoff. Per l’attaccante di origini siciliane fu la centesima rete, con tanto di esultanza sotto la curva Maratona del vecchio Comunale. Dopo il pareggio di Tavola (17′) su calcio di punizione, l’Ascoli prese il largo grazie ad un’autorete di Cuccureddu, su azione di Bellotto. Quest’ultimo, a metà ripresa, siglava il terzo gol dei marchigiani, sfruttando di testa un assist del solito Moro, con Zoff ancora una volta incerto in uscita. La rete di Cabrini (colpo di testa su cross di Causio) riaprì il risultato. Il portiere ascolano, Felice Pulici, negò il pari con una sontuosa parata allo scadere su gran tiro di Cuccureddu.

Per il club presieduto da Costantino Rozzi si trattò della vittoria più prestigiosa della storia, con i tifosi marchigiani scesi a festeggiare nella Piazza del Popolo di Ascoli, anticipando il capodanno. Giovanni Trapattoni evitò la parola crisi: “Siamo condannati dai risultati, non dal comportamento in campo. Sconfitte causate da ingenuità e negligenza. Le colpe sono di tutti ma non si è chiuso un ciclo”. Si parlò anche di “stanchezza e appagamento”, vennero lanciate accuse alla “vecchia guardia”, rea di essersi arresa molto presto. Il presidente Boniperti meditava sulle detrazioni da applicare a fine stagione. La speranza di salvare almeno l’epifania svanì sul campo della Fiorentina. L’analisi di Marcello Giannini, nel servizio per la Domenica Sportiva, fu impietosa: “Tutto è fuori posto in questa Juve, son saltati anche i nervi”. Tra i peggiori in campo spiccò Virdis, un’ombra evanescente a Firenze, Furino venne espulso nella ripresa.
Una sforbiciata di Sacchetti e una prodezza da fuori area di Tendi, rimasta nelle memorie di cuoio gigliate, diedero ai viola il doppio vantaggio, rendendo vana l’unica rete bianconera (Bettega). In occasione del raddoppio, Zoff rivide le streghe argentine. Contro la Fiorentina operaia di Carosi, squadra con poca tecnica ma dal cuore immenso, la Vecchia Signora rimediò la settima sconfitta in quindici partite. La classifica di serie A, il 6 gennaio 1980, al giro di boa del girone d’andata, vide la Juve quartultima a 14 punti, con più gol subiti che segnati ed una sola lunghezza di vantaggio dalla zona retrocessione, occupata da Fiorentina e Udinese (terzultime), dal Catanzaro penultimo (12) e dal Pescara fanalino di coda (9).

Si parlò di rischio retrocessione, nello spogliatoio bianconero non mancarono nervosismo e frustrazione. L’allenatore juventino predicò calma. “Non è il caso di fare drammi, usciremo a testa alta da questa situazione”. Antonio Cabrini sintetizzò così lo stato d’animo dei giocatori: “Scendiamo in campo terrorizzati, annichiliti dalla paura”. Una crisi da risolvere con un chiarimento di idee, come suggerito da Fabio Vergnano (Stampa Sera). Bisognava risalire alla stagione 1961/62 per ritrovare una Juve così mal ridotta. Chiamato a parare critiche ai limiti del linciaggio morale, Dino Zoff invitò i suoi compagni al silenzio.

Nei due impegni successivi, contro Bologna e Catanzaro, non era più permesso sbagliare. La partita in terra felsinea, conclusasi in parità, finì persino nei faldoni dell’indagine del calcioscommesse. Nel girone di ritorno, la Juve innestò la marcia giusta, risalendo la china e concludendo il campionato al secondo posto, a tre lunghezze dall’Inter campione. Il ruolino di marcia – 10 vittorie, 4 pareggi e una sola sconfitta (a Cagliari) – accrebbe il rammarico, tra i bianconeri, per quella prima parte di campionato pregna di incertezze, paure e passaggi a vuoto.
- Testo di Sergio Taccone (autore del libro “Storie di Cuoio. Pezzi scelti di calcio”, prefazione di Darwin Pastorin, Narrazioni Sportive, 2022).