Il giorno in cui un Cessna atterrò a Caselle e cambiò per sempre la storia della Juventus.
Venerdì 30 aprile 1982. Ultimo giorno utile per tesserare il secondo straniero. Sulla pista dell’aeroporto di Caselle, alle porte di Torino, si posa un piccolo Cessna 310 di fabbricazione americana. Scendono due uomini soltanto. Per qualche ora ancora resteranno due ombre nella nebbia del mattino piemontese.
Il primo è Michel Platini. Il secondo è Bernard Genestar, il suo manager, un marsigliese dalla parlantina irresistibile — si diceva che fosse capace di vendere la Tour Eiffel allo stesso presidente della Repubblica. Nessun comitato d’accoglienza, nessun fotografo appostato dietro le transenne. Solo un’auto blu della Fiat, sobria e silenziosa, che li carica e li conduce in corso Moncalieri, lungo la riva destra del Po. Lì, alla Sisport, li aspetta Giampiero Boniperti.
Nelle settimane precedenti la Juventus aveva già messo le mani su Zbigniew Boniek in Polonia. Il piano ufficiale prevedeva di affiancare il polacco a Liam Brady, l’elegante centrocampista irlandese che Boniperti aveva pubblicamente confermato più volte. Salvo che nel calcio la verità è una moneta che si spende con parsimonia, e qualche giorno dopo il presidente bianconero lo ammetterà con disarmante franchezza: «Non sempre si può dire la verità…»
Il pranzo torinese, consumato in un ristorante poco distante dalla Sisport, è uno di quei momenti che separano un prima e un dopo. Due ore di colloquio nell’ufficio di Boniperti, la firma in calce al contratto, una stretta di mano. Platini è ufficialmente un giocatore della Juventus. Il mondo, però, non ne sa ancora nulla.

L’accordo prevede che la notizia venga diffusa l’indomani dal Saint-Étienne, la squadra con cui Platini è ancora sotto contratto. Senonché, nel pomeriggio, da Parigi, la radio privata Europa 1 — alla quale lo stesso Platini collabora con un programma sportivo — svela che il fuoriclasse francese si trova a Torino per firmare con la Juve. La bomba esplode. I cronisti si precipitano nella sede bianconera. Sono le 18.30, e Michel è già ripartito da un’ora, sullo stesso Cessna che lo aveva portato. A Boniperti non resta che confermare l’inevitabile, annunciando al contempo la dolorosa uscita di scena di Brady, informato quello stesso pomeriggio da Giovanni Trapattoni e ricevuto in serata dal presidente con tutte le scuse del caso.
Un biglietto scritto a mano
Alla fine di luglio, quando Platini si trasferisce stabilmente sotto la Mole, la sua vita è un cantiere aperto. Casa ancora non ce l’ha. I due figli piccoli, Laurent e Marine, sono temporaneamente affidati ai nonni a Nancy. La moglie Chrystel dovrà rassegnarsi a una decina di giorni in albergo.
Ad attenderla, nella suite prenotata dalla Juventus, c’è un grande mazzo di garofani rossi. Sul biglietto, vergato a mano con la grafia inconfondibile di chi è abituato a comandare un impero, una sola riga: «Benvenuta in Italia. Giovanni Agnelli».
Quei fiori dicono tutto. La Juventus non è il Saint-Étienne. Qui gli onori sono pari agli oneri, le aspettative proporzionali al talento. Madame Chrystel lo intuisce all’istante. E lo intuisce anche Michel, con quella sensibilità acuta che si nasconde dietro un carattere talvolta capriccioso — le bizze da primadonna, come qualcuno le definisce sottovoce. Si è arrivati sul palcoscenico giusto. Quello dove la classe può rifulgere senza confini.

Sei mesi sotto chiave
Accanto ai fiori, però, c’è il dolore. E ha un nome preciso: pubalgia. Il problema emerge durante la preparazione ai Mondiali di Spagna, nel ritiro della nazionale francese a Font-Romeu, sui Pirenei, a milleduecento metri d’altitudine. Fitte lancinanti ai muscoli addominali che imprigionano il genio francese dentro il proprio corpo.
Il dottor La Neve, medico sociale della Juve, tenta ogni strada. Specialisti d’ogni provenienza, terapie convenzionali, persino l’agopuntura, praticata di nascosto da un esperto che aveva imparato l’arte a Hong Kong. Niente da fare. Il grande Platini resta incatenato.
Chiesta e ottenuta l’autorizzazione del club, Michel decide allora di volare a Parigi per consultare un celebre specialista francese, figura a metà strada tra il guaritore e lo stregone, ufficialmente un chiropratico. La diagnosi, stavolta, prescinde dalla muscolatura: il problema è la dieta. Niente più alimenti acidi. Niente frutta per un certo periodo. E — sacrificio supremo per un francese — niente champagne.
I risultati arrivano. A fine gennaio 1983, dopo sei mesi di sofferenza silenziosa, il vero Platini torna a respirare. Riesplode come un vulcano troppo a lungo compresso. E non si fermerà più.
Il girone di ritorno

I gol cominciano ad arrivare a grappoli, uno più bello dell’altro, quasi che quei mesi di frustrazione avessero accumulato un’energia creativa incontenibile. A fine stagione il bottino dice 18 reti in campionato — sufficienti per il titolo di capocannoniere — più 5 in Coppa dei Campioni, 7 in Coppa Italia e 2 nel Mundialito di fine giugno a San Siro. Trentadue gol totali.
Lo scudetto, quell’anno, prende ugualmente la strada di Roma. La Juventus lo manca per un soffio. Ma sul valore di Platini non discute più nessuno: la sua fama travalica i confini, la stampa francese se ne occupa molto più di quando vestiva la maglia del Nancy o del Saint-Étienne. Nasce in quei mesi il Michel national, vessillo del calcio transalpino nel mondo.
Poi arriva il 1983-84. La stagione giusta. Quella in cui il talento si trasforma in dominio, in cui le reti pesano anche in classifica, in cui Platini trascina la Juventus al tricolore con la forza inarrestabile di chi ha decifrato i codici del campionato italiano, ne ha disinnescato una a una le trappole difensive.
Le chiavi alla segretaria

L’Avvocato Agnelli, estasiato dai gol del suo campione francese, decide a un certo punto di fargli un regalo. Non un mazzo di fiori, stavolta: una Ferrari. Per la precisione una Gran Turismo capace di sfiorare i 260 chilometri all’ora. Una mattina Michel riceve una telefonata dalla direzione delle Relazioni Esterne Fiat: la vettura è pronta, può ritirarla quando vuole. Non se lo fa ripetere e la porta a casa il giorno stesso.
Con l’Avvocato, però, nulla è mai lineare come sembra. Qualche tempo dopo, commentando l’episodio con la sottile ironia che lo contraddistingue, Agnelli lascia cadere una frase che vale più di un contratto: «Quando se ne andrà, lasci pure le chiavi alla mia segretaria». Modo elegante per chiarire che la macchina è in uso, non in proprietà. Un leasing gratuito e a tempo indeterminato — finché dura la magia bianconera.
Lo spogliatoio dei galli

Conquistare un campionato è una cosa. Conquistare uno spogliatoio è un’altra impresa, spesso più ardua. E quello della Juventus dei primi anni Ottanta non è uno spogliatoio ordinario: è un covo di campioni, un pollaio — come qualcuno lo definisce con affetto ruvido — pieno di galli.
I nomi parlano da soli: Claudio Gentile, Marco Tardelli, Gaetano Scirea, Roberto Bettega, Dino Zoff, Giuseppe Furino. Uomini che nell’ultimo decennio hanno scritto pagine leggendarie con la maglia bianconera addosso. C’è poi Paolo Rossi, eroe dei Mondiali dell’82, che in fatto di carattere non ha nulla da invidiare a Platini. Per questi veterani l’arrivo del francese rappresenta una potenziale minaccia: un usurpatore di popolarità, un rivale nella gerarchia non scritta degli spogliatoi.
Le tensioni iniziali ci sono, inutile fingere il contrario. Però il tempo, nel calcio, lavora sempre per chi ha talento e personalità. Zoff e Bettega lasciano la squadra. Furino viene dolcemente accompagnato verso l’uscita con un ultimo contratto di riconoscenza firmato da Boniperti. E la Juventus, partita dopo partita, diventa sempre più la squadra di Platini. I rapporti con Rossi si distendono, quelli con Tardelli diventano addirittura calorosi.
Michel Platini non è più l’ospite illustre che deve farsi accettare. È il padrone di casa. Il re di Torino. L’uomo capace di illuminare il Comunale con un solo tocco di palla e di far sognare un intero popolo bianconero. Arrivato in punta di piedi su un piccolo Cessna, lascerà Torino — molti anni e molti trofei più tardi — come il più grande straniero che abbia mai vestito la maglia della Juventus.
Il resto, com’è giusto che sia, appartiene a un altro capitolo.
