La doppia vita di Edgardo Andrada

Argentino naturalizzato brasiliano, nel 1969 divenne suo malgrado famoso per la rete numero 1000 di O’Rei al Maracanà. Tornato in patria, si mise a servizio della dittatura di Videla.

Era il 19 novembre 1969, allo stadio Maracanã di Rio de Janeiro. Pelé si apprestava a calciare il rigore che avrebbe rappresentato il suo millesimo gol in carriera. Tutti gli occhi erano puntati su di lui, il Re del Calcio, che stava per entrare nella storia. Tutti tranne quelli di Edgardo Norberto Andrada, il portiere argentino del Vasco da Gama, che si trovava tra i pali a fronteggiare il tiro più temuto della sua vita. Andrada si tuffò disperatamente verso la palla, ma inutilmente. Il pallone entrò in rete e lo stadio esplose in un boato. Andrada si lasciò cadere a terra e sbatté i pugni sull’erba, come a protestare contro il destino che lo aveva reso il protagonista involontario di quella festa. Quella partita, vinta poi dal Santos per 2-1, avrebbe consegnato per sempre il suo nome alla memoria dei tifosi.

Ma attenzione, Andrada non fu solo il portiere del millesimo gol di Pelé. Fu anche un grande estremo difensore, che vinse con il Vasco da Gama il campionato di Rio nel 1970 e il campionato brasiliano nel 1974, oltre a essere eletto Pallone d’argento dalla rivista Placar nel 1971. In Brasile, giocò anche per il Vitória da Bahia nel 1976, prima di tornare nel suo paese natale.

Il ritorno in Argentina di Andrada, soprannominato “El gato” per il fisico snello e gli occhi a mandorla, coincise con uno dei periodi più bui della storia del suo paese. Il 24 marzo 1976, un colpo di stato militare depose la presidente María Estela Martínez de Perón e instaurò una dittatura sanguinaria che si macchiò di crimini di ogni genere tra il 1976 e il 1983. E mentre Andrada tornava a difendere la porta del Colón e poi della Renato Cesarini, migliaia di argentini fuggivano all’estero.

Ma la storia non aveva finito di giocare brutti scherzi ad Andrada. Negli anni ’90, emersero infatti diverse accuse da parte di organizzazioni per i diritti umani su un’oscura attività parallela svolta da Andrada durante la dittatura. Nel 2008 scoppiò lo scandalo più grave. Eduardo TucuConstanzo, ex aguzzino confesso e condannato all’ergastolo per crimini contro l’umanità, rivelò che Andrada, si, proprio il portiere, faceva parte del Distaccamento dell’Intelligence 121 di Rosario, un gruppo militare che rapiva e uccideva civili. Constanzo attribuì ad Andrada la responsabilità della scomparsa e dell’omicidio di almeno due militanti peronisti.

Si chiamavano Osvaldo Cambiaso ed Eduardo Pereira Rossi e furono rapiti in un bar del centro di Rosario il 14 marzo 1983. I loro corpi furono ritrovati giorni dopo nella città di Zárate, provincia di Buenos Aires. La perizia stabilì che i due erano stati torturati e fucilati a bruciapelo.

La versione ufficiale fornita della dittatura sostenne che i due erano membri dei Montoneros – una nota organizzazione politico-militare di sinistra in Argentina – e che erano stati uccisi in uno scontro con le forze dell’Esercito dell’Unità Regionale del Tigre. Ma questa versione era contraddetta dai fatti: la città indicata dal governo era lontana da dove i due erano stati sequestrati davanti a numerosi testimoni.

Nonostante il clamore nazionale, il caso è rimasto sepolto per oltre vent’anni, finché non è stato riaperto nel 2005. Secondo Juan Murray, attivista, Andrada non si sarebbe solo limitato a far parte del gruppo repressivo, ma avrebbe anche usato un nome fittizio nelle operazioni di polizia. Si faceva chiamare Eduardo Néstor Antelo, con le stesse iniziali del suo vero nome.

Nel 2008, l’ex portiere respinse le accuse. Al giornale Clarín confessò di aver prestato servizio nell’esercito durante la dittatura, ma affermò di “non essere un criminale”. Anni dopo, una segnalazione anonima portò le forze dell’ordine a perquisire la sua abitazione, dove vennero rinvenute 19 armi da fuoco, tra cui tre fucili Winchester e una carabina. Andrada, che lavorava nelle giovanili del Rosário Central, lasciò il club poco dopo.

Durante un’audizione preliminare sul caso, nel 2011, Andrada fece scena muta davanti al giudice Carlos Vilafurte. Al termine dell’udienza, il magistrato incaricato del caso stabilì che non c’erano prove sufficienti per collegare l’ex calciatore alle torture e all’uccisione di Cambiaso ed Eduardo Pereira Rossi. Degli otto uomini coinvolti nel caso, solo Andrada e il tenente colonnello Victor Hugo Rodríguez vennero assolti.

Le famiglie delle vittime e le organizzazioni per i diritti umani in Argentina continuarono però a sostenere la colpevolezza di Andrada cercando inutilmente delle risposte. Risposte che Andrada porterà nella tomba, dopo la sua morte avvenuta nel settembre 2019.