L’irripetibile trionfo della Jugoslavia al Mondiale U-20 del 1987

Nel 1987, mentre la Jugoslavia si sgretolava, undici ragazzi conquistarono il Cile e il mondo intero. Una favola calcistica irripetibile, l’ultimo grande trionfo di un paese destinato a scomparire.

Primavera 1980: il Maresciallo Tito esala l’ultimo respiro. Con lui muore l’ultimo simbolo di unità di una nazione artificiale, creata sulle ceneri dell’Impero austro-ungarico e tenuta insieme dalla forza di un uomo solo. La crisi economica morde, il Partito Comunista perde il suo fascino, la disoccupazione diventa un mostro dalle mille teste. E sotto la cenere ardono ancora i carboni roventi degli antichi odi etnico-religiosi.

Nel calcio, la situazione rifletteva perfettamente il paradosso jugoslavo: brillanti nelle categorie giovanili, deludenti a livello di prima squadra. Nel 1978, guidati dal talento cristallino di Vahid Halilhodžić, i Plavi avevano conquistato l’Europeo Under-21. Nel 1979, la rappresentativa Under-18 si era laureata campione continentale. Ma la nazionale maggiore non riusciva a trasformare queste promesse in trofei concreti.

Durante l’Europeo Under-18 del 1986, organizzato in casa, la Jugoslavia non riuscì a vincere il torneo, venendo eliminata dalla Germania Est nei quarti di finale. Tuttavia, il sistema di qualificazione prevedeva sei posti disponibili per il Mondiale Under-20 dell’anno successivo, con otto squadre in lizza.

Dopo la sconfitta contro la DDR (che sarebbe poi diventata campione), i Plavi affrontarono la Romania in una sorta di spareggio o ripescaggio. Con la qualificazione al Mondiale in palio, la Jugoslavia non lasciò scampo agli avversari, sconfiggendoli con un netto 5-0 che le garantì il posto per la competizione che si sarebbe svolta dal 10 al 25 ottobre 1987 in Cile.

La squadra incompiuta

Quando si parla di quella Jugoslavia Under-20, bisogna prima chiarire un punto fondamentale: non era la migliore possibile. Una serie di assenze pesanti avrebbe potuto rendere quella partecipazione una semplice formalità. Il capitano Aleksandar Djordjevic era squalificato. Slaven Bilic, Igor Berecko, Dejan Vukicevic, Igor Pejovic e Seho Sabotic erano infortunati. Boban Babunski era in disputa contrattuale col Vardar Skopje.

Ma le assenze più clamorose riguardavano tre nomi destinati a scrivere pagine importanti del calcio europeo: Sinisa Mihajlović, Vladimir Jugovic e Alen Boksic. La Federazione, con miopia che si sarebbe rivelata storica, ritenne più utile lasciarli nei rispettivi club.

I giovanissimi Boban, Prosinečki e Šuker

A confermare quanto poco interesse ci fosse per quella spedizione, un solo giornalista venne inviato in Cile: Toma Mihajlović. E la sua missione principale non era nemmeno seguire la squadra, ma raccogliere testimonianze dalla comunità jugoslava in Sud America.

Nessuno aveva aspettative,” avrebbe raccontato anni dopo Mihajlović al giornalista Jonathan Wilson. “Pensavamo che avrebbero giocato i tre incontri del girone e sarebbero tornati a casa. Ma quando arrivarono in Cile, quei ragazzi mostrarono un’altra faccia.”

Quella “altra faccia” aveva nomi e cognomi destinati a diventare celebri: il portiere Dragoje Leković, il bomber Davor Šuker, e poi Robert Jarni, Igor Štimac, Zvonimir Boban, Robert Prosinečki e Predrag Mijatović. Una collezione di talenti purissimi che avrebbe potuto cambiare la storia del calcio europeo.

Mirko Jozić, l’alchimista

Se c’era un uomo perfetto per quella missione, questo era Mirko Jozić. Quindici anni al servizio del calcio giovanile jugoslavo, conosceva ogni angolo del sistema calcistico del paese. Ma la sua impresa più grande non fu tattica: fu umana.

In un periodo in cui la dissoluzione della Jugoslavia era già nell’aria, Jozić riuscì dove i politici fallivano miseramente: creare un ambiente di armonia tra ragazzi di etnie diverse. Serbi, croati, bosniaci e montenegrini convivevano pacificamente in quel gruppo, uniti dal talento e dal sogno condiviso.

Anni dopo, Zvonimir Boban avrebbe rivelato al quotidiano catalano Sport: “Eravamo un gruppo di amici, con grandi giocatori… Ma la Jugoslavia non poteva mai essere nel mio cuore, perché sono croato. Davo tutto per i miei compagni. Non per la Jugoslavia.”

Questa frase racchiude l’essenza di quel paradosso: una squadra meravigliosa che rappresentava un paese già condannato. Un’utopia calcistica in un mondo che stava sprofondando nel nazionalismo più feroce.

Santiago incantata

Lo Stadio Nacional di Santiago aveva già accolto la Jugoslavia 25 anni prima, nella finale per il terzo posto del Mondiale 1962. Allora 67.000 persone avevano visto il Cile vincere 1-0. Questa volta, lo stesso numero di spettatori assistette a uno spettacolo completamente diverso.

Nel match d’esordio, la Jugoslavia travolse i padroni di casa con un convincente 4-2. Boban, Štimac e Šuker diedero spettacolo, e il pubblico cileno rimase ipnotizzato da quei ragazzi venuti dall’altra parte del mondo. Il loro gioco fatto di contropiedi vertiginosi e colpi d’alta scuola era un invito all’estasi calcistica.

Le due partite successive confermarono l’impressione: 4-0 all’Australia e 4-1 al Togo. Šuker iniziava la sua marcia verso il titolo di capocannoniere, aggiungendo tre reti al suo bottino.

Il reporter della rivista brasiliana Placar, Milton Costa Carvalho, lanciò un allarme alla sua nazione: la Jugoslavia era “un’implacabile macchina da gol“. E sarebbe toccato proprio al Brasile affrontare questa macchina infernale negli ottavi di finale.

La notte di Prosinečki

La nazionale verdeoro, guidata da Gílson Nunes, era considerata la favorita del torneo. Ronaldo in porta, André Cruz in difesa, César Sampaio sulla fascia destra, Bismarck e William a centrocampo, Alcindo in attacco. Un dream team che aveva perso solo contro l’Italia nella fase a gironi (gol del laziale Rizzolo). Ma i brasiliani sapevano che la Jugoslavia praticava il calcio più brillante della competizione.

Alla vigilia del match, l’indifferenza della Federazione jugoslava verso il torneo rischiò di privare la squadra di uno dei suoi talenti più puri. La Stella Rossa di Belgrado, impegnata in Coppa UEFA contro il Bruges, chiese il rientro anticipato di Prosinečki e solo l’intervento della FIFA permise a Jozić di trattenere il suo gioiello.

La partita sembrava mettersi bene per il Brasile quando, proprio nel giorno del suo compleanno, Alcindo sbloccò il risultato a un minuto dall’intervallo. Ma poco dopo il rientro in campo, Mijatović pareggiò di testa: “Fu il mio primo gol di testa, il primo della mia vita. Quando vidi i replay, non potevo credere di essere io”, avrebbe raccontato anni dopo nel documentario “The Last Yugoslav Football Team”.

Nel finale di partita, Prosinečki completò la rimonta con una punizione perfetta, mandando in delirio i tifosi cileni che, a quel punto, avevano già adottato quella splendida Jugoslavia come loro seconda squadra.

Il doppio muro tedesco

In semifinale, la Jugoslavia ebbe l’occasione di vendicarsi della Germania Est, che l’aveva eliminata nell’Europeo Under-18 dell’anno precedente. La squadra di Matthias Sammer, all’epoca attaccante della Dynamo Dresda e già convocato nella nazionale maggiore, era promettente. Ma non quanto la Jugoslavia.

Štimac aprì le marcature, Sammer pareggiò su calcio d’angolo, ma fu il solito, letale Šuker a regalare la qualificazione con un potente colpo di testa.

La finale contro la Germania Ovest si presentava come un’impresa ancora più ardua. Mijatović, Prosinečki e Štimac erano squalificati, e circolavano persino voci di un complotto orchestrato dall’arbitro australiano Richard Lorenc, che avrebbe deliberatamente ammonito i giocatori dopo una discussione con l’ex stella jugoslava Dragan Sekularac.

Il 25 ottobre 1987, alla vigilia del compleanno di Jarni, le due squadre scesero in campo. Da una parte la formazione di Jozić, dall’altra quella guidata dalla leggenda Berti Vogts, con la stella Andreas Möller e il capocannoniere Marcel Witeczek.

La notte della gloria

La finale fu un concentrato di tensione pura. Quando Boban sbloccò il risultato con un destro imprendibile a cinque minuti dalla fine, la sensazione fu che il titolo fosse cosa fatta. Il centrocampista corse verso i tifosi cileni, ormai definitivamente conquistati, per festeggiare.

Ma due minuti dopo, un rigore discutibile permise a Witeczek di pareggiare e prolungare la partita ai supplementari. Con il pareggio che resisteva, si arrivò ai rigori. E qui la sorte punì crudelmente i tedeschi: proprio Witeczek, fino a quel momento impeccabile, fallì il suo tentativo. Tutti gli altri trasformarono, e toccò proprio a Boban, il migliore in campo, segnare il rigore decisivo.

Con il trofeo assicurato alla squadra, fu il momento di celebrare anche i successi individuali. Prosinečki si aggiudicò il Pallone d’Oro del torneo, Boban il Pallone d’Argento. Šuker, capocannoniere con sei reti, conquistò la Scarpa d’Oro.

Siamo determinati a vincere. Credo che l’abbiamo dimostrato,” dichiarò Prosinečki all’edizione de O Globo del 26 ottobre. “In passato, nel mio paese, il calcio non era preso così sul serio. Ora ci alleniamo molto. Vogliamo titoli.

La stella cadente

La festa durò due giorni in Cile. Era il compleanno di Robert Jarni, e la comunità jugoslava locale si unì ai festeggiamenti. Venne invitato persino il dentista che aveva riparato i denti di Dubravko Pavlicic, strappati da Sammer in semifinale; gli venne regalato il pallone della partita. “C’era una vera atmosfera familiare,” raccontò Toma Mihajlović. “Quando tornarono a casa, dopo tre settimane, tutti piangevano.”

Ma mentre il corrispondente de O Globo, Mário Jorge Guimarães, celebrava “la vittoria del calcio allegro, offensivo, pieno di tocchi e dribbling raffinati sulla tattica fredda, difensiva e poco creativa della Germania,” i giornali già riportavano notizie inquietanti dalla Jugoslavia: “Una forza speciale della polizia jugoslava è stata inviata ieri nella provincia autonoma del Kosovo, nel sud della Jugoslavia, per cercare di porre fine ai recenti conflitti tra la maggioranza albanese e la minoranza serba che abitano la regione.”

Uno degli inviati era Slobodan Milošević, futuro presidente della Jugoslavia e poi condannato per crimini di guerra dal Tribunale Penale Internazionale.

Nei campi di calcio, il successo in Cile offrì opportunità nella nazionale maggiore a Leković, Šuker, Prosinečki, Jarni, Boban, Mijatović, Brnović e Petrić. I primi quattro sarebbero stati selezionati per la Coppa del Mondo del 1990, con Boban escluso solo a causa dei famosi eventi della “Battaglia di Maksimir“.

Nello stesso anno, quella generazione sarebbe stata vicecampione europea Under-21, arricchita da Alen Boksic, Sinisa Mihajlovic e Dejan Savicevic, perdendo solo contro l’Unione Sovietica di Aleksandr Mostovoi e Andrei Kanchelskis.

La promessa del 1987 si stava avverando. Un’ulteriore conferma giunse nel 1991, quando la Stella Rossa vinse la Coppa dei Campioni con Mihajlović, Jugović e Prosinečki. La qualificazione a Euro ’92 fu ottenuta con una sola sconfitta in otto partite. Persino l’allenatore Jozić aveva trionfato: assunto per guidare le giovanili del ColoColo dopo aver impressionato i cileni, in poco tempo era stato promosso alla guida della prima squadra, conducendola alla vittoria della Copa Libertadores.

Ma la tensione politica continuava a crescere nel paese. La disintegrazione della Jugoslavia era in corso. Presto, Prosinečki, Boban, Jarni e Šuker avrebbero scelto di rappresentare la Croazia. E poco dopo, la Jugoslavia sarebbe stata esclusa da Euro ’92 dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La Danimarca prese il suo posto, conquistando un titolo che, in altre circostanze, avrebbe potuto finire in mani jugoslave.

Da quel momento in poi, non ci sarebbe stato ritorno. Ai Mondiali del 1994, quando quei giocatori erano all’apice delle loro carriere, la Jugoslavia era lacerata da guerre che avrebbero portato alla separazione di tutte le nazioni che la componevano.

Resta solo all’immaginazione il compito di proiettare quale sarebbe stato il limite di quella squadra intrepida del 1987 che, contro ogni pronostico e aspettativa, riaccese la fiamma del calcio slavo. Una stella fugace nel cielo del calcio mondiale, brillante e irripetibile come solo le cose destinate a non durare sanno essere.