Luciano Vassallo, il magnifico superstite

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Un eroe dell’Africa. Un eroe dell’Italia, anche se quasi nessuno lo sa. Luciano Vassallo, il miglior calciatore della Coppa d’Africa del 1962, il capitano dell’Etiopia che quell’anno vinse la coppa. Il più rappresentativo calciatore della storia del calcio etiope, capitano e simbolo di una nazionale in cui ha giocato ben 104 partite (ufficiali e non) segnando addirittura 99 gol. Record quasi impossibili da battere. Il Di Stefano d’Africa. L’unico calciatore etiope, assieme al suo amico e collega Mengistu Worku, ad essere selezionato nella top 50 dei calciatori africani più forti di tutti i tempi. Un mulatto, figlio dell’Italia e dell’Eritrea, uno dei tanti frutti splendidi e perseguitati della colonizzazione fascista nel corno d’Africa. Un meticcio, bersaglio preferito del razzismo e del disprezzo dei neri locali e, al tempo stesso, perseguitato dalla follia delle leggi razziali italiane. Un ragazzo destinato all’inferno e tuttavia diventato eroe.

Lei Vassallo è nato in Eritrea. Come nasce esattamente, chi era suo padre e cosa faceva in Africa?
“Sono nato il 15 agosto 1935. Mia madre era eritrea, mio padre un militare italiano di stanza in un paese che era colonia italiana. Sono figlio, come tantissimi bambini della mia generazione, delle relazioni miste che si stabilivano tra italiani ed eritrei”. Quel era la situazione in Eritrea in quegli anni, come vivevate. Che ne fu di suo padre? “Era un inferno per quelli come noi. Quando avevo circa due anni mio padre fu trasferito ad Addis Abeba e di lui non abbiamo saputo più niente. Potrebbe essere morto in guerra o sopravvissuto, non l’abbiamo mai saputo. Al fatto di essere rimasti senza padre, si aggiunse la vergogna delle leggi razziali. Mi riferisco, in particolare, alla legge sui meticci varata nel 1940 da Mussolini con la quale venivamo di fatto considerati ufficialmente una razza inferiore, debole, non meritevole degli stessi diritti degli altri”.

In effetti le nuove disposizioni del regime fascista resero molto difficile la vita dei figli di matrimoni o relazioni miste. Di fatto, questi bambini non potevano più essere riconosciuti dai genitori italiani, non potevano ricevere la cittadinanza italiana, a loro era vietato avere un’educazione da parte di scuole o istituti italiani. In pratica si costrinse i loro genitori di nazionalità italiana ad abbandonarli. Così, infatti, avvenne. In quegli anni furono circa 10 mila i bambini meticci abbandonati, lasciati alle loro madri e costretti a vivere di stenti.

Ci racconti qual era esattamente la condizione dei meticci.
“Eravamo disprezzati da tutti. Gli italiani ci consideravano una razza inferiore e come tale ci trattavano. Ma le cose andavano anche peggio con gli eritrei purosangue. Per loro eravamo dei bastardi, figli di nessuno, se non addirittura figli di puttana. Una situazione molto pesante per noi meticci che dura ancora oggi”.

Luciano ha raccontato il dramma dell’essere meticcio nel suo romanzo autobiografico “Mamma ecco i soldi”. Terribile il passaggio nel quale descrive il senso di ripulsa che avevano le madri eritree nei confronti dei loro figli meticci. Una reazione di rifiuto determinata dalla pesante discriminazione alla quale andavano incontro. Luciano riporta i terrificanti pensieri che la madre confessò di avere su di lui quando era bambino:
“Si, questo è il figlio del diavolo: quando mi guarda con quegli occhi strani mi mette pure paura. Solo un diavolo avrebbe potuto resistere a tutti quei veleni che ho ingerito per liberarmene. Roba da diavoli? Ha la pelle chiara ed è biondo di capigliatura. Il castigo di Dio? Perché questa prova e poi proprio a me? Non è bastato quanto ho sofferto! Chissà dove sarà il padre…”

Come sono stati i suoi primi anni di vita, com’è nata la passione per il calcio?
“Beh vivevamo per strada. Si giocava assieme agli altri bambini tutto il giorno, molto al calcio. La passione è nata da lì. D’altronde non avemmo nemmeno la possibilità di studiare a lungo. Io feci fino alla seconda elementare, presso la scuola italiana Principe, ma c’era grande discriminazione nei nostri confronti. Alla fine ci cacciarono dalla scuola. Così rimase la strada. Io avevo il carattere dalla mia parte. Ero un impulsivo che non ci pensava due volte a reagire, anche fisicamente, quando ricevevo uno sgarbo. Ero temuto e per questo mi lasciavano in pace. Come tutti quelli nella mia condizione cominciai a lavorare subito. Facevamo quello che capitava. Anche la guardia alle automobili o alle biciclette. Ero ancora un ragazzo quando mi presero a lavorare nelle ferrovie eritree come meccanico. E’ stato in quel periodo che scoprii di essere bravo a giocare al calcio. Cominciai a giocare in una squadra di serie C eritrea formata solo da meticci: il Gruppo Sportivo Stella Asmarina. Non le dico gli insulti che ricevevamo quando c’erano le partite. Ci urlavano di tutto, ci rompevano le ossa con le parole. Io e molti miei compagni ci allenavamo la mattina presto, quando ancora c’era buio. Tiravamo calci ad un pallone che nemmeno riuscivamo a vedere. Poi alle 7.30 si andava al lavoro. Ad un certo punto mi presero nella squadra delle ferrovie che allora militava in serie B. Io nel frattempo ero stato promosso aiutante aggiustatore delle littorine. Fu in quel periodo che conobbi un italiano, un certo Cattaneo, genovese, che di lì a poco sarebbe diventato il capo delle ferrovie eritree. Mi prese in simpatia e mi fece diventare capo reparto. Avevo appena sedici anni ma li avevo vissuti tutti intensamente e con grandissima difficoltà. Sedici anni che ne valevano cinquanta”.

Luciano Vassallo che riceve la Coppa dell’Impero dalle mani dell’Imperatore Hailé Selassié

Poi com’è proseguita la sua carriera, che tipo di giocatore era?
“All’inizio giocavo terzino sinistro. Poi mi sono trasformato in centrale di difesa, quindi sono passato a centrocampo. Era quello il mio ruolo perché avevo un gran tiro e sapevo far giocare la squadra. Intanto ero passato al Gruppo Sportivo Gaggiret, da cui poi mi trasferii alla squadra italiana di Asmara. Poi, all’età di venti anni passai al Cotton Sport, la squadra del cotonificio di Dire Dawa, a 1400 km da Asmara. Con me venne mio fratello Italo che aveva 17 anni ed era un grande attaccante. Eravamo giocatori molto quotati, anche se a parte i premi, di soldi col calcio se ne vedevano poco. Per fortuna il mio lavoro di meccanico rendeva molto bene: guadagnavo dieci volte più di un operaio normale”.

Come è arrivato in Nazionale?
“Ci sono arrivato molto presto, avrò avuto circa 17 anni. Anche lì la situazione era difficile. Venivo insultato ed umiliato continuamente. Finché un giorno, quando un compagno mi dette del bastardo, lo chiusi in una stanza e lo riempii di botte. Nessuno ebbe il coraggio di dire niente. Da allora venni rispettato da tutti e divenni un leader della Nazionale. Cominciai a partecipare a tutte le gare internazionali dell’Etiopia, visto che nel frattempo l’Eritrea era stata inglobata dopo la sconfitta degli italiani. Ricordo, in particolare, una tournée che effettuammo in Russia. Nell’occasione giocammo alcune amichevoli con squadre di club e con la nazionale sovietica. Ricordo che segnai un gran gol da 25 metri: il portiere non riuscì ad evitarlo. Poi scoprii che era Jashin! L’avessi saputo prima non avrei trovato il coraggio di fargli un tiro del genere!”

Ci racconta di quella famosa Coppa d’Africa? Com’è arrivata la vittoria, cosa ha rappresentato per lei?
“Allora ero ormai un giocatore consacrato. Avevo 27 anni, da tempo ero il capitano della Nazionale. Anche nella vita privata le cose andavano bene. Avevo un’officina autorizzata Volkswagen, decine di dipendenti. All’inizio della competizione, però, accadde qualcosa che mi fece infuriare. I dirigenti della federazione etiope erano consapevoli di avere una squadra forte e che avremmo potuto vincere quella terza Coppa d’Africa. Molti di loro consideravano disdicevole che, in caso di vittoria, la coppa potesse essere sollevata da un meticcio, oltre tutto dal cognome italiano. Ancora discriminazione, ancora razzismo! In un primo momento mi chiesero addirittura di cambiare nome, affinché a rappresentare la Nazionale fosse un etiope “vero”. Io mi arrabbiai moltissimo e mandai tutti a quel paese minacciando di abbandonare la competizione. Siccome non potevano permettersi una mia defezione, per il momento lasciarono perdere. Però, negli spogliatoi prima della prima gara l’allenatore comunicò alla squadra che la fascia di capitano passava al nostro portiere. In modo che in caso di vittoria finale la coppa potesse sollevarla un etiope purosangue. Ci fu una rivolta della squadra. Mengistu Worku, mio grande amico e altro leader carismatico del gruppo, disse al tecnico che la cosa non era possibile e pretese che io rimanessi il capitano. Alla fine dovettero cedere. E io mi presi la più grande soddisfazione della mia vita: ricevere la coppa direttamente dalle mani dell’Imperatore Hailé Selassié! Un meticcio che rappresenta l’intera Etiopia. Ritirai la coppa a testa alta. Non come certi compagni che erano abituati a prostrarsi di fronte all’Imperatore in occasione delle premiazioni importanti. In quel momento fu la rivincita di tutti i meticci”

Lei è stato eletto il miglior calciatore della Coppa d’Africa. Cosa ha rappresentato quel riconoscimento.
“Beh non ci fu certo un ritorno economico. Tra l’altro, prima della coppa ci promisero 2 mila dollari etiopi a testa e alla fine ce ne dettero solo 400. Quella vittoria e quel riconoscimento personale rappresentarono moltissimo a livello personale. Da allora diventai un simbolo per molte persone, godevo di un rispetto generale, ero stimato e osannato da tutti. Poi, sul piano tecnico, molti cominciarono a paragonarmi a Di Stefano e altri grandi fuoriclasse della mia epoca. E, senza falsa modestia, devo dire che ero proprio bravo”.

L’Etiopia Campione d’Africa 1962

In Nazionale giocava anche suo fratello Italo. Lui che giocatore era?
“Mio fratello era un attaccante eccezionale. Forte fisicamente e dotatissimo tecnicamente. Battemmo l’Egitto in finale per 4-2 ai supplementari con una sua doppietta e un’altra di Mengistu, attaccante pure lui”.

Alla fine degli anni ’60 lei fu invitato a Coverciano per studiare da allenatore. Ci racconta quella esperienza?
“Qualcuno in Italia conosceva la mia storia. Fui invitato per partecipare ad un corso di allenatori a Coverciano. Durò un mese e per quel periodo condivisi lo studio e la vita comune con molti grandi personaggi del calcio italiano. Su tutti Cesare Maldini che sarebbe poi diventato CT della Nazionale azzurra. Fu un’esperienza indimenticabile dove imparai molto”.

Ci racconti la sua esperienza da allenatore.
“Dopo avere giocato tanto, nei club e in Nazionale, vincendo moltissimi titoli, fui folgorato dall’esperienza di Coverciano. Così, quando tornai in Etiopia divenni giocatore-allenatore del Cotton Sport. Introdussi nuovi sistemi di lavoro, imparati in Italia, direi di tipo “scientifico”. Pretesi una nuova disciplina dai miei giocatori, grande applicazione negli allenamenti, orari precisi, molte ore di lavoro e numerose sessioni di allenamento, attenzione alla dieta. Grazie a questi nuovi metodi arrivai alla guida della Nazionale nel biennnio 1969-70.”

Ma in Nazionale come tecnico non ebbe vita facile.
“No. Nessuno mi ha mai perdonato il fatto di avere sollevato la coppa. Alla fine degli anni ’60 mi tolsero anche la fascia di capitano con un pretesto. Mi guardavano con sospetto, anche perché da giocatore leggevo sempre molto, studiavo mi informavo e la cosa non era gradita. Insomma, non ero ben visto. Capitò anche da tecnico. Così, ad un certo punto presero un tedesco, Peter Schnittger e mi proposero di fare il suo assistente. Ovviamente rifiutai! Intanto, sempre i capoccia del calcio locale fecero di tutto per farmi licenziare dal Cotton Sport e ci riuscirono. Così feci le ultime esperienze ad Addis Abeba, dove nel frattempo avevo acquistato una proprietà di oltre 3 mila mq e ci avevo costruito una villa con piscina e un’officina con trenta dipendenti. Andai ad allenare il St.George, ma lì durò poco. I tifosi erano razzisti e dopo un po’ decisi di andarmene”

Poi ci fu uno scandalo doping.
“Si. Parlando con alcuni miei ex allievi nazionali venne fuori che nella rappresentativa etiope si assumevano grandi quantità di farmaci. Trovai la cosa strana. A Coverciano avevo studiato a fondo anche il tema del doping, le sostanze consentite e quelle che avrebbero potuto danneggiare la salute dei giocatori. Così, libri alla mano, scoprii che uno di questi farmaci era dopante. Lo denunciai sulla stampa locale. Successe il pandemonio. Mi ritrovai tutti contro. Diventai il nemico giurato del calcio di Etiopia”.

Mengistu Worku e Luciano Vassallo, gli artefici del trionfo etiope

Ma non lasciò il suo paese per quello.
“No. Nel 1974 ci fu un cambio di regime in Etiopia e salì Mengistu Halie Mariam. Uno che conoscevo, un attaccabrighe che creava sempre casini, intascava tangenti, insomma un poco di buono. Io essendo un personaggio famoso e proprietario di un’officina dove si riparavano grosse auto straniere, conoscevo molti ras locali del passato regime che portavano le loro auto da me per ripararle. Un giorno i militari vennero nella mia officina e trovarono alcune auto abbandonate lì da alcuni potenti che erano scappati con l’arrivo di Mangistu e non avevano più avuto modo di ritirare le loro auto. Mi arrestarono per complicità col vecchio regime! Mi portarono negli uffici della polizia. In quel periodo era dura nel nostro paese. Tanti sparivano e venivano fucilati senza che le famiglie ne sapessero più nulla. Per strada trovavi cadaveri ovunque. Durante il tragitto dall’officina alla stazione di polizia vidi passare davanti ai miei occhi tutta la mia vita. Ero convinto che mi avrebbero ucciso. Ne ebbi conferma quando mi misero in una sala d’attesa e cominciarono ad insultarmi. Poi mi portarono dal loro capo. Non ci crederà: fu la mia salvezza. Era un mio tifoso! Mi tranquillizzò e mi lasciò andare. Ma io non ero tranquillo per niente. Appena tornato a casa radunai i miei quattro figli e li feci partire per l’Italia. Poi qualche tempo dopo fuggii anch’io”.

Una fuga avventurosa.
“Si. Scappai a piedi verso le montagne al confine con Gibuti. Faceva un caldo! Passato il confine, trovai un altro mio tifoso che mi ospitò e mi offrì soccorso. Passai del tempo in mezzo ai rifugiati: quanta sofferenza! Poi finalmente presi un aereo per Roma. Arrivato in Italia fui arrestato per problemi legati ai documenti. Protestai violentemente, dicendo ai funzionari che non fosse stato per la presenza italiana in Eritrea io non sarei mai andato lì. Il mio caso li colpì e nel giro di quindici giorni mi dettero il passaporto italiano. Furono molto comprensivi”.

Cosa fece quando arrivò qui a Roma?
“All’inizio fu durissima. Ad Addis Abeba avevo lasciato tutti i miei beni. La casa, l’officina, tutto. Mi misi a lavorare, a fare quello che sapevo: il meccanico. Solo che non avevo i soldi per aprire un locale. Così mi misi a lavorare per strada, ad Ostia. Avevo la mia borsa degli attrezzi e chi aveva bisogno mi chiamava e io correvo a riparare. Poi, col tempo, riuscii ad aprire con un socio un’officina e per molti anni ho svolto la mia vecchia attività ad Ostia, insegnando il mestiere a molti ragazzi”.

E che ne fu dei suoi familiari, di suo fratello Italo?
“Anche lui non se la passò bene. In quanto meticcio e di origine eritrea fu cacciato da Addis Abeba e dovette tornarsene ad Asmara. Lì ha continuato a fare l’allenatore e il ristoratore. Ora sta bene e ci vediamo spesso. Ma ha vissuto momenti molto difficili anche lui”.

Lei ha continuato a fare calcio anche qua in Italia.
“Certo. E’ la mia passione. All’inizio affittavo un campo di Ostia per insegnare calcio ad un gruppo di amici. Poi lo presi direttamente in gestione e fondai la scuola calcio Olimpia Ostia. Ho trasferito la mia esperienza a molti ragazzi, trasmettendo non solo la tecnica ma i valori dello sport. Tuttora ho eccellenti rapporti con tutti i miei ex allievi. Anche se da qualche anno non vivo più ad Ostia, una volta a settimana scendo giù e ci ritroviamo”.

Che rapporti ha oggi col suo paese d’origine.
“Non buoni. Una volta crollato il regime di Mengistu mi hanno fatto ritornare, mi hanno festeggiato. Mi hanno anche promesso di restituirmi i miei beni. Poi, quando ho visto che non si muoveva nulla ho provato a far valere i miei diritti. Da allora non mi fanno più rientrare. Di fatto i miei beni sono stati confiscati e il governo italiano non può fare nulla per aiutarmi”.

Segue ancora l’Etiopia?
“Io per mia natura non sono tifoso. Per me il calcio è sempre stata un’arte che mi interessa in quanto tale, indipendentemente da cosa rappresenti una singola squadra. Quindi, come sempre, non farò il tifo. Ma per l’Etiopia tiferò men che meno. Quel paese mi ha mal ripagato. Sono il giocatore che ha disputato più partite con quella Nazionale, che ha segnato più gol, che per più tempo ha indossato la fascia di capitano. Ho dato lustro a quel paese. Sono stato l’unico a sollevare una Coppa d’Africa. Nessun etiope c’è più riuscito. E come mi hanno ripagato? Togliendomi tutti i beni! Secondo lei, posso fare il tifo per l’Etiopia?”

Come giudica il calcio africano attuale?
“Nonostante se ne parli da tempo, secondo me il calcio africano non ha ancora fatto il salto di qualità decisivo che tutti si aspettavano. Il nodo centrale è quello dei vivai. I ragazzi non dovrebbero essere fatti partire così giovani. Dovrebbero essere trattenuti in Africa fino ad una certa età, bisognerebbe farli studiare, insegnare calcio nel loro paese. Poi, se hanno le qualità, farli partire. Se non si fa questo lo sviluppo reale del calcio africano resterà impossibile. Se mi permette un paragone, è come se nel calcio africano persistesse quel sistema colonialista che a suo tempo impediva a quei paesi di crescere”.

Luciano Vassallo ha vissuto momenti straordinari. E’ salito sul tetto del suo continente, l’Africa, ma ha conosciuto anche la polvere. Da ragazzino, come da persona adulta. Ma non si è mai arreso. Si è sempre posto, come ama dire lui, dritto in piedi a testa alta. Anche quando la sua Africa l’ha rifiutato. Anche quando la cattiva sorte lo ha privato del quinto dei suoi figli, Massimiliano, morto in Etiopia in un incidente stradale. Anche quando una brutta malattia, la depressione, ha colpito un altro dei suoi figli, costringendolo, ormai anziano, ancora a combattere come un leone. Oggi abbiamo conosciuto Luciano Vassallo. Un eroe.

Articolo apparso in origine su France Football.