Una delle stagioni più amare del calcio friulano: tre stranieri di lusso, rimonte subite, beffe al novantesimo e una retrocessione maturata per un solo, maledetto punto.
Tarda primavera del 1989. Il fischio finale dell’ultima giornata di Serie B sancisce il ritorno in massima serie dopo due anni di purgatorio tra i cadetti. A condurre i friulani verso la promozione è stato Nedo Sonetti, allenatore che di risalite se ne intende, capace di plasmare un gruppo solido attorno al fiuto del gol di Antonio De Vitis, autore di sedici reti nel campionato cadetto. Il terzo posto finale basta per festeggiare, e Udine si tinge di gioia.
In Friuli si respira un’aria diversa. La famiglia Pozzo, proprietaria del club, decide di alzare l’asticella delle ambizioni: via Sonetti, dentro Bruno Mazzia in panchina, e soprattutto tre colpi di mercato che accendono la fantasia dei tifosi. Dall’Argentina arrivano il difensore Néstor Sensini e l’attaccante Abel Balbo, due nazionali albiceleste con la fame giusta per imporsi nel calcio italiano. Dalla Spagna, ecco Ricardo Gallego, centrocampista di classe cristallina e bandiera del Real Madrid, pronto a portare esperienza e qualità in mezzo al campo. La rosa appare competitiva, il pubblico dello Stadio Friuli freme di entusiasmo, e i giornali parlano di una neopromossa che potrebbe togliersi delle soddisfazioni. La salvezza sembra un obiettivo più che raggiungibile.
Eppure, il primo segnale d’allarme lampeggia già il 23 agosto, quando il Taranto, squadra di Serie C, elimina i bianconeri dalla Coppa Italia ai calci di rigore. Un incidente di percorso, si dice a Udine. Un brutto presagio, penseranno tutti col senno di poi.

L’illusione e le beffe
Il campionato prende il via il 27 agosto e l’Udinese debutta al Friuli contro la Roma. È una partita viva, giocata a ritmi alti: Tempestilli porta avanti i giallorossi al trentaduesimo, Simonini pareggia allo scadere del primo tempo. Un punto onesto per cominciare, anche se la sconfitta di misura a Napoli nella giornata successiva riporta subito tutti con i piedi per terra.
Ma è dalla terza giornata in poi che l’Udinese inizia a fare i conti con un destino beffardo, quasi crudele. Contro il Bologna, al Friuli, i padroni di casa passano in vantaggio dopo un quarto d’ora con il terzino Angelo Orlando. Sembra fatta, la prima vittoria è lì, a portata di mano. Poi, in piena zona Cesarini, il Mitico Villa firma il pareggio e gela lo stadio. Il copione si ripete, peggio ancora, contro la Sampdoria: l’Udinese vola sul 3-0 grazie ai gol dei tre stranieri — Sensini, Gallego, Balbo — in una serata che sembra magica. Tre gol, tre acquisti, la favola perfetta. Solo che la favola si trasforma in incubo: la Samp rimonta fino al 3-3, e negli spogliatoi il silenzio è più eloquente di qualsiasi parola. I friulani non riescono a tenere i risultati in pugno, e la sensazione che qualcosa non funzioni comincia a farsi largo.

La montagna russa d’autunno
La prima vittoria stagionale arriva al settimo turno, il primo di ottobre, in trasferta al Franchi di Firenze. Un 2-1 che sembra poter rappresentare la svolta: Mazzia sorride, la classifica si muove, il morale si risolleva. Ma la continuità resta un miraggio. Due giornate dopo, il Genoa passa 4-2 al Friuli in una serata da dimenticare, e se il pari di Cesena viene acciuffato all’ottantanovesimo da De Vitis — al suo primo centro stagionale — il risultato non cambia la sostanza di una squadra che fatica tremendamente a mettere in fila due risultati positivi.
L’autunno è una montagna russa emotiva. Il 2-1 al Verona, primo successo casalingo della stagione, viene seguito dal pari di Cremona e dalla sconfitta di Bari. In mezzo, una rimonta orgogliosa contro la Juventus: da 0-2 a 2-2, un risultato che dà coraggio ma che non porta punti pieni. Prima di Natale, i bianconeri superano 2-0 l’Ascoli, poi crollano contro Atalanta e Lazio in due sconfitte che pesano come macigni. La pazienza di Giampaolo Pozzo è esaurita: il 17 dicembre, a una giornata dalla fine del girone d’andata, Mazzia viene esonerato. Al suo posto arriva Rino Marchesi, tecnico esperto chiamato a compiere un miracolo sportivo.

Marchesi e il destino che non gira
L’esordio del nuovo allenatore non è dei più felici: sconfitta a San Siro contro i campioni d’Italia in carica dell’Inter, poi un’altra caduta contro la Roma. Ma è il 14 gennaio 1990, nella sfida casalinga contro il Napoli in piena corsa scudetto, che l’Udinese scrive una delle pagine più amare della sua stagione. De Vitis segna dopo appena due minuti, lo stadio esplode, i friulani resistono con le unghie e con i denti per oltre ottanta minuti. All’ottantasettesimo Mattei raddoppia: 2-0, manca pochissimo, la vittoria è praticamente in tasca. Invece no. All’ottantottesimo Diego Armando Maradona accorcia su rigore, poi nel recupero Corradini firma il 2-2. Lo Stadio Friuli ammutolisce. L’Udinese ha appena buttato via due punti contro la squadra che vincerà lo scudetto, e il copione delle occasioni sprecate si arricchisce di un nuovo, dolorosissimo capitolo.
“Dobbiamo vincere gli scontri diretti, c’è poco da fare”, tuona Marchesi in sala stampa. Ha ragione, e il 4 febbraio il suo messaggio viene recepito: 3-1 al Lecce in casa, una boccata d’ossigeno fondamentale. La classifica è cortissima, soltanto l’Ascoli sembra condannato alla retrocessione. Udinese, Cremonese, Verona, Lecce, Cesena, Genoa e Fiorentina si contendono la salvezza in un groviglio di punti e di paure.

Il tritacarne degli scontri diretti
Il calendario, con la perfidia di un romanziere sadico, piazza davanti all’Udinese cinque scontri diretti consecutivi. Cinque partite in cui il margine d’errore è pari a zero. L’1-1 con la Fiorentina e lo 0-0 col Genoa portano punti ma non abbastanza; la vittoria col Cesena, firmata da Sensini, riaccende le speranze; poi il tonfo di Verona, uno 0-2 che fa malissimo, e il deludente 1-1 casalingo con la Cremonese, condito dall’ennesima rimonta subita. Due vittorie su cinque scontri diretti: troppo poco per una squadra che ha bisogno di vincere.
Eppure l’Udinese è ancora viva. Balbo è un centravanti di razza pura, capace di inventare gol dal nulla. Sensini difende con l’eleganza del fuoriclasse e segna con l’istinto dell’attaccante. Il centrocampo regge, la qualità nei singoli c’è. Ma il calcio non è una questione di singoli, e la squadra di Marchesi continua a pagare un difetto letale: l’incapacità di gestire i momenti decisivi delle partite.

L’ultima giornata: la vittoria più amara
Le ultime sei giornate sono un susseguirsi di rimpianti. L’1-1 a Torino contro la Juventus è un risultato accettabile, ma il 2-2 casalingo col Bari è l’ennesimo pugno nello stomaco: vantaggio di Balbo su rigore, pareggio di Loseto, nuovo vantaggio di Bruniera all’ottantasettesimo, e ancora Loseto che pareggia un minuto dopo. Poi la sconfitta ad Ascoli, contro una squadra quasi retrocessa, nel giorno in cui tutte le rivali fanno punti. L’Udinese non vince da febbraio e sembra appesa a un filo sottilissimo. I doppi 0-0 contro Atalanta e Lazio rimandano tutto all’ultima giornata.
Il 29 aprile 1990, l’Udinese si presenta all’appuntamento decisivo con 25 punti, quart’ultima, un punto dietro Fiorentina e Cesena. I conti sono semplici: bisogna battere l’Inter, già certa del terzo posto, e sperare nei risultati dagli altri campi. Lo Stadio Friuli è una bolgia. E i bianconeri rispondono con una prestazione straordinaria: 4-3 all’Inter, con le doppiette di Balbo e Branca. In campo l’Udinese ha fatto il suo dovere, e sugli spalti la gente urla, spera, prega.
Ma sulla panchina, le radioline raccontano un’altra storia. Il Genoa travolge l’Ascoli già condannato. Il Cesena batte il Verona. La Fiorentina demolisce l’Atalanta 4-1. Nessuna delle rivali ha perso. La classifica finale è spietata: Udinese quart’ultima con 27 punti, uno solo sotto il terzetto Cesena–Fiorentina–Lecce, due sotto il Genoa. Un punto. Un misero, maledetto punto che separa la salvezza dalla retrocessione.

Un punto che pesa come un macigno
L’Udinese 1989-90 chiude il campionato con la peggior difesa del torneo: 51 gol subiti, addirittura otto in più dell’Ascoli ultimo in classifica. Ma le statistiche, da sole, non raccontano tutta la verità. I friulani sono retrocessi perché non hanno saputo vincere quando contava davvero, perché hanno sprecato troppi vantaggi nel finale, perché in sei scontri diretti consecutivi ne hanno vinti solo due. Sono retrocessi perché il destino, in quei mesi, non ha mai girato dalla loro parte, e perché a volte nel calcio la differenza tra salvezza e baratro è fatta di dettagli minimi che sommati diventano voragini.
Non sono bastati nemmeno gli undici gol di Abel Balbo, che l’anno successivo diventerà capocannoniere della Serie B con ventidue reti — a pari merito con Baiano e Casagrande — a dimostrazione che il suo talento era troppo grande per il campionato cadetto. Dopo i Mondiali di Italia ’90, a rendere la beffa ancora più cocente, arriverà anche una penalizzazione di cinque punti in Serie B e l’inibizione triennale del presidente Pozzo per una tentata combine nella gara con la Lazio.
