Lo straordinario “score” dei magiari, capaci di vincere tre ori, un argento e un bronzo in sei edizioni olimpiche.
Dal 1952 al 1972, l’Ungheria ha dominato il calcio olimpico come nessun’altra nazione. Ha conquistato l’oro ai Giochi di Helsinki (1952), Tokyo (1964) e Città del Messico (1968), oltre a un argento a Monaco (1972) e un bronzo a Roma (1960). È un record che pone l’Ungheria al primo posto nella classifica delle medaglie in questo sport, ma pochi riconoscono questo primato. Il motivo sta nello status del torneo olimpico, considerato un parente povero del Mondiale. In quasi tutti gli altri sport olimpici, l’oro è il massimo del successo. Non nel calcio, dove il crescente affermarsi del professionismo, soprattutto dal secondo dopoguerra in poi, ha creato un abisso di qualità tra il torneo olimpico, teoricamente riservato ai dilettanti, e il Mondiale per professionisti, nato nel 1930.
Questa situazione favorì le nazioni dell’Europa dell’Est, i cui giocatori dichiarati “dilettanti” erano in realtà calciatori d’élite a tempo pieno, anche se con “lavori” sponsorizzati dallo Stato, come quello di Ferenc Puskás, maggiore dell’esercito ungherese. Nelle otto Olimpiadi tra il 1952 e il 1980, tutti gli ori del calcio e 20 delle 24 medaglie disponibili furono vinti da squadre del blocco comunista. Fu proprio alla prima di quelle Olimpiadi che la più grande squadra dell’Est europeo si fece conoscere al mondo: l’Aranycsapat (Squadra d’Oro) ungherese.
Helsinki 1952
Prima di Helsinki, nel 1950 l’Aranycsapat aveva già iniziato la sua striscia vincente che sarebbe durata quattro anni, ma il mondo ancora non lo sapeva. La partecipazione ai mondiali del 1950 in Brasile era stata snobbata da tutte le federazioni del blocco comunista. Ma non fu solo la politica a tenere lontana l’Ungheria dal Brasile. L’austerità economica postbellica in Europa e la distanza dal Sud America furono altri ostacoli, come ricorda Jenő Buzánszky, il terzino destro dell’Aranycsapat. “Le autorità non si fidavano dei giocatori. Temevano che non sarebbero tornati…”
E non era una paura infondata. Tra la fine della guerra e l’instaurazione del regime comunista nel 1949, decine di calciatori di primo piano come László Kubala, Gyula Zsengellér e István Nyers lasciarono l’Ungheria. Prima delle Olimpiadi di Helsinki, Péter Gábor, il capo dell’ÁVH (Autorità per la sicurezza dello Stato), si oppose invano alla partenza di 323 dei 342 atleti ungheresi per motivi di sicurezza nazionale. Buzánszky racconta che l’ÁVH era sempre presente nei viaggi all’estero: “Li riconoscevamo dalle scarpe che portavano. Se un atleta parlava più di una volta con lo stesso straniero, diventava automaticamente sospetto”.
Ma l’Ungheria aveva ancora una riserva incredibile di talenti a cui attingere. Buzánszky fu testimone di una partita amichevole della nazionale organizzata dall’allenatore Gusztáv Sebes a Dorog, nel marzo 1949: «Sebes schierò due formazioni di pari livello. La dirigenza era in difficoltà su chi selezionare. Grandi giocatori come Ferenc Szusza, Ferenc Deák e Ferenc Rudas giocarono al fianco di nomi che presto avrebbero fatto il giro del mondo, Puskás, Hidegkuti, Kocsis e gli altri».
Che cosa sarebbe successo se l’Ungheria avesse partecipato ai Mondiali del 1950 è uno dei tanti misteri che punteggiano la storia del calcio ungherese. Dalla sconfitta contro l’Austria nel maggio 1950 alla finale della Coppa del Mondo del 1954 a Berna, l’Ungheria non perse mai una partita.
Buzánszky, convocato da Sebes nell’Aranycsapat nel novembre 1950, sosteneva che allora i giocatori non rimpiangevano il mondiale perduto del 1950:
«Non sapevamo davvero cosa ci stavamo perdendo. Le partite non erano trasmesse alla radio e i giornali ne parlavano appena. Il nostro orizzonte si fermava a Hegyeshalom. A quel tempo, le Olimpiadi erano tutto per noi».
Helsinki fu quindi il palcoscenico della consacrazione dell’Aranycsapat. Prima di quel torneo, la squadra aveva giocato solo amichevoli in giro per il mondo o sfide con altre nazionali dell’Est europeo: «Le Olimpiadi furono la nostra prima vera occasione di farci conoscere dall’Occidente, così come loro da noi», racconta Buzánszky.
L’avversario più ostico di tutto il torneo fu la Romania, battuta per 2-1 nel girone preliminare. Più della metà dei giocatori rumeni erano di origine ungherese. Il loro capitano József Perényi-Pecsovszky, soprannominato Szôke Csoda (Meraviglia Bionda), aveva vinto il campionato ungherese nel 1944 con il Nagyváradi Atlétikai Club (NAC) e aveva indossato la maglia dell’Ungheria in tre occasioni tra il 1943 e il 1944.
«Per tutta la partita urlava ai suoi compagni, alternando il rumeno all’ungherese», ricorda Buzánszky. «Conosceva bene il nostro calcio, avendo giocato quattro anni nel nostro campionato… fu difficile avere la meglio su di loro».
L’Ungheria poi travolse l’Italia 3-0, si sbarazzò della Turchia 7-1 e della Svezia, campione uscente, 6-0. Contro la Svezia, Hidegkuti segnò dopo appena 25 secondi, anticipando il suo famoso gol dopo 45 secondi contro l’Inghilterra nel famoso 6-3 dell’anno successivo a Wembley.
Vittorio Pozzo, il nostro vecchio ct campione del mondo nel 1934 e nel 1938, ancora a capo della nazionale olimpica italiana a Helsinki, disse dell’Ungheria: «sarei felice di vedere quella squadra giocare per sempre». La prestigiosa rivista di calcio tedesca Kicker definì l’Ungheria «indiscutibilmente la migliore squadra del dopoguerra». Con 16 gol in 3 partite e una stampa mondiale estasiata, l’Aranycsapat era nata.
Nella sua biografia, Buzánszky svela il segreto del loro successo. «Il genio di Sebes fu quello di costruire metodicamente un meccanismo perfettamente funzionante. Assegnò a ciascuno il proprio ruolo che avrebbe esaltato le loro qualità all’interno del collettivo. Bozsik, Hidegkuti e Puskás erano i cervelli. Avevano una sorta di computer dentro di loro. Sapevano sempre cosa fare anche nelle situazioni più complesse. Ma senza di noi, gli altri, nulla si sarebbe incastrato. Abbiamo creato insieme questa macchina ineguagliabile».
La finale li vide affrontare la Jugoslavia, una formazione temibile che annoverava giocatori come Branko Zebec, Zlatko Čajkovski e il portiere Vladimir Beara, oltre che i maggiori rivali dell’Ungheria in quel periodo, almeno nel blocco orientale. Gli jugoslavi però avevano rischiato di uscire al primo turno, vincendo a fatica contro l’Unione Sovietica in una partita infuocata che dovette essere ripetuta.
La finale ebbe anche una forte connotazione politica. All’inizio degli anni ’50 una serie di incidenti tra le guardie di frontiera sul confine ungherese-jugoslavo aveva portato a un aumento della tensione tra i due paesi e addirittura a spostamenti di truppe da entrambe le parti del confine. Mátyás Rákosi era restio a perdere la finale olimpica contro la squadra di Tito, dipinto nelle vignette comuniste ungheresi come il “cane degli imperialisti al guinzaglio”. Poco prima della partita Rákosi chiamò Sebes allo Stadio Olimpico dicendogli di ricordare ai giocatori l’onore che avrebbero portato all’Ungheria.
In campo la tensione era palpabile. Puskás, il capitano e il goleador dell’Ungheria, aveva fallito il suo primo rigore con la maglia rossa poco prima di andare negli spogliatoi. Il punteggio era ancora fermo sullo 0-0 quando, al 70’, lo stesso Puskás si riscattò con un tiro imparabile. A due minuti dal triplice fischio, Zoltán Czibor raccolse un lancio lungo sulla sinistra. Buzánszky racconta che i suoi compagni gli gridavano di mandare la palla in fallo laterale per guadagnare tempo. «Ma lui ha fatto di testa sua e ha scagliato un missile sotto la traversa. Correndo verso il centro del campo per la ripresa del gioco, tra i cori di ‘Unkari, Unkari’ (Ungheria in finlandese) del pubblico, e ci ha detto: ‘Questo è il modo migliore per rallentare il gioco!».
I calciatori vinsero così la 15esima medaglia d’oro per l’Ungheria a Helsinki, e il giorno dopo andarono a fare il tifo per László Papp, che vinse la prima delle sue tre medaglie d’oro nella boxe nonchè 16esimo oro per la nazione. Il bottino di 42 medaglie complessive (16 d’oro, 10 d’argento e 16 di bronzo) resta tuttora il record assoluto dell’Ungheria e le garantì un incredibile terzo posto nel medagliere dietro alle corazzate USA e URSS.
Helsinki è stata sia la prima apparizione dell’Aranycsapat sulla scena mondiale, sia il suo apice in termini di trofei se non di fama mondiale. Quest’ultima sarebbe arrivata più tardi, dopo che Stanley Rous della Federcalcio inglese invitò incautamente l’Ungheria a sfidare l’Inghilterra a Wembley. Il capolavoro finale della squadra fu dipinto il 25 novembre 1953, un 6-3 epico che gli inglesi ricordano ancora.
I tre anni tra il trionfo di Wembley e le successive Olimpiadi di Melbourne 1956 raccontano la storia di come l’Aranycsapat salì al vertice del calcio mondiale per poi cadere nel momento decisivo. Dopo il tragico fallimento nella finale della Coppa del Mondo del 1954 a Berna, le prestazioni della squadra calarono progressivamente e, anche se non avrebbero perso di nuovo fino al febbraio 1956, i magiari avevano ormai smarrito la loro magia. Sebes fu esonerato subito dopo e a fine ottobre, quando scoppiò la rivoluzione, Puskás, Czibor e Kocsis lasciarono definitivamente il paese per emigrare in Spagna rispettivamente nel Real Madrid e nel Barcellona.
Melbourne 1956
Nel novembre del 1956, mentre a Melbourne si accendevano le fiamme olimpiche, l’Ungheria, detentrice della medaglia d’oro, brillava per la sua assenza. Il paese era ancora sconvolto dall’invasione sovietica e la MLSZ (la federazione calcio ungherese) decise saggiamente di ritirare il suo team di calcio. Così furono i sovietici stessi, guidati dal portiere Lev Yashin e da gran parte della formazione che avrebbe poi trionfato agli Europei del 1960, a conquistare il titolo che gli ungheresi rinunciarono a difendere.
Per i successivi mondiali del 1958, l’Ungheria che scese in campo non fu all’altezza di quattro anni prima. La MLSZ affidò la nazionale a Lajos Baróti, l’allenatore del Vasas, campione nazionale nel 1957. Baróti compose una squadra che univa i veterani dell’Aranycsapat Grosics, Hidegkuti e Bozsik, ai giovani talenti come Lajos Tichy e ai migliori elementi del suo ex club, il Vasas. Ma fu un torneo amaro per gli ungheresi, eliminati nella fase a gironi da un Galles trascinato da John Charles, mentre gli esuli del ’56 manifestavano sugli spalti contro la MLSZ e il regime, dopo la fucilazione di Imre Nagy il giorno prima della partita. Il giudizio del giornale sportivo svedese Aftonbladet fu impietoso: gli ungheresi erano “una pallida ombra dei loro predecessori”.
Roma 1960
Sotto la guida di Baróti, il calcio ungherese si rialzò dalle ceneri e nel giro di un anno una nuova generazione di talenti emerse sul palcoscenico europeo. Il Ferencváros di Flórián Albert, il gioiello della corona, dominò la scena continentale con prestazioni brillanti. Baróti portò con sé una squadra piena di promesse alle Olimpiadi di Roma, dove figuravano Albert, János Göröcs e Gyula Rákosi, tutti freschi di esperienza internazionale.
La squadra era così forte che nessuno si aspettava la clamorosa eliminazione in semifinale contro la Danimarca, dopo che Pál Várhidi fallì un rigore decisivo nei minuti finali. Solo la vittoria per 2-1 sull’Italia consentì agli ungheresi di portare a casa la medaglia di bronzo.
Baróti non si arrese e preparò la sua squadra per la successiva Coppa del Mondo del 1962 in Cile, dove Albert si affiancò ai veterani del 1958, Tichy, Sándor Mátrai e Ferenc Sipos. Ma ancora una volta l’Ungheria fu sfortunata e venne eliminata ai quarti di finale da una Cecoslovacchia che si affidò a un portiere in stato di grazia, a un errore fatale del suo collega ungherese Grosics, l’ultimo superstite dell’Aranycsapat, e a un arbitro russo che non convalidò un gol regolare di Tichy. Gli stessi avversari riconobbero la loro fortuna. “Gli ungheresi erano più veloci e tecnicamente superiori ai loro avversari”, scrisse il giorno dopo Československi Sport.
In Europa, però, il calcio ungherese continuò a dimostrare il suo valore. L’Honvéd che aveva fatto da base alla Squadra d’Oro di Sebes si era dissolto nel 1956, ma il Ferencváros di Albert prese il suo posto e vinse due titoli nazionali nel 1963 e 1964, e la Coppa delle Fiere nel 1965, l’unico trofeo europeo conquistato da una squadra ungherese. Nel 1964, il Gyôr sfiorò addirittura la finale di Coppa dei Campioni contro il Benfica di Eusébio, mentre l’MTK arrivò in finale di Coppa delle Coppe nello stesso anno.
Tokyo 1964

Nel 1964, il calcio ungherese era in cerca di una nuova gloria dopo il trionfo del 1954 e la delusione del 1958. Il severo ma stimato Károly Lakat era l’allenatore della squadra olimpica che si apprestava a partire per Tokyo. La sua rosa era formata da giovani talenti come János Farkas del Vasas, Zoltán Varga del Ferencváros e diversi elementi del Győr, campione nazionale nel 1963.
Prima di partire, Lakat dovette sottoporre la sua lista al comitato della MLSZ. Tra i nomi scelti c’era anche quello di Ferenc Bene, un ventenne dell’Újpesti Dózsa che si era messo in luce per le sue doti realizzative. Ma il suo nome non piacque a Rudolf Jeny, un membro influente del comitato. “Che ci fai con questo Bene?”, lo interrogò Jeny. “È un giocatore che sta fermo per venti minuti, fa un gol, poi si ferma di nuovo per altri venti minuti e poi ne fa un altro”. Lakat replicò: “Non lo so, io sono solo un ignorante di calcio, ma mi sembra che un gol ogni venti minuti sia un buon risultato”.
Con questa battuta, Lakat difese la sua scelta e riuscì a portare Bene alle Olimpiadi. In Oriente il giovane attaccante fece faville e si laureò capocannoniere con 12 reti, sei delle quali nella sola partita d’esordio contro il Marocco.
E nessuno riuscì a fermare Bene nelle partite successive. Gli jugoslavi gli fecero una marcatura stretta e gli concessero solo una rete, ma lui si vendicò assistendo quattro volte il suo amico Tibor Csernai andare in gol nel clamoroso 6-5 finale. Contro l’Egitto in semifinale ne mise a segno altri quattro, prima di chiudere il suo torneo da favola con l’ultimo gol in finale contro la Cecoslovacchia.
Il record di Bene di 12 gol in un’edizione olimpica è ancora imbattuto, anche se un altro ungherese, Antal Dunai, suo compagno all’Újpest, può vantare il primato di gol segnati in assoluto alle Olimpiadi, con sei a Città del Messico e sette a Monaco. Anche Dunai era presente a Tokyo con Bene, ma non ricevette la medaglia d’oro perché non scese mai in campo. «Allora non c’erano le sostituzioni e se non giocavi non avevi diritto alla medaglia. Niente medaglia olimpica e niente pensione dallo stato ungherese», racconta Dunai con una punta di amarezza.
Al suo rientro dal Giappone, Bene fu subito chiamato a far parte della selezione che aveva raggiunto le semifinali degli Europei in Spagna. L’atmosfera era elettrica quando si aggregò al gruppo:
«Non ci sentivamo affatto inferiori all’Aranycsapat, ma piuttosto bruciati dalla sconfitta contro i cecoslovacchi ai Mondiali in Cile», racconterà poi nella sua autobiografia. «Era una squadra tutta nuova. Entravamo in ogni stadio con la convinzione di poter strappare almeno un pareggio, e spesso vincevamo».
In una semifinale epica contro la Spagna nello stadio Santiago Bernabéu di Madrid, Bene realizzò il gol del pareggio dell’Ungheria che portò la sfida ai supplementari, ma poi sprecò due clamorose occasioni e Amancio al 115’ segnò la rete del ko.
Con queste premesse, l’Ungheria partì per il Mondiale del 1966 come una delle sorprese possibili del torneo, ma si guadagnò appieno lo status di favorita dopo aver travolto i campioni uscenti del Brasile 3-1 nella fase a gironi. Fu una partita memorabile, con una magistrale regia di Albert a centrocampo, gol spettacolari di Bene e János Farkas e un rigore trasformato da Kálmán Mészöly del Vasas.
Per il secondo Mondiale di fila, però, la selezione fu eliminata ai quarti di finale da una squadra meno dotata. Questa volta furono i rudi sovietici a mettere il freno a Albert & soci e a sfruttare senza pietà due gravi errori difensivi e un gol di Bene arrivò troppo tardi per ribaltare il risultato. Il resoconto della partita del Times del giorno dopo recitava: “La migliore squadra del torneo è appena stata estromessa”. Dopo una rapida ascesa alla ribalta, Bene, una delle stelle del Mondiale, non avrebbe più avuto l’occasione di partecipare a un altro evento importante.
Città del Messico 1968

Dopo la delusione subita in Inghilterra, l’Ungheria continuava a dominare il calcio europeo. Albert vinse il Pallone d’Oro nel 1967, e il Ferencváros tornò in finale di Coppa delle Fiere nel 1968, ma questa volta dovette arrendersi al Leeds United.
Nel cammino verso la finale, il Ferencváros incontrò il Liverpool nel gennaio 1968 allo stadio Anfield di Liverpool. In quella notte innevata i Reds furono travolti tecnicamente e tatticamente tanto che alla fine i tifosi della Kop tributarono una standing ovation ai magiari. Un giovane giocatore in particolare si mise in luce, il 23enne Zoltán Varga.
Pochi mesi dopo aver incantato Anfield, Varga partì con la squadra olimpica per Guadalajara per prepararsi ai Giochi in Messico e puntare all’obiettivo minimo: l’oro. Varga aveva fatto da spalla a Flórián Albert nella scalata del Ferencváros come miglior club ungherese. Aveva anche conquistato una medaglia d’oro a Tokyo e aveva accumulato 12 presenze in nazionale prima delle Olimpiadi. Per una volta senza la lunga ombra del magico Flórián, il discepolo Varga avrebbe dovuto guidare la squadra a una vittoria che si sperava potesse anche infondere fiducia per la prossime fasi di qualificazione ai mondiali 1970.
Ma non andò così. Durante un pomeriggio di gite turistiche con la squadra a Guadalajara, Varga lamentò crampi allo stomaco. Quando saltò la cena in albergo, l’allenatore Lakat mandò uno della squadra a controllare nella stanza di Varga. Ma la stanza era deserta, la valigia scomparsa. Varga chiamò più tardi nella serata da New York dicendo che sua moglie era incinta e lo stava aspettando in Germania. Varga aveva disertato (disszidált) e il calcio ungherese aveva perso la sua giovane stella e il successore naturale di Flórián Albert.
«Non confidò a nessuno i suoi piani», ricorda Antal Dunai. «Varga era un calciatore straordinario ma anche un personaggio difficile e riservato. Siamo rimasti sconvolti e abbiamo avuto l’impressione che ci avesse tradito poco prima dell’inizio del torneo. Anche se in un certo senso lo comprendevamo, eravamo tutti influenzati dal sistema che demonizzava i dissidenti».
Lajos Kű, un altro calciatore che avrebbe poi disertato, ricorda la reazione del capo della MLSZ quando gli fece capire che stava pensando di cercare un contratto all’estero: “Non giocherai mai più in Ungheria; verrai cancellato dalla mappa del calcio ungherese”. Il 27enne centrocampista del Ferencváros e membro della squadra olimpica del 1972 aveva collezionato 12 presenze quando decise di lasciare l’Ungheria nel 1975 per firmare per il Club Brugge in Belgio con cui disputò la finale della Coppa dei Campioni del 1978. Prima della finale di Wembley, la stampa sportiva ungherese aveva riportato che Kű era stato arrestato per rissa e si trovava in una prigione belga. Quando la Magyar Televízió trasmise la partita, vinta dal Liverpool grazie a un gol di Kenny Dalglish, il commentatore si riferì a Kű non per nome, ma come “l’ala del Bruges”.
«La tentazione di fuggire era forte», confessa Dunai. «Ma il prezzo da pagare era troppo alto. Sarei stato bandito per anni e la mia famiglia sarebbe rimasta prigioniera in Ungheria. Non era una scelta semplice».
Quando Varga scappò in Messico, la squadra rimase sconvolta. Ma invece di arrendersi, decise di rialzarsi e combattere e, per una volta, la fortuna gli arrise. Giappone e Bulgaria fecero fuori le favorite Spagna, Francia e Messico, e l’Ungheria ebbe vita facile contro i giapponesi in semifinale. Nella finale contro la Bulgaria, l’Ungheria andò sotto di un gol ma poi Menczel e Dunai ribaltarono il risultato prima dell’intervallo. Il gol di Dunai scatenò una rissa e la Bulgaria rimase in 8. Nel secondo tempo, Dunai e István Juhász fissarono agevolmente il punteggio sul 4-1 e regalarono all’Ungheria la medaglia d’oro.
Per Varga, invece, le cose andarono male. Da New York andò a Liegi dove un agente gli aveva garantito un contratto con lo Standard. Ma i belgi si tirarono indietro quando la MLSZ fece pressione sull’UEFA per infliggergli la squalifica più severa possibile. Varga riprese a giocare solo due anni dopo con l’Hertha Berlino in Germania. Nel 1972, fu coinvolto in uno scandalo di partite truccate, squalificato per altri due anni in Germania, e costretto a girare per l’Europa fino al ritiro nel 1977. «Varga aveva molto più talento di quello che ha dimostrato in Europa», dice Dunai. «È stato uno spreco».
L’unica volta che Dunai fu tentato di partire fu quando arrivò il Barcellona. Vincitore della Scarpa d’Argento nel 1968 e della Scarpa di Bronzo nel 1969, fu contattato l’anno dopo dalla leggenda del Barcellona László Kubala, l’ungherese che se ne andò nel 1948 per diventare uno dei più grandi eroi del club catalano. Dopo una partita amichevole estiva dell’Újpest in Spagna, Kubala, allora ct della Spagna, offrì contratti triennali con il suo amato Barça sia a Dunai che a Bene. Entrambi rifiutarono.
«Ora che ho 70 anni, mi pento di non essere andato», disse Dunai in un’intervista del 2013. «Nella vita hai solo una possibilità di usare il talento che ti è stato dato. Questa era la mia, e non l’ho colta».
Monaco 1972

Nel frattempo la strada verso il Mondiale di Messico 70 si era fatta tortuosa per l’Ungheria dopo un cambio di allenatore a stagione in corso. Il nuovo tecnico Károly Sós aveva guidato con successo la Germania Est per sette anni, ma a Budapest era un estraneo che non conosceva nemmeno i nomi dei suoi calciatori ed era famoso per i suoi cambi disastrosi.
Poi, quattro giorni dopo che l’Újpest di Bene e Dunai era stato sconfitto dal Newcastle nella finale d’andata della Coppa delle Fiere del 1969 – l’Újpest forniva la maggior parte dei giocatori alla nazionale – un’Ungheria sonnolenta subì un clamoroso rovescio contro la Danimarca nelle qualificazioni. A peggiorare le cose, Albert e Dunai si infortunarono gravemente durante la partita.
Senza i due leader e con un allenatore incapace, la squadra dilapidò il vantaggio nel proprio girone di qualificazione. Nel settembre 1969, in vantaggio per 3-1 all’intervallo contro la Cecoslovacchia a Praga, gli ospiti furono travolti dalla furia dei tifosi di casa che lanciavano oggetti contro gli ungheresi, rei di aver partecipato all’invasione del Patto di Varsavia (la famosa Primavera di Praga finita nel sangue), e subirono i due gol del pareggio.
Tutto si decise nello spareggio decisivo contro la Cecoslovacchia nel neutro di Marsiglia il 3 dicembre 1969. Poco prima della partita, uno dei dirigenti della MLSZ fu ricoverato per un’intossicazione alimentare che ritardò la partenza della squadra dall’albergo. Poi il bus rimase bloccato prima dal traffico e poi da un incidente. I giocatori si vestirono sul mezzo e arrivarono in campo appena in tempo per il fischio d’inizio. Fu una disfatta. “I cecoslovacchi arrivano”, ripeteva con angoscia il radiocronista György Szepesi mentre l’Ungheria crollava sotto i colpi dei rivali e perdeva per 4-1, mancando la finale del Mondiale per la prima volta dal 1950.
Quella notte Marsiglia entrò nella lista nera dei luoghi maledetti della storia del calcio ungherese, insieme a Berna (1954) e poi a Irapuato (1986). Molti campioni degli anni ’60 dissero addio al calcio, tra cui Mészöly e Göröcs. A casa, il pubblico incredulo boicottò il turno successivo delle partite di campionato in segno di protesta per la catastrofe. All’inizio del nuovo decennio, invece di sperare in una squadra al massimo delle sue possibilità in lizza per il Mondiale, il futuro del calcio ungherese non era mai stato così buio.
Ma un’ultima volta, l’Ungheria avrebbe potuto esultare. Sulla panchina tornò Rudolf Illovszky, l’allenatore che la MLSZ aveva sostituito con Károly Sós nel 1968. Come se l’epoca di Sós fosse stata solo un’incresciosa parentesi, quattro anni dopo Illovszky ripartì da dove si era fermato e questa volta condusse l’Ungheria fino alla semifinale degli Europei del 1972.
Di fronte al solito temuto avversario sovietico, l’Ungheria assaltò la porta nemica, ma non trovò la via del gol. Bene, Kû e Miklós Páncsics sprecarono tutti un’occasione d’oro prima che i sovietici trovassero il vantaggio con un tiro fortunoso che si infilò alle spalle del portiere István Géczi.
A cinque minuti dalla fine, all’Ungheria fu concesso un rigore. Dunai, che quel giorno assisteva dalla panchina, rabbrividisce al ricordo. «Sándor Zámbó aveva realizzato alcuni rigori in allenamento e si propose per calciarlo. Pensava che se si fosse girato di spalle al portiere, avrebbe nascosto le sue intenzioni su dove avrebbe tirato. Ma quando si voltò, non diede forza al suo tiro e consegnò la palla nelle mani del portiere». Non c’era tempo per i rimpianti perché Illovszky si affiancò presto all’allenatore veterano Lakat e alla squadra per le Olimpiadi che si sarebbero svolte a Monaco quell’estate.
Come si sa, furono Giochi offuscati dalla violenza estrema. Dunai, alla sua terza Olimpiade consecutiva, ricorda di aver visto i commando tedeschi assaltare i terroristi palestinesi del “Settembre Nero” che avevano invaso i quartieri israeliani del villaggio olimpico. «Abbiamo tutti osservato per ore dal bordo dei nostri balconi, senza capire veramente cosa stesse succedendo, ma sperando che non cancellassero il torneo».
Dopo la tragica fine del dramma degli ostaggi, le Olimpiadi furono sospese ma solo per un giorno, quando ormai l’Ungheria aveva superato le sei partite per raggiungere la finale contro una Polonia che non aveva mai disputato una finale importante prima d’ora.
L’ultima sconfitta dell’Ungheria alle Olimpiadi risaliva al lontano 1960 contro la Danimarca in semifinale. Da allora aveva vinto 16 partite e pareggiato due ed era vicina al record dei tre ori consecutivi. Davanti a 80.000 spettatori allo Stadio Olimpico, l’Ungheria passò in vantaggio nel primo tempo con Béla Váradi ma alla fine fu sconfitta 2-1. La Polonia, che già vantava tra le sue file gli straordinari Kazimierz Deyna, Grzegorz Lato, Robert Gadocha e Włodek Lubański, poco dopo portò praticamente la stessa squadra ai Mondiali del 1974 dove finì terza dietro alla Germania di Beckenbauer e all’Olanda di Cruyff.
Per il pubblico ungherese di allora, il quarto posto ai Campionati Europei e l’argento olimpico erano amare delusioni. La stampa criticava la scelta di Illovszky di lasciare fuori Ferenc Bene, uno dei veterani della squadra, contro il parere di Lakat. «Ero convinto che la medaglia d’oro fosse nostra», ha confessato Illovszky in una trasmissione televisiva trent’anni dopo. «Tutti ci accusavano di aver sprecato l’occasione nel 1972, ma io rispondevo che non era una sconfitta: non si poteva sapere quando avremmo avuto un’altra chance».
E così fu. Nei successivi 40 anni, l’Ungheria non è riuscita a qualificarsi per 10 edizioni consecutive dei Campionati Europei e la sua unica partecipazione a un torneo olimpico nel 1996 si è conclusa con l’addio al primo turno.
Il talentuoso Antal Dunai, nonostante le sue medaglie olimpiche, il record di gol alle Olimpiadi e i trofei di Scarpa d’Argento e di Bronzo europei, non ha mai potuto giocare in un Mondiale, né in un club straniero. «Le Olimpiadi sono state sempre esperienze indimenticabili», afferma. «Si respirava un’atmosfera di pace e amicizia tra gli atleti di tutto il mondo. Sono orgoglioso che l’Ungheria abbia questo straordinario record olimpico nel calcio e che io ne sia stato protagonista, con le medaglie a testimoniarlo».


