La storia di Scott LeTellier: avvocato mormone, tifoso per caso, e l’uomo che ipotecò la propria casa pur di portare la Coppa del Mondo in America.
Nessuno sa chi sia. Eppure, se il Mondiale del 1994 si è giocato negli Stati Uniti, gran parte del merito è suo. Scott LeTellier non ha mai segnato un gol, non ha mai allenato una squadra, non è mai stato dirigente di un club. Era un avvocato della California del Sud con una fede mormone e una passione tardiva per uno sport che, da bambino, non sapeva nemmeno esistesse.
Una lista di sogni
Tutto comincia con un foglio e una penna. Milwaukee, anni Sessanta: un bambino di undici anni e suo padre compilano l’elenco dei quindici più grandi eventi sportivi del mondo che Scott vorrebbe vedere dal vivo, almeno uno per disciplina. Wimbledon, le 500 Miglia di Indianapolis, il Kentucky Derby, il Masters di Augusta, un titolo mondiale dei pesi massimi, il Super Bowl, la Stanley Cup, le finali NBA, le World Series, il Rose Bowl, le Olimpiadi estive e invernali.
Sessant’anni dopo, LeTellier può dire di averli visti tutti, almeno una volta. Era a Las Vegas nel 1980 quando Muhammad Ali perse contro Larry Holmes; ha visto i Kings di Los Angeles alzare la Stanley Cup e ha assistito al duello tra Larry Bird e Magic Johnson. Ma prima di chiudere quella lista, il ragazzino di Milwaukee aveva voluto aggiungere l’evento che riteneva il più grande del pianeta: la Coppa del Mondo di calcio. Non ne capiva nulla — la mise in lista quasi per scrupolo, perché un evento così non poteva mancare.
Non poteva certo immaginare che un giorno sarebbe diventato l’uomo a cui gli Stati Uniti avrebbero dovuto, in buona parte, l’organizzazione del Mondiale.
La rivelazione di Monaco
Per anni il calcio europeo resta per Scott un’astrazione. La prima partita che vede da bambino è uno 0-0 soporifero tra due squadre britanniche di passaggio in America: nessuno gli spiega le regole, lui non ci capisce niente. «Un’esperienza che non aveva nulla di indimenticabile», ricorderà.
Ma Scott non è soltanto un appassionato di sport: è anche profondamente religioso, e a ventun anni diventa membro della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Quando lo mandano per due anni in missione a Monaco di Baviera, l’impatto è duro. La lingua gli sfugge, gli sport americani gli mancano da morire — al punto che chiede al padre di infilare nelle lettere settimanali le pagine sportive ritagliate dal Milwaukee Journal, per restare aggiornato su classifiche e tabellini.
A sbloccarlo è il vecchio adagio di un vescovo: «A Roma, fai come i romani». «Ero in Germania e non facevo il minimo sforzo per capire gli sport che contavano lì, a partire dal calcio», confesserà. La svolta arriva sotto forma di un ragazzino di dodici anni, Andy, appassionato di pallone, che ogni domenica gli porta gli articoli ritagliati dalla rivista Kicker. Andy gli spiega la Bundesliga, concetti oscuri per uno spettatore americano come la retrocessione o la Coppa dei Campioni. Scott finisce per abbonarsi da solo alla rivista. È l’inizio di una lunga storia d’amore.
L’incontro con il Kaiser

Il primo grande momento è il Mondiale del 1974, in Germania Ovest. LeTellier non si perde una partita; si fa perfino accogliere agli stadi da studenti di confraternite tedesche. «La Germania era spietata, con un attacco sempre perfettamente organizzato», ricorda. Poco dopo, grazie a una conoscenza fatta giocando a tennis, finisce a una festa con i campioni del mondo della Germania nella cittadina di Herzogenaurach.
Lì conosce Franz Beckenbauer, al quale regala una copia del Libro di Mormon. In cambio, il Kaiser lo interroga sullo stato del calcio in America: Scott non ne ha la minima idea, ma ne approfitta per scambiare due parole. «Ero lontano dall’immaginare che un anno dopo Beckenbauer avrebbe firmato con i Cosmos e sarebbe venuto a giocare in America.»
La rincorsa al Mondiale
Tornato negli Stati Uniti, lo studente di legge è convinto che il calcio stia per esplodere e che lui voglia farne parte. Si siede al telefono, compone il numero della federazione e aspetta che qualcuno risponda. La sua parlantina fa il resto: diventa l’avvocato della California Soccer Association.
Il salto arriva nel 1981, a trent’anni: viene assunto nel comitato organizzatore delle Olimpiadi di Los Angeles 1984, dove fa da aiutante a Peter Ueberroth e si occupa del torneo di calcio — vinto dalla Francia di Henri Michel. È il lavoro che lo avvicina a un dirigente FIFA ambizioso e in rapida ascesa: Sepp Blatter, presto segretario generale dell’organizzazione. Insieme visitano stadi a Saint Louis, Filadelfia, Stanford e Indianapolis, e tra un sopralluogo e l’altro giocano a tennis.
Nel 1983 LeTellier assiste impotente alla candidatura disastrosa degli Stati Uniti per il Mondiale dell’86 — assegnato in fretta dopo che la Colombia, designata in origine, vi aveva rinunciato. Il dossier americano è un pasticcio: «Gli stadi proposti non avevano le dimensioni giuste e in parecchie foto si vedevano ancora le righe del football americano invece di quelle del calcio», ricorda.
130 pagine in due giorni
La federazione, però, non si arrende e punta all’edizione del 1994. Il presidente Werner Fricker si rivolge a LeTellier, la cui fama di avvocato serio e tifoso vero non smette di crescere. In due giorni, lavorando dodici ore al giorno, Scott detta al dittafono le linee guida di un documento di centotrenta pagine fitte di dettagli tecnici. Poi attraversa il Paese per ottenere il consenso scritto di ogni stadio papabile — una trentina — e fa la spola con Washington per strappare le garanzie del governo federale, discutendone con il gabinetto del presidente Reagan. Tutto chiuso e firmato nell’estate del 1987.
Il dossier statunitense è costruito attorno a un’idea precisa, gradita alla FIFA: niente cantieri faraonici, ma grandi impianti già esistenti e un’attenzione spiccata alla redditività commerciale. La contropartita imposta da FIFA è chiara: gli Stati Uniti dovranno dotarsi di un campionato professionistico — promessa da cui nascerà, nel 1996, la Major League Soccer.
Zurigo, 4 luglio 1988

A contendersi l’organizzazione sono tre nazioni: Stati Uniti, Brasile e Marocco. Quando la delegazione americana — venti persone — si presenta al Mövenpick Hotel di Zurigo, le sue quotazioni non sembrano altissime. Il Brasile, che non ospita un Mondiale dal 1950 e dal trauma del Maracanazo, parte tra i favoriti; il Marocco gioca la carta opposta, sostenendo che l’America ha già fin troppi grandi eventi e non ne ha bisogno. Mesi prima, ai margini del Mondiale Under 20, l’amico Blatter era stato franco con LeTellier: dava il Brasile all’80% e gli Stati Uniti appena al 10.
Ma il vento gira. Il Brasile sprofonda nella crisi economica e, soprattutto, monta la tensione tra il potentissimo presidente FIFA, il brasiliano João Havelange, e il numero uno della confederazione brasiliana, Octavio Pinto Guimarães. Havelange teme che, se il Mondiale andasse in patria, il rivale si prenda tutti i meriti. Una crepa si apre. LeTellier intende sfruttarla.
E c’è un dettaglio che pare un segno del destino: la data del voto, fissata in origine al 30 giugno, viene spostata da FIFA al 4 luglio — il giorno dell’Indipendenza americana.
La vigilia, LeTellier passa quasi tutta la notte a limare la presentazione e a mandare a memoria i nomi completi dei venti membri del comitato esecutivo, incluso quello — di oltre quindici sillabe — di un dirigente malese. «L’ho ripetuto talmente tante volte…», ride. L’esposizione della delegazione americana dura ventidue minuti, compreso un videomessaggio di due minuti del presidente Reagan. «Reagan era stato attore, era a suo agio davanti a una telecamera e adorava fare video, quindi…», racconta Scott.
Poi richiamano Fricker per la riunione decisiva, e i minuti diventano ore. Finché il presidente non riappare nel corridoio con una strana espressione. «Era sulla soglia della nostra sala, l’ho visto camminare con le lacrime agli occhi», ricorda LeTellier. «Era un immigrato tedesco, un tipo impassibile, poco emotivo. Da giovane aveva giocato nella nazionale americana. Portare la Coppa del Mondo negli Stati Uniti era il suo sogno. Quando l’ho visto in quello stato, ho capito che ce l’avevamo fatta.»
Alle 13:21 il vicepresidente FIFA Harry Cavan annuncia il verdetto, uscito da una sola votazione a scrutinio segreto: Stati Uniti 10, Marocco 7, Brasile 2. Il favorito brasiliano è arrivato ultimo. È il margine più stretto nella storia delle assegnazioni del torneo, e gran parte dei voti americani arriva dai dirigenti europei e della CONCACAF.
La sera, sul lago di Zurigo, gli espatriati americani organizzano fuochi d’artificio. Il giorno dopo, sull’aereo di ritorno, alcuni passeggeri si congratulano con i connazionali. «Adoro questo sport, soprattutto quando ci sono le mischie», scherza uno di loro, confondendo allegramente il calcio con il rugby.
L’ipoteca sulla casa

Missione compiuta, Scott torna alla vita di tutti i giorni: tre figli, il sole della California e, a trentasette anni, l’arrivo di un quarto. «La vita si prospettava davvero bella», dice. Poi un’altra telefonata di Fricker cambia tutto: gli offre la presidenza del comitato organizzatore. LeTellier accetta — diventerà presidente e direttore operativo di World Cup USA 1994.
Appena arrivato a Washington, però, il telefono squilla di nuovo. «Abbiamo un problema.» Per finanziare la candidatura, Fricker si era affidato a una cassa di risparmio di Filadelfia, che aveva anticipato 750.000 dollari. Ma quegli istituti finiscono sotto la lente del governo per dissesti e attività illecite: la banca viene perquisita e le autorità pretendono il rimborso immediato dei prestiti. Il comitato, incapace di pagare, rischia di affondare.
Fricker chiama in soccorso Patrick Nally, esperto di marketing britannico noto in FIFA. Ma Nally pretende in cambio tutti i ricavi dell’evento, biglietti compresi. «Quel piano era stato cucito alle mie spalle… Era un tipo astuto, ma anche subdolo», è il giudizio tranchant di LeTellier.
Tutto, pur di evitare quella soluzione. Così Scott decide di ipotecare la propria casa in California. A sbloccare la situazione è infine un suo ex cliente, Dick Kazmaier — ex giocatore di football americano e ora presidente di una banca importante — che concede al comitato una linea di credito da otto milioni di dollari.
Un sognatore
A torneo avviato, niente avrebbe più impedito al ragazzo di Milwaukee di godersi la sua creatura. «Durante la competizione non avevo più molto da controllare. Ogni giorno sceglievo la partita che volevo vedere e me la guardavo dagli spalti.» Quel Mondiale resta, ancora oggi, il più seguito di sempre: oltre 3,5 milioni di spettatori complessivi e una media vicina ai 69.000 a partita, record tuttora imbattuto malgrado le edizioni successive siano passate da 24 a 32 (e ora 48) squadre.
Il suo eroe resta però Michel Platini, incontrato più volte e perfino partner sul campo da golf. I due dovrebbero rivedersi in occasione del Mondiale del 2026, organizzato da Messico, Canada e Stati Uniti. Le Roi ha promesso all’amico americano che probabilmente verrà, con la famiglia.
Un ritorno della grande festa del calcio sul suolo americano per il quale — nota LeTellier con una punta d’amarezza — nessun membro del comitato del 1994 è stato interpellato. Ma il mormone resta filosofo: «Quello che abbiamo vissuto ai nostri tempi era unico. Sarà comunque, di nuovo, una Coppa del Mondo spettacolare.»