NILS LIEDHOLM – luglio 1981

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Un viaggio lampo al paese natale di Valdemarsvik per respirare l’aria di casa prima di riprendere l’attività, l’incontro con Nordhal, che gioca ancora a sessant’anni e i ricordi di un’infanzia semplice, quando sognava di fare il contadino. Un «barone» inedito, in questo reportage esclusivo

Le Vacanze del Barone

VALDEMARSVIK. Nils Liedholm è tornato al Nord a respirare l’aria del suo paese natale per trascorrere una breve ma intensa vacanza in famiglia. Qui, novemila abitanti, un ridente e pittoresco villaggio sulla costa orientale svedese il «barone» ha trascorso la sua infanzia e avviato la sua lunga e prestigiosa carriera di calciatore trasferendosi al Norkòepping e poi al Milan. I suoi ricordi volano spesso qui; sulla baia punteggiata dalle tipiche case di legno rosso bordeaux, con lo sfondo verde degli abeti e delle betulle. È una zona di agricoltori benestanti con fattorie attrezzate. Fare il contadino, qui, significa essere libero e ricco, avere un contatto privilegiato con la stupenda natura. Le barche nel porto denotano che Valdemarsvik è un posto preferito dagli appassionati degli sport dell’acqua. Un tempo vi era un’industria trainante: una conceria che ha dato lavoro a molti compaesani di Liddas per generazioni, da quanto sulla fine dello scorso secolo sorse e si trasformò da artigianale in industriale, risultando prima, per grandezza, in Scandinavia, e seconda in Europa. Poi, con la diversificazione economica e la crisi, la conceria ha dovuto chiudere dopo la guerra e al suo posto c’è ora una fabbrica di mobili. La ferrovia è stata sostituita a una linea di autobus ma si ferma ancora alla vecchia stazione. In via della ferrovia, Jàrnavàgsvagen, si trova appunto casa Liedholm dove, primo a comparire e dare il benvenuto, è il cane battezzato «il mago».

NORDHAL. Il trainer della Roma ci accoglie con la ben nota cordialità. Sul finire dell’intervista appare sulla soglia Gunnar Nordhal che viene a salutare l’antico compagno e gli racconta d’un suo recente incontro di football a sessantanni suonati. A Valdemarsvik si vede, appena può, Bjorn Borg, al «System Bolaget», il negozio di Stato per gli alcolici, ad acquistare personalmente le bottiglie di vino prima d’imbarcarsi per raggiungere la sua isola di Kattilo. Questo piccolo paese di pescatori è quindi regno di persone importanti, come il barone Nils. Da oltre trent’anni vive in Italia, da quando nel 1949 cominciò a giocare nel Milan. Quale effetto prova nel ritornare in Svezia e al suo borgo natio?
«Penso che noi tutti abbiamo il bisogno di “sentire” la terra dove siamo nati, anche se io quando sono in Italia non ho nostalgia, non l’ho mai avuta. Confesso, però, che quando vengo qui a Valdemarsvik mi ritorna tutta la mia gioventù. E questo è molto importante. Per esempio sono tornato sullo stesso campo dove cominciai la mia attività. Mi sono allenato li e subito mi sono sentito benissimo. Qui ritrovo i miei vecchi amici che a volte non riconosco dopo tanti anni di assenza. Qui riscopro gli affetti famigliari di mio fratello Karl e di mia sorella Margareta».

– Da bambino, quale professione sognava da abbracciare?
«Da bambino, sognavo sempre di fare il contadino. Dopo, invece, quando andavo a scuola sognavo di diventare calciatore anche se non esistevano possibilità di professionista».

– I fattori decisivi per cui ha scelto la carriera di calciatore?
«A dieci-dodici anni io e i miei compagni avevamo formato una squadretta, dove noi stessi fungevamo anche da presidente, consiglieri, segretario. Eravamo così forti da riuscire a battere anche gli juniores. lo e un mio compagno, Lundqvist, a sedici anni giocavamo già in prima squadra.»

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– Con quale frequenza torna in Svezia?
«Di solito torno ogni anno, se possibile. Non sempre, perché ci sono state a volte pause di tre anni. Qui mi attendono per la tradizionale intervista sul calcio internazionale».

– Sente forte il richiamo del Nord, della sua stupenda natura, dei boschi, e dei laghi, dei lunghi silenzi, dei paesaggi incantati?
«Si, certo. E vero si fanno qui passeggiate tonificanti, apprezzate specialmente quando si svolge un lavoro stressante come il mio. È indispensabile godere tranquillità, seppure per una visita così breve come questa. Serenità e relax riesco, tuttavia, a raggiungerli anche in Italia, nella mia campagna di Cuccaro Monferrato, in Piemonte».

– Dove produce anche un pregevole vino D.O.C.?
«Si, ero alla ricerca di un podere e ho trovato dei vigneti». – Vivendo in Italia avrà certamente assorbito regole mediterranee, quali? «Le abitudini del mangiare, l’alimentazione, gli orari. La tavola diventa quasi un rito, il principale del giorno. Lì, in Italia, si lavora per mangiare, per andare a tavola e poter parlare, per restare insieme. A me piace e fa bene il cibo italiano. Noto subito la differenza tornando a casa: aringhe marinate, patate svedesi, “surstromming” (aringa del Baltico fermentata). In Svezia al mangiare non si dà troppo peso, si mangia in velocità per sopravvivere. Con gli allenamenti si è costretti ad avere un ordine nei pasti».

– Della mentalità, usi e tradizioni svedesi che cosa apprezza di più e cosa ha conservato?
«È difficile dire, perché in me c’è una mescolanza di svedese-italiano. Spero di aver assorbito i pregi dei due paesi, e non solo i difetti».

– Chi è stato il primo a definirla «barone»?
«Non so. È strano, perché come giocatore a Milano mi chiamavano “il Conte”. Quando sono arrivato a Roma mi hanno ribattezzato “Barone”. Comunque sono stati i tifosi a chiamarmi così».

– Lontano dall’Italia e fuori dal ribollente ambiente calcistico quali sono le sue riflessioni sul campionato che l’ha portata a un soffio dallo scudetto?
«Diciamo che ho archiviato il campionato 80-81 per non rimpiangere niente. Abbiamo buttato alle ortiche un’occasione unica. Si doveva e poteva vincere. Si deve considerare che la Roma, come società, è giovane di tradizioni. Se questo è stato un peso e se – tecnico e giocatori – siamo stati ingenui, può darsi. Bisogna tuttavia riflettere che siamo stati battuti dalla Juventus, un club nobile con giocatori d’esperienza, quasi una Nazionale. Non c’è da rimpiangere tanto, perché abbiamo fatto il nostro dovere fino in fondo. E poi, si deve guardare al futuro».

liedholm-intervistaq-1981-wpIL FUTURO. Guardiamolo, allora, questo futuro…
«Si affrontano nuovi problemi. Le squadre appaiono rafforzate, ma il campionato sarà un giudice impietoso. Quando hai ottenuto un successo, un secondo posto, e poi arrivi terzo o quarto, diventi un “fallito”. Questo non è vero, perché può anche dipendere dal rafforzamento delle dirette avversarie. Ciò comporta, ovviamente, nuovi grattacapi per il tecnico. Si deve perciò mantenere il ritmo e lo stile del successo ed è difficile».

– Soddisfatto degli acquisti? Come pensa di utilizzare i nuovi arrivati?
«Abbiamo preso Chierico e Nela, due tra i giocatori più in vista della serie B; Perrone dalla Lazio, il libero dell’avvenire; e Marangon: quattro giocatori validissimi con una carriera davanti. Sono convinto che i nuovi riusciranno e inserirsi preso nei, nuovi schemi. Non posso comunque dire con sicurezza chi sarà titolare: dispongo di una rosa che faccio girare secondo le opportunità. Con me nessuno è titolare e nessuno è riserva, in partenza».

– Quale reparto giallorosso sarà più soggetto a mutamenti?
«La difesa, quasi certamente. Abbiamo acquistato tre difensori e quindi ci sarà qualche variazione rispetto al passato anche se, lo ripeto, con me nessuno parte titolare».

– E tatticamente cosa farà?
«Il fine è di giocare in senso più offensivo o credo che ciò potrà essere possibile. La Roma ha già mostrato, più delle altre, un football d’attacco e continueremo la stessa strada».

– Quali saranno, secondo lei, le squadre aspiranti allo scudetto?
«Le favorite si restringono a quattro: la Juventus, detentrice del titolo, l’Inter che si è sensibilmente rafforzata, la Fiorentina e il Milan, Poi veniamo noi e il Napoli. Ritengo queste le compagini in grado d’occupare i primi sei posti della classifica».

– E le campagne acquisti più indovinate?
«Prima del torneo è difficile dire, perché tutte sembrano azzeccate. Sulla carta, la Fiorentina con Vierchowod, che abbiamo tentato anche noi d’acquistare. Graziani, Pecci, Anche il Napoli si è equipaggiato bene».

– Un pensiero sui suoi giocatori.
«A livello mondiale abbiamo senz’altro Falcao. Poi non dimentichiamo Pruzzo, Bruno Conti e Ancelotti che sono da Nazionale. E, inoltre, Turone e Di Bartolomei che tutti vorrebbero nella propria squadra».

– Quali giocatori vorrebbe avere in giallorosso?
«Abbiamo inseguito inutilmente Vierchowod, Antonelli e Graziani. La Roma, comunque dispone di uomini validissimi. Vedrei con piacere la possibilità di acquistare un altro straniero, specialmente di un goleador».

– Allenerebbe volentieri la Nazionale italiana o svedese?
«Alla Svezia ho già detto di no un paio di volte. Ho difficoltà a trasferirmi stabilmente nella “mia” patria, perché la mia famiglia è ormai tutta italiana. Vivo da troppi anni in Italia. Non sono neanche disposto ad allenare la nazionale italiana, perché ho bisogno di stare in contatto ogni giorno coi miei giocatori. Devo vivere con loro, andare sul campo insieme con loro e avere un rapporto umano e continuo con loro».

IERI E OGGI. La differenza tra il calciatore di ieri e oggi?
«Ogni epoca ha la sua specialità. Le scarpe si trasformano in più leggere, i sistemi d’allenamento mutano, i grandi giocatori esistono in ogni tempo. Sono dell’avviso che chi era bravo ieri, sarebbe stato anche valido oggi e viceversa».

– Quali allenatori sono vicini alle sue teorie?
«È difficile dirlo. Penso tuttavia che i tecnici che vengono fuori da Coverciano si sono avvicinati molto alle mie teorie e si è notato un miglioramento generale nelle squadre. Però ci sono quelli che ho avuto nel Milan, nel segno dello stile-Milan, che hanno fatto carriera: Radice, Trapattoni, Bagnoli, Marchioro, che sono espressione della scuola-Milan la quale trae le sue origini dal Gre-No-Li. Si fondò allora un tipo di gioco originale seguito e portato avanti da Schiaffino e continuato con Rivera. Ritengo quel modello come lo stile di gioco più elegante del calcio italiano. Questi tecnici rappresentano i seguaci di una tradizione partita da lontano trent’anni fa».

– Quale avvenire prospetta alla nazionale italiana?
«Molti sono i giovani promettenti. La nazionale non è per niente “vecchia”. Purtroppo ha subito gravi perdite per le squalifiche di Rossi e Giordano. Si è trattato di un brutto colpo, in quanto i due si trovano nell’età migliore per maturare, migliorarsi, diventare più “grandi”. Questi credo, sono i problemi di Bearzot, intento a recuperare pienamente i due».

– Si può dare una raccomandazione a Bearzot in vista dei mondiali 82?
«No, non ho da dar consigli, perché bisogna essere “dentro”, per vedere le cose e nessuno meglio di Bearzot può conoscere le esigenze della Nazionale».

– La stampa svedese ha collegato la sua venuta in Svezia con le trattative di tre squadre italiane senza straniero per l’acquisto della prestigiosa punta Torbjorn Nilsson, del Goteborg.
«Errato. Non sono venuto per questo scopo. Ho parlato con un giornalista che ha svisato le mie affermazioni facendo sorgere una notizia infondata. Fra l’altro non conosco Nilsson non avendolo mai visto giocare».