PROSINECKI Robert

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Prosinečki nacque il 12 gennaio 1969 a Schwenningen in Germania, da papà croato e mamma serba, entrambi Gastarbajteri (così si chiamano gli emigrati jugoslavi, dal tedesco Gastarbeiter, “lavoratori ospiti”, cioè immigrati). All’età di dieci anni ritornò a Zagabria, dove iniziò la sua carriera calcistica con la Dinamo. Il primo, importantissimo risultato raggiunto da Robi fu il Mondiale Juniores in Cile nel 1987 con la Jugoslavia: era l’ennesima fantastica generazione in divenire del calcio jugoslavo, con Zvone Boban, Davor Šuker ma anche Peđa Mijatović, Igor Štimac, Robert Jarni. Nei quarti contro il Brasile fu proprio Robi a segnare la rete decisiva (2-1) con una fantastica punizione sul secondo palo all’ultimo minuto. Con lo stesso risultato la Jugoslavia superò la Germania Est di Matthias Sammer in semifinale, per trovarsi in finale la Germania Ovest di Andreas Möller: i supplementari terminarono 1-1 e i giovani plavi vinsero ai rigori (5-4), con l’ultimo tiro di Boban che in precedenza aveva marcato anche la rete dell’1-1. Prosinečki vinse il Pallone d’Oro della manifestazione come miglior giocatore del torneo, lo stesso trofeo che aveva ricevuto Diego Maradona otto anni prima a Tokyo.

Al ritorno in patria alla Dinamo le tensioni erano sempre più forti con continui scontri con l’allenatore del club Miroslav Ćiro Blažević: secondo la leggenda, Ćiro avrebbe affermato che nel caso Prosinečki fosse diventato un giocatore di Prima Lega (Serie A) si sarebbe mangiato il suo diploma di allenatore. Robi decise di andarsene, al club più forte della Jugoslavia, la Crvena Zvezda (la Stella Rossa) che era anche un club serbo e dunque il più acerrimo rivale della Dinamo. Alla Zvezda seppero sfruttare il talento del giovane Robi, che ben presto si ritrovò titolare con la “7” a giocare a centrocampo insieme a Dragan Piksi Stojković e Dejan Dejo Savićević, con Darko Pančev che finalizzava qualcuna delle decine di occasioni che la squadra produceva. Uno spettacolo.

La più forte Zvezda di quell’epoca fu la squadra del 1989/90, quando c’era Piksi capitano, ma anche con Dejo che aveva finito il servizio militare, Robi in pianta stabile, Pančev, Mile Belodedić e come allenatore Dragoslav Šekularac Šeki, uno dei giocatori più funambolici della storia del calcio jugoslavo. Purtroppo quei giocatori erano capaci di tutto, anche di suicidarsi come nell’incontro di Coppa UEFA contro l’1.FC Köln di Littbarski: dopo aver vinto per 2-0 al “Marakana” con due fantastiche reti di Dejo, la Zvezda riuscì nell’impresa di perdere 3-0 a Colonia, con il risultato che all’83’ era ancora sull’1-0.

Dopo i Mondiali di Italia 90, gli ultimi con la Jugoslavia unita che uscì solo ai rigori ai quarti di finale contro l’Argentina di Maradona, nel 1990/91 arrivò la gioia più grande e inaspettata: contro ogni pronostico la Zvezda vinse la Coppa Campioni!
La Stella Rossa fu protagonista di un sensazionale tour europeo condito da prestazioni maiuscole: eliminò Grasshoppers (1-1 in casa e 1-4 a Zurigo, con due rigori di Robi) e Glasgow Rangers (3-0 al “Marakana” con una punizione di Robi e 1-1 a “Ibrox”). Poi nell’andata dei quarti contro la Dinamo Dresden (3-0) fu proprio Prosinečki ad aprire le danze con una fantastica punizione nel “sette” per poi correre verso il Sever a perdifiato, come mai accadeva durante le fasi di gioco delle partite.
In semifinale si trovò di fronte il fortissimo Bayern. All’andata all’“Olympiastadion” con 20mila tifosi serbi, i crveno beli andarono in svantaggio con una rete di Wohlfarth, ma riuscirono a ribaltare il risultato con due gol capolavoro, prima di Pančev e poi di Dejo con una cavalcata micidiale dalla propria metà campo. Al ritorno al “Marakana” ribollente e strapieno (80mila persone), la Zvezda raggiunse l’agognata finale continentale proprio all’ultimo minuto, quando il risultato era di 1-2 per i tedeschi (la Zvezda era andata in vantaggio con una punizione Siniša Mihajlović, arrivato dalla Vojvodina pochi mesi prima). Allo scadere una miracolosa autorete diSan Augenthaler in collaborazione con il portiere Aumann sancì il 2-2 definitivo con il “Marakana” in tripudio e invasione finale di campo.

Il 29 maggio 1991 a Bari si giocò la finale contro l’Olympique Marseille di Bernard Tapie e con l’amatissimo ex capitano Piksi Stojković reduce da un grave infortunio nelle file dell’OM: per fortuna il belga Raymond Goethals, allenatore dei francesi, lo lasciò a marcire in panchina fino al 112’.
In quello stadio, dedicato al santo più venerato in Serbia (Sveti Nikola), la Zvezda non poteva proprio perdere. Conoscendo i suoi polli, il saggio allenatore Ljupko Petrović decise che dopo lo spettacolo dei turni precedenti era meglio limitare al minimo i rischi privilegiando, forse per la prima volta, il risultato al gioco. Fu così che, dopo una grigissima partita, la Zvezda trionfò ai rigori per 5-3 (0-0 dopo 120 minuti) con il tiro decisivo dagli undici metri di Darko Pančev.
In quattro anni Robi giocò 138 partite con la Zvezda condite da 29 reti, conquistando 3 campionati, 1 coppa di Jugoslavia e la famosa Coppa Campioni del 1991. Nello stesso anno venne premiato con il “Bravo”, il trofeo assegnato del Guerin Sportivo al miglior giovane under 21 europeo. Alla faccia di Ćiro Blažević il cui diploma, a quanto si sa, è ancora intero…

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Subito dopo la finale cadde clamorosamente il limite di età che fino ad allora non permetteva ai giocatori più giovani di emigrare all’estero. Il 22enne Prosinečki fu venduto per circa 15 milioni di dollari al Real Madrid. Intanto, era già iniziata la guerra in Jugoslavia e niente sarebbe più tornato come prima, neanche il calcio.
Al Madrid Prosinečki non ebbe fortuna: si infortunò diverse volte, tanto che venne soprannominato “muscoli di vetro”, e non riuscì a dimostrare il suo immenso valore. Dopo tre anni al Madrid il club pensò che Prosinečki non serviva più e lo lasciò libero di andarsene: venne chiamato da Radomir Antić all’Oviedo e la coppia balkan fece meraviglie; Robi non si infortunò e l’anno successivo (1995/96) venne addirittura messo sotto contratto dal Barça di Johan Cruijff, ma tornarono nuovamente i problemi fisici. Passò poi al Siviglia, ma senza lasciare il segno.

Nel 1997/98 Prosinečki ritornò in Croazia al suo vecchio club, la Dinamo Zagreb, in cui giocò tre stagioni. Nell’estate del 1998 si disputò il mondiale francese (in cui Robi segnò anche due reti) culminato con il terzo posto della Croazia guidata del solito Ćiro Blažević. Prosinečki è l’unico calciatore ad aver segnato ai Mondiali per due nazionali diverse (fu autore anche di una rete per la Jugoslavia a Italia 90, contro gli Emirati Arabi Uniti).
Nel 2000/01 passò al Hrvatski Dragovoljac, sempre in A croata, ma giocò solamente 4 partite e venne subito ingaggiato dallo Standard Liegi. La stagione successiva fu l’ultima ad alto livello, nella Serie B inglese con il Portsmouth, allora di proprietà dell’imprenditore di origine serba Milan Mandarić. Già con meno capelli e con la casacca numero 8, Robi giocò tutto il campionato marcando 9 reti (alcune meravigliose), contribuendo a salvare il club dalla retrocessione: da quelle parti è ancora ricordato come uno dei migliori giocatori della storia della società.

Poi ancora una stagione all’Olimpija Ljubljana e un’altra (2003/04) all’NK Zagreb, per un totale di oltre 400 incontri disputati in carriera. Nel 2006 fece una fugace riapparizione nel Savski Marof, squadra dell’omonimo villaggio vicino alla capitale croata, che militava in quarta divisione.
Giocatore dalla tecnica individuale sopraffina, Veliki Žuti (“il grande biondo”, altro dei suoi soprannomi) era uno dei più grandi idoli del Sever (la curva Nord del “Marakana”) e miei personali. Anche se ogni tanto (spesso) si lasciava andare in dribbling impensabili, tipo spostando la palla con la suola davanti all’avversario, senza difendere il pallone con il proprio corpo; poi ogni tanto la perdeva ricevendo gli improperi dell’intero stadio, allora spesso pieno e non desolantemente deserto come ora.

Testo di Alessandro Gori – http://www.alessandrogori.info/