RONALDINHO: la gioia del football

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“Il calcio è il balletto delle masse”. Il compositore Dmitri Shostakovich è vissuto molto prima di Ronaldinho, ma deve aver intuito, con il suo amore per la musica e per il football, che prima o poi sarebbe nato un artista capace di fare gol a passo di danza, con una fluidità di movimenti che ricorda quella delle grandi etoile. Ronaldinho ha sempre giocato senza smettere di ballare. Però pensando tutto con le sue note in sottofondo: le note della musica brasiliana, che si addicono al suo calcio molto più di un movimento sinfonico.

Ronaldo de Assis Moreira nasce a Porto Alegre il 21 marzo 1980. Diventa Ronaldinho, ed è quello il nome che a un certo punto scrive sulla maglia, perché di Ronaldo ce n’è già uno abbastanza famoso, e perché è il più piccolo della famiglia. E’ l’ultimo figlio di Joao Da Silva Moreira e Dona Miguelina. Joao comincia a chiamarlo così e capisce subito che quel nomignolo diventerà il nome di un grande giocatore. «E più forte di Roberto, sarà un fuoriclasse», dice orgoglioso a chi gli parla del figlio maggiore, Roberto de Assis, l’idolo di Ronaldinho, l’uomo che diventerà il suo procuratore, il suo consigliere. Roberto poteva essere un grande giocatore. «E’ il più forte che ho visto in vita, se non avesse avuto tanti infortuni sarebbe stato il nuovo Maradona», dice Dinho. Probabilmente un elogio esagerato, ma è difficile dire quanto, visto che Roberto abbandona il calcio troppo presto per lasciare una vera traccia.

Joao invece lascia la vita troppo presto, ed è una tragedia che rende la famiglia ancora più unita. Ex-centrocampista della squadra dilettante del Cruzeiro Porto Alegre, il padre di Ronaldinho lavora come fattorino e poi come saldatore sui cantieri navali. Per portare a casa qualche soldo in più, fa anche il parcheggiatore dello stadio del Gremio nei giorni della partita. Il club, uno dei grandi club del calcio brasiliano, ha già messo gli occhi su Roberto Assis. Ronaldinho lo segue, ed entra nella scuola calcio del Gremio a sei anni. La famiglia non è poverissima, anche se la casa si trova a Vila Nova, non esattamente un quartiere residenziale di Porto Alegre. Ma non è una favela, e la vita di Ronaldinho non è esattamente come quella di tanti giocatori brasiliani e non. L’ambiente non è borghese, ma protettivo sì, e il piccolo è controllatissimo dalla mamma e dai fratelli maggiori, Roberto e la sorella Deisy.

Ronaldinho

Con la maglia del Gremio

Poi nella vita di Ronaldinho arriva una prima svolta, che sembra felice, ma non lo è: siccome il Gremio crede molto nei due fratelli, regala alla famiglia anche una villa nel quartiere di Guaruja. È una specie di investimento, ma diventa un luogo di sventura: nella villa c’è una piscina ed è lì che muore annegato Joao, vittima di idrocuzione, una perdita di coscienza in acqua. Il cuore non regge all’urto: Joao lascia i suoi a 42 anni. Una disgrazia, ma la famiglia diventa ancora più collaborativa e affettuosa con il ragazzino che il padre amava tanto. «È stato lui, con mio fratello e mio zio, a trasmettermi l’amore per un certo tipo di calcio». Che poi è il classico calcio brasiliano, pieno di destrezza: Joao aveva sempre spinto Ronaldinho a ripetere gli esercizi tecnici, imponendogli di giocare al massimo con due tocchi.

Ragazzino, Ronaldinho si svegliava alle 6 di mattina e prendeva due autobus per raggiungere la scuola-calcio. La strada era segnata da sempre. «Adoro dribblare. Da bambino non facevo altro che dribblare. In casa in mezzo ai mobili del salotto, in giardino con il mio cane. Tutto quello che so della vita l’ho imparato con il pallone fra i piedi». Il suo calcio è dribbling, ma anche velocità, e luce per i compagni di squadra. Ronaldinho non è un individualista: gli piace fare gol, ma è innamorato dell’assist. Questo non gli impedisce di fare 23 gol in una partita. «Ma gli avversari erano scarsi», riconosce lui ridendo.

Comunque il piccolo Ronaldo dimostra che il padre non si sbagliava: il Gremio lo fa esordire nel 1998, in tre stagioni gioca e segna molto. Nel frattempo anche i selezionatori della nazionale si accorgono di lui: Ronaldinho è uno dei pochi giocatori brasiliani ad avere giocato in tutte le squadre verde-oro, dall’Under 17 in su. Nel 1997 vince appunto la Coppa del mondo Under 17, il 26 giugno 1999 esordisce nella nazionale maggiore in una partita vinta 3-0 contro la Lettonia e pochi giorni più tardi vince la Coppa America.

Ma per come per tutti o quasi i brasiliani di qualità, la tappa successiva verso l’Europa diventa obbligatoria. Ed è il fratello Roberto, ormai suo procuratore, a spingere Ronaldinho verso la Francia. «Devi fare come Ronaldo, devi andare in Europa, ma ci vuole la squadra adatta. Devi cominciare nella dimensione giusta. Non puoi cominciare dal Real Madrid, dal Milan o dal Manchester United». Il consiglio del fratello si concretizza con l’offerta del Paris Saint Germain: Roberto aveva giocato in Francia, nel Montpellier, dopo essere stato bocciato dal Torino di Gigi Radice.

In due stagioni a Parigi disputa più di 50 partite e mette a segno 17 reti.

L’ambiente del calcio francese gli sembra perfetto per un fuoriclasse che deve fortificarsi e confrontarsi con un football diverso da quello bailado che piace tanto a Ronaldinho. «Ma io sono cresciuto vedendo il calcio italiano, studio tutto e se una giocata mi piace la copio», racconta Ronaldinho di se stesso. In ogni caso, la prima tappa è la Francia, il Paris Saint Germain, dove Ronnie si ferma due anni. Da giocatore del Psg il giovane Ronaldinho vince il Mondiale 2002. Quando passa al Barcellona dopo 55 partite e 17 gol in campionato, il suo valore si è quasi decuplicato: il Psg lo aveva pagato al Gremio quattro milioni di euro, con inchiesta per fondi neri acclusa. Il Barcellona sborsa ai francesi trenta milioni. E così comincia la leggenda del giocatore più forte del mondo.

Il Camp Nou diventa presto casa sua. A Barcellona trova un impianto olandese e una mentalità molto libera. Ronaldinho passa spesso le sue nottate alla Barceloneta. A Barcellona si può giocare futebol bailado, e suonare e cantare. Il suo gruppo, Trisamba, è una parte importante del suo modo di essere. Come i pantaloni da rapper con il cavallo basso, gli orecchini di brillanti, l’orologione esagerato, il catenone d oro con la sua iniziale appesa. Ronaldinho diventa un personaggio restando com’è: un antidivo vero. «Io sono brutto e simpatico, non potrei mai essere un giocatore fotomodello». Nello spogliatoio del Barcellona porta il suo stile, lo stile del Brasile del 2002, quello dei campioni del mondo, di un gruppo nel quale Ronaldinho era uno dei ragazzi. «Ho comprato uno stereo e faccio sentire samba ai miei compagni nello spogliatoio: lo apprezzano molto». Sul pullman della nazionale, lo stereo è ancora poco: Robinho e Ronaldinho organizzano concertini veri e propri e di solito Dinho sta alle percussioni.

Si diverte, sempre. E Barcellona impazzisce per lui, quando lo vedono in giro nessuno si chiede che ora sia. Anche perché il Barça piace pure quando non vince: Ronaldinho deve aspettare fino al 2006 per vincere la Champions League, ma fa impazzire gli spettatori europei molto prima della consacrazione nella finale di Parigi. Già nel 2004 splende contro il Milan con un gol fenomenale che sembra lanciarlo, insieme a tante altre prodezze, verso il Pallone d oro. Anche questa attesa invece sarà un po’ più lunga: nel dicembre 2004 Dinho viene nominato Fifa World Player, ma il Pallone d’oro va a Shevchenko che trascina l’Ucraina e che in due anni con il Milan ha vinto tutto. C’è da sempre un po’ di Milan nel suo destino: i rossoneri lo puntano per anni prima di riuscire a prenderlo, ma gli anni di Barcellona sono straordinari, quasi fino alla fine. Dinho fa impazzire persino il pubblico del Santiago Bernabeu, vince due volte la Liga e una volta sola la Champions League, ma i trofei non sono tutto nella vita.

Ronaldinho

Lo shoot perfetto di Ronaldinho

Ronaldinho è il simbolo mondiale della leggerezza del calcio, della sua magia. Crea una sua linea d’abbigliamento per la Nike, che su di lui fa investimenti colossali, e finalmente nel 2005, in mezzo del suo cammino catalano vince il Pallone d oro, l’edizione dei cinquanta anni. Un premio speciale per un giocatore speciale, che l’anno dopo incrina anche la fama dello Special One: Mourinho è l’opposto di Ronaldinho, è lotta mentre quello è ballo, è dichiarazioni pesanti contro sorrisi, è in definitiva Chelsea contro Barcellona, uno degli scontri più aspri dal punto di vista dialettico per il tecnico portoghese. Ronaldinho va avanti a colpi di tacco (sei), Mourinho si offende e lo accusa di fare teatro, «Io volevo soltanto divertirmi», si difende lui. La stampa inglese è inviperita con il tecnico portoghese, accusato di inutile arroganza. Ronaldinho è l’eroe buono e trascina i suoi in finale. «Questo Barcellona può fare la storia», dichiara prevedibilmente il presidente Laporta.

A maggio, il Barcellona vince la sua seconda coppa dei Campioni, a distanza di quattordici anni dalla prima, e soprattutto 12 anni dopo il grande scotto di Barcellona-Milan. Il momento perfetto di Ronaldinho si chiude probabilmente lì, a Parigi. L’annata era cominciata bene, a novembre erano piovuti gli applausi al Bernabeu, a maggio la coppa, in giugno il Mondiale al quale il Brasile si presentava come grande favorito dopo la lezione rifilata alla rivale storica, l’Argentina, nella Confederations Cup dell’estate precedente. Finisce invece con le lacrime di Kakà e la percezione che il Brasile di Ronaldo e Ronaldinho si è già consumato. Il c.t. Parreira viene accusato di essere troppo morbido con i suoi campioni, su Ronaldinho girano ogni tipo di favole: nottate senza fine, donne in albergo, bevute. Il Brasile esce di scena ai quarti di finale contro la Francia, Ronaldinho gioca novanta minuti trascinandosi dietro fama, pressioni e una delusione cosmica.

Dopo l’annata super con il Barcellona il più atteso era lui, e risulta anche uno dei peggiori al momento del bilancio amaro. Il calcio che balla comincia a non piacere più nemmeno ai brasiliani e il quadrato magico rispolverato da Parreira per far giocare tutti i suoi campioni diventa la somma di tutti i mali. Ronaldinho scivola piano piano nel limbo di quelli che non piacciono più. Il suo sorriso da Giocondo del calcio non risulta più tanto simpatico, e i suoi dribbling non così avvolgenti. La nuova star del Barça è Samuel Eto’o, l’uomo che ha segnato a Parigi e che sembra destinato a durare più dell’estroso Ronaldinho. Il quale ovviamente non cambia abitudini, ma si sa che nel calcio puoi permetterti tutto quello che vuoi soltanto finché vinci.

Invece le ultime stagioni al Barcellona non sono granché: gol ancora magnifici (uno in rovesciata, come quelli che sognava da bambino), ma anche avvistamenti sempre più frequenti in orari pericolosi, e tante chiacchiere su una presunta simpatia con la figlia dell’allenatore Rijkaard, che gli ha sempre permesso tutto. Alla fine arriva anche qualche infortunio a complicare le cose, e nell’estate 2008, con Rijkaard che nel frattempo ha salutato la compagnia, Ronaldinho diventa sempre più un impiccio di classe per il Barça e per il nuovo allenatore Guardiola.

Con Beckham nel Milan stellare

A togliere tutti dall’imbarazzo arriva il Milan, che finalmente ha l’occasione di assicurarsi il giocatore che tanto piace al suo proprietario Silvio Berlusconi. Nell’estate 2008, Ronaldinho diventa rossonero per 21 milioni di euro più bonus. Firma in diretta tv, e la sera del 17 luglio viene presentato a San Siro davanti a quarantamila tifosi. «Quando ho visto tutta quella gente ad aspettarmi ho capito che avevo trovato una nuova casa», dice. A proposito di case, va a vivere in un borgo sul lago di Varese, con i suoi cani, i suoi stereo con le casse immense, i suoi frigo pieni di birra e bibite per gli amici, i bonghi, gli amplificatori eccetera. «Mi piace stare fuori dalla città, ho vissuto fuori città a Porto Al egre, a Parigi e anche a Barcellona». A Barcellona, per la precisione a Casteldefells, vedeva il mare, a Varese al massimo può vedere il lago, ma è contento cosi. «Nei posti piccoli la gente ti riconosce ma ti lascia in pace, è come stare in famiglia».

Le feste con gli amici musicisti si moltiplicano, la fiducia del tecnico Ancelotti si contrae. Ancelotti è arrivato a fine corsa con il Milan, non ha tanta voglia di trovare un posto a un campione difficilmente collocabile a meno di perdere l’equilibrio della squadra. «È il più grande giocatore del mondo, resterà a lungo con noi», dichiara Berlusconi dopo un paio di annate così così. Ronaldinho non convince nel sistema di Ancelotti e neppure nel Milan fantasia di Leonardo, che pure adotta un metro più morbido con il suo fuoriclasse. Ma non basta. Dinho è un fuoriclasse ormai intristito dalle troppe critiche e da una gabbia mediatica che pare stringerlo sempre di più. Quando nell’estate del 2010 arriva a Milanello il tecnico Allegri, uno dei primi rebus che gli si presenta è la situazione di Ronaldinho, un fuoriclasse con le batterie ormai scariche. «Mi sarebbe piaciuto lavorare con lui quando aveva ancora una testa da calciatore. È un peccato buttarsi via così, Dinho tecnicamente è ancora il più forte del mondo. Fisicamente è una bestia, ed è ancora giovane. Basterebbe allenarsi un paio di volte la settimana a uno come lui. Allenarsi bene intendo, perché nel calcio di oggi il talento non basta più a nessuno. Bisogna correre».

A gennaio 2011 decide di seguire le tracce di tanti suoi colleghi brasiliani in odore di fine carriera (primo fra tutti Romario): il rientro in patria per gli ultimi lunghissimi valzer d’addio. Lo riaccoglie il Flamengo, poi Atlético Mineiro e il Fluminense oltre ad un anno da transfuga in Messico con il Querétaro prima di fermarsi alla soglia dei 38 anni.

Giocava alla brasiliana, ma lo faceva ad una velocità mai vista in Brasile. Durò finché il suo fisico non eccezionale riuscì a rimanere eccezionale, finché i suoi muscoli rimasero tonici e preparati. Tramontò in un attimo quando al suo talento venne meno la forma fisica, quando il suo joga feliz divenne più feliz che joga. Ronaldinho rappresentò l’eccellenza del tocco, non fu mai l’eccellenza del calcio. Era un giocatore capace di qualsiasi cosa, soprattutto di stupire, perfetto per un calcio nel quale il talento individuale poteva bastare a se stesso, assolutamente inutile in un gioco dove l’eccezionalità tecnica deve andare di pari passo a quella fisica e polmonare.