Talento cristallino, carattere impossibile. Il tedesco conquistò la Spagna vestendo Barcellona, Real e Atlético, ma rinunciò alla gloria internazionale. La storia di un genio ribelle.
C’è un modo sicuro per far litigare un tavolo di vecchi tifosi a Barcellona, Madrid o Colonia: pronunciare il nome di Bernd Schuster e poi stare a guardare. Qualcuno dirà che era il centrocampista più completo degli anni Ottanta. Qualcun altro risponderà che era un talento bruciato dalla sua stessa arroganza. Avranno ragione entrambi. Schuster aveva piedi da fuoriclasse e un carattere che sembrava progettato in laboratorio per sabotargli la carriera: ginocchia distrutte a ventidue anni, zero Mondiali disputati, federazioni messe alla porta con la grazia di chi lancia un posacenere. Il tipo di giocatore che, a seconda di chi racconta, è stato un genio incompreso o il più grande spreco del calcio tedesco. E forse, anche qui, avrebbero ragione entrambi.
Nato ad Augusta il 22 dicembre 1959, biondo, tecnico, visionario, Schuster sembrava destinato a diventare l’erede naturale di Franz Beckenbauer, il nuovo Kaiser del calcio mondiale.
La sua ascesa fu fulminea. Formatosi proprio all’Augusta, iniziò la carriera professionistica a soli 16 anni nel 1976, dopo una serie di prestazioni straordinarie nella Nazionale Under-18 della Germania Ovest. A 18 anni era già nel mirino dei colossi della Bundesliga. Mentre Borussia Mönchengladbach e Bayern Monaco si contendevano il giovane talento, fu il FC Colonia, fresco campione di Germania nel 1978, a portarlo a casa.

E che esordio: a 19 anni, nella sua prima stagione da professionista, Schuster si impose come titolare del campione tedesco e contribuì al percorso in Coppa dei Campioni del club, arrivato fino alla semifinale prima di essere fermato dal futuro vincitore, il Nottingham Forest di Brian Clough.
Ma fu l’estate del 1980 a consacrarlo definitivamente. All’Europeo italiano, inizialmente in panchina, Schuster si rivelò nel secondo match contro i Paesi Bassi. In una vittoria per 3-2, il giovane tedesco fu l’artefice dei tre gol tedeschi: semplicità, spontaneità e creatività trasformarono il gioco della Mannschaft. Nella finale contro il Belgio, vinta 2-1, Schuster fu nuovamente protagonista. A soli 20 anni aveva vinto il suo primo titolo e si era guadagnato un posto nella squadra ideale della competizione. Il coronamento arrivò a fine anno: secondo posto al Pallone d’Oro, dietro al compagno di nazionale Karl-Heinz Rummenigge.

La scelta catalana
Il ritorno a Colonia fu però turbolento. Dopo una buona seconda stagione coronata da 9 gol in campionato ma con l’amarezza della finale di Coppa di Germania persa, gli screzi con il nuovo allenatore portarono alla rottura: Schuster voleva andarsene, e il club voleva incassare. La destinazione più improbabile sembrava il New York Cosmos, ma il ct Jupp Derwall lo minacciò: “Se vai in America, non ti convocherò più”. Fu Franz Beckenbauer, ironicamente giocatore proprio del Cosmos, a convincerlo a restare in Europa. La scelta cadde sul Barcellona.
In Catalogna, l’accoglienza non fu calorosa. L’allenatore Lazslo Kubala non nutriva grande stima per il bavarese. Ma quando Helenio Herrera prese il suo posto, tutto cambiò. Herrera, che vedeva in Schuster il nuovo Pelé o Cruijff, lo schierò come regista arretrato, sfruttandone il lancio lungo, la velocità e la qualità nei tiri da fuori. Al primo clásico, Schuster segnò il gol del vantaggio: impossibile conquistare più rapidamente il cuore dei tifosi.
La prima stagione fu un successo: 11 gol in 23 partite di Liga e la vittoria in Copa del Rey contro lo Sporting Gijón. Ma già si intravedevano le ombre del futuro. Il carattere di Schuster iniziò a creare problemi: marinò una festa di un compagno di nazionale perché non lo sopportava, e Derwall lo escluse temporaneamente dalla selezione. Il rapporto con la Nazionale tedesca sarebbe stato sempre tempestoso.
La stagione 1981-82 doveva essere quella della definitiva consacrazione. Invece, divenne un incubo. Durante un match contro l’Athletic Bilbao, Andoni Goikoetxea – soprannominato non a caso “il Macellaio di Bilbao” – distrusse il ginocchio di Schuster con un’entrata criminale. Il Barcellona, primo in classifica per quasi tutta la stagione, crollò senza il suo regista e mancò il titolo per due punti. L’unica consolazione fu la vittoria in Coppa delle Coppe, ma Schuster poté disputare solo i primi quattro match segnando due gol, per poi essere assente nella finale vinta contro lo Standard di Liegi. Peggio ancora, Schuster saltò il Mondiale 1982, una competizione che non avrebbe mai disputato in carriera.
Al ritorno, segnato da un infortunio che non lo avrebbe mai abbandonato completamente, Schuster trovò un nuovo compagno: Diego Armando Maradona. Il connubio era perfetto, dentro e fuori dal campo. La complicità tra il tedesco e l’argentino illuminò il Camp Nou, ma la storia si ripeté in modo drammatico.

All’inizio della stagione 1983-84, nel match contro il Bilbao campione in carica, la coppia Schuster-Maradona si scatenò. Ma ecco riapparire Goikoetxea: a un’ora dalla fine, il basco spezzò la caviglia di Diego. Tre mesi e mezzo di stop per el Pibe de Oro. La finale di Coppa del Re contro il Bilbao, giocata al Santiago Bernabeu, degenerò in una rissa generale sotto gli occhi del re Juan Carlos. Fu l’ultima partita della coppia: Maradona sarebbe partito per Napoli.
L’addio alla Nazionale e l’epilogo al Barcellona
Parallelamente, Schuster chiuse con la Nazionale a soli 24 anni. Il motivo? Aveva rifiutato una trasferta in Albania per assistere alla nascita di suo figlio David. Derwall lo escluse, pressato anche da Paul Breitner, Uli Stielike e Rummenigge che volevano liberarsi del rivale. La rivalità con Breitner, che era stato eclissato dall’angelo biondo all’Euro 1980, fu particolarmente feroce e divise lo spogliatoio tedesco. Orgoglioso e ferito, Schuster rifiutò sempre di tornare, persino quando Beckenbauer divenne ct e lo supplicò di partecipare al Mondiale 1986. Giocò la sua ultima partita con la maglia della Germania Ovest proprio contro il Belgio nel 1984, chiudendo la carriera internazionale con appena 21 presenze. Una decisione che gli impedì di raggiungere la fama mondiale che il suo talento meritava.
Sul campo, però, il tedesco viveva il suo momento migliore. Nella stagione 1984-85, il Barça dominò la Liga con 10 punti di vantaggio sull’Atlético Madrid, iniziando con un 3-0 al Bernabeu. Schuster giocò il miglior calcio della sua carriera e arrivò terzo al Pallone d’Oro. Ma dietro le quinte, i rapporti con l’allenatore Terry Venables erano pessimi, complici le continue intromissioni di sua moglie Gabi, che faceva anche da agente.

L’epilogo arrivò nella finale di Coppa dei Campioni 1986 contro lo Steaua Bucarest a Siviglia. Una partita orribile, probabilmente una delle peggiori finali della storia della competizione. Schuster faticò a incidere, e all’85º minuto Venables lo sostituì. La reazione fu furiosa: invece di sedersi in panchina, l’angelo biondo abbandonò lo stadio e prese un taxi per l’hotel. Il Barça perse ai rigori, e il presidente Josep Lluís Núñez lo punì mettendolo fuori rosa per un anno intero.
Otto anni in blaugrana si chiusero così: una Liga, tre Copa del Rey, due Coppe della Liga, una Coppa delle Coppe, il titolo di miglior giocatore straniero della Liga per ben due volte, ma anche un finale amarissimo. Quando finalmente ripartì, la sua destinazione fu la più provocatoria possibile: il Real Madrid.
Nemico di tutti
Al Real, arrivato nel 1988, Schuster trovò un attacco stellare: Hugo Sánchez, Butragueño, Sanchis, Michel. I Merengues vinsero la Liga nel 1989 e nel 1990, oltre a una Copa del Rey e due Supercoppe di Spagna. Ma in Europa furono sempre fermati: prima il Milan di Sacchi li umiliò 5-0 in semifinale, poi li eliminò agli ottavi l’anno dopo. Nella stagione 1989-90, il Real segnò 107 gol in campionato, ma la Coppa dei Campioni continuava a sfuggire. Impaziente, il club decise di rescindere il contratto di Schuster nel 1990 per fare spazio a un nuovo straniero: Gheorghe Hagi.
L’ennesimo sgarbo, l’ennesima vendetta. Schuster scelse ancora una volta il rivale storico: l’Atlético Madrid. Divenne così il primo giocatore a vestire le maglie di Barcellona, Real e Atlético, un’impresa che da sola racconta il suo spirito iconoclasta.

L’ultimo ballo colchonero
All’Atlético, sotto la guida di Luis Aragonés e al fianco di Paulo Futre e Manolo, Schuster ritrovò la gioia di giocare. La squadra arrivò seconda in campionato nel 1992, a soli due punti dal Barça. Ma soprattutto vinse due Copa del Rey consecutive, nel 1991 e 1992. Nella finale del ’92, proprio contro il Real Madrid, Schuster segnò il primo gol con un pregevole calcio di punizione. La vittoria per 2-0 rimane uno dei momenti più importanti della storia del club per i tifosi colchoneros: la fine del dominio madrileno durato per anni.
L’Atlético si impose anche in Europa, demolendo il Manchester United 3-0 nei quarti di Coppa delle Coppe 1992. Nonostante l’età avanzata, Schuster regalò tre stagioni eccellenti, contribuendo al ritorno in grande stile del club. Ma, come sempre, finì male: l’ennesimo scontro con la dirigenza e il presidente Jesús Gil y Gil.
Dopo tredici anni trascorsi in Spagna, durante i quali era stato votato due volte miglior giocatore straniero della Liga, il ritorno in Germania al Bayer Leverkusen nel 1993 chiuse la parabola di un giocatore che avrebbe potuto dominare il calcio mondiale. Tre stagioni solide, poi una fugace apparizione ai Pumas di Città del Messico nel 1997 segnò la fine della carriera da calciatore. Sei candidature al Pallone d’Oro (secondo nel 1980, terzo nel 1981 e nel 1985), ma soprattutto una carriera costellata di talento e rimpianti.

Il tecnico girovago
La carriera da allenatore iniziò proprio dove tutto era cominciato: a Colonia. Nel 1998 Schuster guidò prima il Fortuna, la seconda squadra cittadina, poi il FC Colonia. Ma i risultati non arrivarono e l’avventura tedesca durò poco. Nel 2001 si spostò in Spagna, allo Xerez in Segunda División, dove rimase due anni. Nel 2003 arrivò la chiamata dello Shakhtar Donetsk: nonostante un record di vittorie consecutive e il secondo posto in campionato, dopo solo un anno l’esperienza ucraina si concluse.
Nel 2004 tornò in Spagna per allenare il Levante in Primera División. L’esperienza si chiuse a cinque giornate dalla fine, con la squadra ancora con cinque punti di vantaggio sulla zona retrocessione. La svolta arrivò nel 2005 con il Getafe: dopo una prima stagione di salvezza, nel 2007 compì il miracolo conducendo la squadra dei sobborghi di Madrid alla storica finale di Copa del Rey (persa contro il Siviglia) e alla qualificazione in Coppa UEFA, la prima nella storia del club.
La prestazione non passò inosservata. Nell’estate 2007 il presidente del Real Madrid Ramón Calderón lo chiamò a guidare i Merengues. Dopo un precampionato difficile culminato con la sconfitta in Supercoppa, la squadra assimilò gli schemi dell’allenatore e dominò il campionato dalla prima all’ultima giornata, conquistando la trentunesima Liga in una cavalcata trionfale. Ad agosto arrivò anche la rivincita: la vittoria in Supercoppa di Spagna contro il Valencia.

Ma la stagione 2008-09 iniziò con prestazioni altalenanti. La squadra divenne irriconoscibile e si staccò dalla vetta. Il 9 dicembre 2008 Schuster venne esonerato. Dopo il Real, decise di prendersi una pausa. Nel giugno 2009 ricevette un’offerta dallo Xerez, ma il ritardo nella risposta costò la panchina. Nel dicembre 2009 annunciò addirittura la volontà di acquistare le azioni del club.
Il 10 giugno 2010 il Beşiktaş lo ingaggiò, ma l’esperienza turca durò poco: il 15 marzo 2011 rassegnò le dimissioni. Il 12 giugno 2013 arrivò la chiamata del Málaga, con un contratto quinquennale in sostituzione di Manuel Pellegrini. A fine stagione rescisse il contratto. Dopo quattro anni di assenza, il 20 marzo 2018 tornò in panchina come tecnico del Dalian Yifang in Cina.
Incompreso
Resta la storia di un genio ribelle, capace di illuminare i campi più importanti d’Europa e di mettersi contro tutti – allenatori, dirigenti, compagni di nazionale – pur di restare fedele a se stesso. Un “angelo biondo” che scelse sempre la sua strada, anche quando era quella più difficile. Un centrocampista che avrebbe potuto essere il migliore della sua epoca, ma che preferì essere se stesso, con tutte le conseguenze che ne derivarono. La leggenda di Bernd Schuster, l’inafferrabile.