SERIE A 1931/32: JUVENTUS

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Il campionato: l’illusione del Bologna

Il Bologna parte fortissimo: ha una difesa d’acciaio e i bomber Schiavio e Reguzzoni riforniti dai favolosi Fedullo e Sansone. Quattro vittorie consecutive, testa della classifica e gruppo sgranato alle spalle. La Juventus resta in scia, chiudendo l’andata a tre punti dai rossoblù campioni d’inverno. Le terze, Roma e Ambrosiana, sono già a sette punti dalla capolista! La Juventus rosicchia punti e alla 26. giornata, il 17 aprile 1932, battendo la Triestina raggiunge e supera il Bologna, sconfitto a Milano dall’Ambrosiana. Il giorno epico è il primo maggio, a Torino il Bologna, che insegue a un punto, sembra poter vincere lo scontro diretto, va in vantaggio 2-1, poi nell’ultima mezz’ora una doppietta di Vecchina stacca gli avversari (che se la prenderanno poi con l’arbitro Lenti di Genova), portando i bianconeri a più tre. Il fossato si allarga a fine mese, quando la Juve vince a Modena. Tre giorni dopo, 29 maggio, il Bologna pareggia ad Alessandria, la Juve “stende” il Brescia e conquista il titolo con due turni di anticipo. In coda, al Modena nella caduta in B si aggiunge il Brescia, che perde lo spareggio col Bari.

I vincitori: Una mediana d’acciaio

Era già forte, la Juventus allestita da Edoardo Agnelli e dal barone Mazzonis. Ma fermarsi non si poteva, gli avversari si rinforzavano e prima di tutti il Bologna, che in Uruguay andò a pescare un ideale “gemello” dell’interno Fedullo, il raffinato e fantasioso Sansone. Così alla squadra campione vennero aggiunte tre tessere per migliorare ulteriormente il mosaico. Il poderoso Monti, già finalista alle Olimpiadi e ai Mondiali con l’Argentina, andava a risolvere il problema del centromediano come meglio non si sarebbe potuto per parecchi anni (nonostante l’età non più verde). E ancora in mediana, a chiudere a doppia mandata una difesa già autorevole, il coriaceo Bertolini, prodotto della fertile scuola alessandrina. Cresciuto come mediano elegante ma fragile, aveva visti risolti i propri problemi fisici quando l’Alessandria, scopertane l’origine nelle ristrettezze economiche che limitavano a robusti caffelatte la sua dieta, lo aveva messo a proprie spese a pensione assicurandogli pasti regolari. Ne era nato un formidabile difensore, dalla tipica benda sulla fronte, con la quale pareva calamitare i palloni, tanto facile e perentorio gli riusciva il gioco di testa.
Mazzonis aveva provveduto anche a un terzo acquisto, l’argentino Maglio, come alternativa di Cesarini, che però se ne andò dopo diciassette partite, senza peraltro che il gioco ne risentisse, pronto com’era il grande Cesarini a compensare con le prodezze sul campo qualche levata d’ingegno di troppo nella condotta extrasportiva. Così quella Juventus risultò pressoché perfetta e tale non poteva non essere per piegare un Bologna così forte da vincere poi la Mitropa Cup, antesignana della Coppa dei Campioni.
Combi in porta, Rosetta e Caligaris (ma più spesso il suo sostituto Ferrero, dopo il grave infortunio a Roma contro i giallorossi pagato con l’operazione al menisco) a montare la guardia davanti a lui, il roccioso Varglien I e Bertolini a presidiare le fasce; Luis Monti prima fonte di gioco, Cesarini e Ferrari (che grazie a Bertolini si sentiva le spalle più coperte e poteva meglio operare al servizio dell’attacco) i propulsori. In avanti, Vecchina, Munerati e l’irresistibile Orsi producevano gol, con l’ausilio temporaneo di Maglio, all’occorrenza mezzala o centravanti.

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La sorpresa: Il centromediano a due ante

Era un grande del calcio argentino, il mediano Luis Monti, basso e tarchiato, dalla battuta potente e dal tackle terribile. Nato a Buenos Aires il 25 maggio 1901 da genitori italiani, si era fatto strada nel calcio argentino, affermandosi nel San Lorenzo de Almagro e poi in Nazionale. Da laterale si era trasformato in centromediano, dove il carattere turbolento sfogava nei compiti di tamponamento e la capacità di raziocinio al servizio della battuta lunga gli consentiva larghe aperture di gioco. Alle Olimpiadi di Amsterdam 1928 e ai Mondiali 1930 gli toccò la sconfitta in finale coi “cugini” uruguaiani. L’irrequietezza e la pesantezza del fisico (era soprannominato “Doble ancho”, armadio a due ante) gli avevano fatto in pratica chiudere la carriera quando, a trent’anni, fu chiamato dalla Juve. Monti sbarcò a Genova dal piroscafo e i dirigenti bianconeri trasalirono: sembrava un impiegato amante della buona tavola. Più largo che lungo («quasi obeso» ricorderà Pozzo), giocò un paio di partite penose, poi chiese di restare fuori. Si sottopose allora a una serie di massacranti allenamenti solitari, fino a bruciare 13 chili e riprendere il campo asciutto e scattante. Una forza della natura, forse il miglior centromediano del Metodo, duro nei contrasti, preciso nei rilanci, forte di testa. Quattro scudetti consecutivi e il titolo mondiale nel 1934 in azzurro adornarono una carriera lunghissima: lasciata la Juve nel 1939, giocò in Francia, Svizzera, Spagna, Germania, Austria e Jugoslavia. Per tornare in patria nel 1947. È morto il 9 settembre 1983.

La delusione: la Brasilazio

La Lazio decide di fare le cose in grande e importa un gruppo di brasiliani: Del Debbio, Tedesco, Rizzetti, Guarisi, Castelli, De Maria e Serafini. A volerli, l’allenatore brasiliano Amilcar Barbuy, a garanzia che non si trattasse di “bidoni”. I dirigenti sono tanto sicuri di aver fatto il pieno di “big” da lasciar partire a cuor leggero il giovane Foni, futuro mondiale. La “Brasilazio”, come viene soprannominata, si rivela invece un colabrodo. La partenza disastrosa la colloca in zona retrocessione. Alla fine scampa la clamorosa caduta in B per un soffio. I ragazzi venuti dal Brasile qualcosa di grande l’hanno davvero realizzato: il flop.

Il caso: il gol in fuga

Il barone Mazzonis era convinto di avere centrato un nuovo colpo in Argentina. Nella previsione di dover prima o poi fare a meno di quella testa matta di Cesarini, aveva ingaggiato Juan José Maglio, centravanti piuttosto quotato in patria soprattutto per la milizia in Nazionale, raggiunta dopo ottime stagioni nel San Lorenzo e nel Chacarita. Quello della Juve fu il suo primo contratto da professionista, ma vissuto senza entusiasmo. Taciturno e malinconico, morso dalla nostalgia per la patria lontana, se ne stava per conto suo, vestiva di nero come perennemente a lutto. In campo, ci sapeva fare, giocò 17 partite segnando 6 gol, poi un giorno, improvvisamente, scomparve. Il compagno Giovanni Ferrari raccontò: «Dopo delle belle esibizioni se ne andò dicendo che non gli piaceva allenarsi così faticosamente, come il nostro allenatore Carcano voleva. Forse era soltanto un ragazzo viziato».

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L’uomo più: Sansone, gigante del gioco

A volere in Italia Raffaele Sansone fu un suo… rivale. Proprio così: Pedro Petrone, bomber uruguaiano della Fiorentina, aveva posto come condizione l’ingaggio di Sansone, il connazionale capace di passargli la sfera come voleva lui. Raffaele Sansone, nato a Montevideo il 20 settembre 1910, viveva bene in patria: il padre Pantaleone, originario di Vallo della Lucania, in provincia di Salerno, lavorava in Borsa, lui giocava a calcio nel Penarol, ma per guadagnarsi la vita ai premi partita aggiungeva lo stipendio di addetto al carico e scarico merci di un cantiere.
La proposta della Fiorentina (25 mila lire per due anni, più 2.500 lire al mese, il quintuplo di un impiegato) era impossibile da rifiutare e papà Pantaleo, dopo qualche resistenza, lo lasciò partire. Mentre si imbarcava sul piroscafo, però, il console italiano lo prese da parte: «Niente Florencia, ma Bolonia: stessi soldi, nessun problema».
Il tecnico rossoblù Felsner, da qualche mese a Firenze, aveva preso Pitto e Busini III, in cambio aveva concesso Sansone. A Bologna lo ricevette il connazionale Fedullo, che tanto aveva parlato di lui ai dirigenti. Quando andò in campo per il primo allenamento, provocò il mal di testa al difensore Martelli a forza di finte ubriacanti.
La domenica il pubblico se ne innamorò in un istante: Sansone era una mezzala di tessitura, un raffinato campione che con Fedullo costituì una coppia leggendaria al servizio di Schiavio, non per niente subito capocannoniere. Sansone giocherà undici stagioni nel Bologna, con una breve parentesi in patria, vincendo quattro scudetti e due Mitropa Cup, 289 partite e 41 gol. È morto l’11 settembre 1994.

Il capocannoniere

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L’avvio non è stato felice. Pedro “Perucho” Petrone, campione olimpico e del mondo con l’Uruguay, centravanti del Nacional Montevideo, è sbarcato a Genova il 16 agosto 1931, ingaggiato dalla Fiorentina, ma… non ha trovato le scarpe adatte. Dopo molti tentativi, una visita a Bologna al connazionale e amico Sansone (appena arrivato) ha risolto il problema, creandone altri per i portieri avversari. Petrone è nato a Montevideo l’11 maggio 1905, è rapido e potente, dotato di un tiro di devastante efficacia. Segna a raffica e l’ambiziosa Fiorentina neopromossa vola. In patria lo chiamano l’“artillero”, la sua specialità è l’incursione nelle aree ribollenti a liberarsi per il tiro. Segna 25 gol in 27 partite ed è l’idolo di Firenze.
Peccato che la stagione successiva la reazione a un contrasto col tecnico porrà fine alla sua carriera in Italia, rovinandolo. Morirà povero e malato a Montevideo il 13 dicembre 1964.
Molto più felice l’avventura di Angelo Schiavio, detto “Angiolino” (Anzléin per i tifosi bolognesi), nato il 15 ottobre 1905 a Bologna da famiglia benestante originaria del comasco, scesa in Emilia a fondarvi una ditta di abbigliamento tuttora attiva e celebre. Si era appassionato subito al calcio e al gol, di cui si scoprì inesausto cacciatore dal ruolo di centravanti per cui aveva una vera vocazione. Giocava gratis (il suo lavoro era in ditta), fino a mettere in imbarazzo il presidente Dall’Ara, che doveva ricorrere a sontuosi regali (come un’auto di lusso) per sdebitarsi. Segnava a ripetizione, col suo calcio di possesso, il dribbling raccolto e furente, gli spigoli dei gomiti, il tiro talmente variato e preciso da non offrire punti di riferimento. Sarà campione del mondo 1934; nel Bologna, suo unico club, giocherà 342 partite segnando 245 gol, tutti in A, vincendo quattro scudetti, due Mitropa Cup e il Torneo dell’Esposizione di Parigi. È morto il 17 settembre 1990.

LA CLASSIFICA FINALE

Squadra Pt G V N P Gf Gs
JUVENTUS 54 34 24 6 4 89 38
BOLOGNA 50 34 21 8 5 85 33
ROMA 40 34 16 8 10 53 42
FIORENTINA 39 34 16 7 11 54 35
MILAN 39 34 15 9 10 57 40
AMBROSIANA 38 34 15 8 11 67 52
ALESSANDRIA 38 34 15 8 11 66 53
TORINO 37 34 14 9 11 64 53
NAPOLI 35 34 13 9 12 48 46
PRO PATRIA 31 34 9 13 12 37 55
GENOVA 30 34 11 8 15 48 56
CASALE 28 34 12 4 18 51 67
LAZIO 27 34 10 7 17 45 53
TRIESTINA 27 34 8 11 15 42 61
PRO VERCELLI 27 34 10 7 17 35 54
BARI 25 34 9 7 18 36 64
BRESCIA 25 34 8 9 17 31 60
MODENA 22 34 7 8 19 41 87

VERDETTI

Campione d’Italia: JUVENTUS
Retrocesse in serie B: BRESCIA e MODENA
Qualificate in Coppa Europa: JUVENTUS e BOLOGNA

MARCATORI

25 gol Petrone (Fiorentina), Schiavio (Bologna)
21 gol Marchina (Alessandria), Meazza (Ambrosiana)
19 gol Maini (Bologna), Orsi (Juventus)
17 gol Borel (Casale), Ferrari G. (Juventus), Rossetti (Torino), Volk (Roma)
16 gol Libonatti (Torino)
15 gol Vecchina (Juventus)
14 gol Bisigato (Bari), Munerati (Juventus)
13 gol Pastore (Milan)