ZAGALLO Mario Jorge Lobo: Mister Futebol

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Mezzo secolo di calcio e quattro volte campione del Mondo. Forse nemmeno “o rei” Pele potrebbe simbolizzare meglio di Zagallo quell’eterna magia che la nazionale “auriverde” ha sparso tra le generazioni del ventesimo secolo. Zagallo era in campo quando il Brasile cominciò la sua epopea nel 1958 in Svezia e firmò pure il bis nel 1962 in Cile. Sedeva poi in panchina, quale responsabile tecnico unico, nel 1970 in Messico e analogamente, stavolta pero come “tutore” di Carlos Alberto Parreira, era a bordo campo nel 1994 negli Stati Uniti. Ha giocato accanto a Garrincha e Pele e diretto Rivelino e Romario.

Certo, è buffo pensare che il titolo di “Mister Futebol” vada in Brasile a colui che, prima da calciatore e poi da allenatore, tutto è sembrato fuorche un brasiliano. Zagallo non ha mai avuto nulla che potesse piacere alla “torcida”: il suo stile in campo era pratico e niente affatto spettacolare, i suoi movimenti si riducevano all’essenziale e bandivano ogni virtuosismo. Comunque, ogni sua intenzione veniva indirizzata a vantaggio dei compagni. A suo modo fantasioso e creativo, codifico cosi un ruolo fino allora inesistente: ala tornante. Andava e veniva, per aggiungersi a quei compagni che piu avevano bisogno. Era un calciatore universale in un’era in cui ciascuno giocava in un suo spazio ben limitato, un precursore del pressing, dei raddoppi e delle ripartenze, per dirla all’Arrigo Sacchi.

Zagallo giocava per il Brasile ma, anche per i suoi caratteri somatici piu europei che sudamericani, avrebbe potuto benissimo farlo per la Spagna o per l’Inghilterra o per l’Olanda. Nessuno se ne sarebbe accorto. Era un pò Alfredo Di Stefano, un pò Johan Cruijff e un pò Bobby Charlton: soltanto leggermente piu defilato dal centro dal gioco, Zagallo è comunque sopravvissuto a questi mostri sacri soprattutto perche, abituato a praticarlo in diverse posizioni, ha poi prolungato dalla panchina la sua visione panoramica del calcio.

Mario Jorge Lobo Zagallo nasce il 10 luglio 1931 a Maceio, nel poverissimo Nord-Est del Brasile, e ha 13 anni quando la famiglia, di lontane origini italiane (“lobo”, del resto, è la traduzione portoghese del cognome Lupo), si trasferisce a Rio de Janeiro alla ricerca di un’ esistenza migliore. Il ragazzo, forse per procurarsela e comunque per permettersi quegli studi classici che i genitori non possono garantirgli, entra in seminario, ma e la vocazione calcistica a prendere il sopravvento. Cosi, a 17 anni (e siamo nel 1948), comincia a giocare in una squadra minore del campionato carioca, il Maguari, con cui evidenzia le sue qualità di atipico.

Non incanta affatto il grande pubblico, ma i tecnici e, soprattutto, i compagni che lo ritengono indispensabile collante delle loro squadre. In un calcio di cicale, l’operosa “formiguinha” comincia a essere contesa dai grandi club di Rio. Nel 1954 Zagallo passa al Flamengo ed nel 1957 si trasferisce al Botafogo, dove diventa il punto d’appoggio preferito dei compagni Nilton Santos, Garrincha e Didi, i tre califfi della nazionale di Vicente Feola. La maglia numero 11 del Brasile, però, sembra incollata sulle spalle di Jose Macias, detto Pepe, il micidiale mancino del Santos di San Paolo, dove sta per accendersi la stella di Pelè.

Ma proprio un infortunio a Pepe, alla vigilia del Mondiale in Svezia, apre a Zagallo le porte della Selecao: e il 4 maggio 1958 quando esordisce al Maracana contro il Paraguay, firmando due dei cinque gol del beneaugurante viatico. La fortuna di Zagallo diventa però soprattutto la fortuna del Brasile, che apre un quadriennio d’ oro. E lo stesso Zagallo, ricco di intelligenza e personalità, si impone anche fuori dal campo come l’eminenza grigia di una nazionale che bissa in Cile quel trionfo svedese che rappresenta ancora oggi l’unico titolo mondiale conquistato da una nazionale sudamericana fuori dal proprio continente. Zagallo non manca una sola partita delle due edizioni ma, a 35 anni, si ritrova escluso nel 1966 dalla convocazione per quel Mondiale in Inghilterra dal quale si aspettava un fantastico tris. La forte delusione lo brucia psicologicamente, inducendolo a interrompere immediatamente la carriera (5 gol in 33 presenze con i verdeoro) e intraprendere con feroce determinazione, nel suo stesso Botafogo, quella di tecnico.

Il fallimento inglese della Selecao è un ulteriore stimolo per andare a riconquistare nel 1970, sia pure dalla panchina, quel titolo mondiale che non gli era stato consentito di difendere sul campo. E se è vero che ogni tecnico ricalca quella stessa filosofia che l’aveva ispirato da calciatore, Zagallo si conferma un brasiliano sui generis anche come stratega, plasmando un Botafogo che nulla concede allo spettacolo, coniugando in compenso in maniera straordinaria spirito di corpo e mentalita vincente. Sempre pronto a recepire ogni cambiamento del calcio, grazie a una lungimiranza che gli avrebbe poi permesso d’adattarsi facilmente a ogni epoca, continua a focalizzare in Europa il suo punto di riferimento.

E proprio in Italia, terra dei suoi avi, vi trova un modello che riesce istantaneamente a trasferire in Brasile, alla faccia dei soliti detrattori che l’accusano di tradire la cultura del “futebol bailado”: ‘Inter di Helenio Herrera, che in quegli anni domina il Vecchio Continente, quella squadra che Zagallo clona nel suo Botafogo. E le sintesi migliori della riproduzione sono Gerson, che fa il Luisito Suarez, e Jairzinho, che vola a raccoglierne i lanci come Jair. In quel quadriennio, Zagallo restituisce al Brasile l’orgoglio frustrato e viene naturale, avvicinandosi il Mondiale 1970 in Messico, che il presidente federale Joao Havelange gli affidi la Selecao con l’obbligo di riportarla sul tetto del mondo. E nasce un Brasile straordinario, una prima linea con Jairzinho, Gerson, Tostao, Pele e Rivelino che potrebbe anche elencarsi come Velocita, Intelligenza, Generosita, Tecnica e Precisione: il calcio alla sua massima espressione. Proprio l’Italia fondata sull’Inter ne esce stritolata nel 1970 a Citta di Messico.

Zagallo, “tricampeun”, ha ormai conquistato soprattutto il Brasile, dove piu nessuno osa contestarlo. Neppure lui, in quel momento, riesce pero a essere profeta in patria e la delusione per la successiva edizione nel 1974 in Germania (4 posto, onorevole per chiunque, ma un fallimento per il Brasile) gli costa a 43 anni il primo licenziamento della carriera. Ma Zagallo, nell’occasione, si sente soprattutto tradito proprio da colui per cui, sul campo, tante volte si era sacrificato: Pelè. Quest’ultimo, imborghesitosi nella rutilante vita nuovaiorchese coi Cosmos, all’ultimo momento rinuncia al Mondiale, temendo un impari confronto coi meglio preparati Franz Beckenbauer e Johan Cruijff e preferendo lasciare al mondo, senza macchiarla, quell’ultima immagine trionfale di quattro anni prima. Ma per Zagallo, costretto a schierare Valdomiro e Carpegiani, la defezione di “o rei” si rivela un handicap insormontabile.

Tornato in patria, ripercorre a ritroso la sua carriera da calciatore, andando stavolta ad allenare il Flamengo lanciando nel firmamento calcistico Zico. Ma la crisi economica che colpisce il Paese lo convince a emigrare nel 1977 nel Golfo Persico per monetizzare la sua carriera. Passa così una decina di anni tra i petrodollari, a insegnare calcio agli arabi ma pure a condurli a prestigiosi traguardi: qualifica il Kuwait al Mondiale 1982 in Spagna, l’Arabia Saudita all’Olimpiade 1984 di Los Angeles e pure i minuscoli Emirati al Mondiale 1990 in Italia. Imprese che, per le condizioni ambientali, tecniche e climatiche, valgono forse più delle vittorie col Brasile. Anche perchè i munifici sceicchi lo ricompensano a suon di centinaia di migliaia di dollari.

Insomma, se ne torna in Brasile ricco. Famoso lo era gia. Ma ritrova un Paese anche calcisticamente depresso, perche nonostante le generazioni dei vari Rivelino, Dirceu, Zico, Junior, Cerezo, Falcao, Socrates, Dunga, Romario e Bebeto, tutti i colleghi che l’hanno rilevato (Claudio Coutinho ad Argentina 1978, Tele Santana a Spagna 1982, e Messico 1986 e Sebastiao Lazaroni a Italia ‘1990) hanno fallito l’appuntamento col Mondiale. Cosi, nell’imminenza di Usa 1994, è lo stesso tecnico Carlos Alberto Parreira a chiedere alla federazione di potersi avvalere dell’impagabile consulenza di Zagallo. E non lo fa certo per sdebitarsi degli anni passati insieme nel mondo arabo, quando lui, semisconosciuto ginnasiarca, aveva appreso la scienza di Zagallo assistendolo tra Kuwait, Riyadh e Dubai, quanto perchè il Brasile non vince più un titolo mondiale da quasi un quarto di secolo, un’eternita, e l’esperienza di Zagallo potrebbe rivelarsi fondamentale.

E ha ragione, poichè è su un’organizzazione tattica e collettiva di stampo europeo che uno dei Brasile meno spettacolari di sempre mette in riga 7 nazionali del vecchio continente. Un po’ come in Messico, 24 anni prima, tocca ancora all’Italia inchinarsi, a Pasadena, al Brasile di Zagallo, il cui “europeismo” valorizza il talento, allora di Pelè e stavolta di Romario. La coppia Parreira-Zagallo viene riproposta a Francia 98 dove i verdoro vengono sconfitti in finale dai padroni di casa. Il suo talismano viene evocato anche in preparazione dei mondiali 2006, questa volta accanto a Felipe Scolari ma con scarsi risultati: Brasile a casa nei quarti e dimissioni immediate. E’ la fermata conclusiva della sua eterna carriera.