1974 – Biagi: “Azzurro scuro, quasi tenebra”

Ancora un esperienza mondiale sfortunata raccontata da Alfeo Biagi. Battuti, scornati, delusi, fischiati, insultati dagli inferociti emigranti tedeschi. Questi gli azzurri del doloroso mondiale del ’74 in Germania…


Quel giorno a Stoccarda bisognava, almeno, pareggiare con la Polonia: sennò tutti a casa. Era il 23 giugno del 1974, gli azzurri stavano giocando (male) il campionato del Mondo fase finale in Germania. E fin lì, ne erano successe di tutti i colori per via di una spedizione nata male e proseguita peggio. Capo-comitiva Franco Carraro, coadiuvato da Italo Allodi nelle funzioni di… cuscinetto anti-stampa, per proteggere Ferruccio Valcareggi dai soliti, insopportabili assalti dei giornalisti. Squadra mezzo sfasciata, dopo i trionfi del Messico, con Burgnich (diventato, però, libero) Facchetti, Mazzola, Rivera e Riva a rappresentare i lembi, ormai laceri, della grande Nazionale che, allo Stadio Azteca, aveva ceduto soltanto al Brasile di sua maestà Pelé.

Poi, quelli della Lazio, fresca dall’inaspettato, tuttavia meritatissimo, trionfo in campionato, alla guida dell’indimenticabile Tommaso Maestrelli. Una squadra raccogliticcia, percorsa dai brividi perniciosi di troppe rivalità interne, con uomini che si vedevano l’un l’altro come il fumo negli occhi, destinata ad un triste… destino. Infatti, l’esordio, il 15 giugno a Monaco di Baviera, aveva fatto paventare addirittura un’altra Corea, quando tale Sanon, illustre sconosciuto della sconosciutissima Nazionale di Haiti, era andato in gol, infilando come un galletto amburghese l’impacciato Spinosi per trafiggere Dino Zoff al vertice di una solitaria galoppata (e sarà, al tirare delle somme, il gol fatale, quello che deciderà, per la differenza-reti, l’eliminazione dell’Italia a vantaggio di una opaca e insignificante Argentina…). Avevano rimediato Rivera e Anastasi, più un’autorete di Auguste, il più impacciato degli strampalati difensori haitiani.

Senonché al decimo della ripresa, era accaduto il fattaccio: Valcareggi decide (chissà poi perché…) di sostituire Chinaglia, che fin lì ha giocato (male) come tutti gli altri, con il panchinaro Anastasi. Chinaglia sapete com’è: esuberante, bizzoso, recalcitrante ad ogni tipo di disciplina, umorale e un tantino maleducato. E siccome non l’intendeva affatto di lasciare il posto a Pietruzzu, si scatenò letteralmente: andò verso la panchina dell’allibito Valcareggi gesticolando, gli urlò uno stentoreo «vaffa…», fece il gesto dell’ombrello. Per colmo di sventura, in quell’istante le telecamere in Mondovisione lo inquadravano in primo piano. Centinaia di milioni di spettatori, allibiti, si fecero un ben strano concetto della atmosfera che doveva regnare in seno alla famosa Nazionale italiana…

Poi, la bagarre. Dapprima Chinaglia confermò per filo e per segno di aver proferito la frase volgare, ammise di aver fatto il gesto inequivocabile in direzione di Valcareggi, dicendo: «Non sono pentito, non chiedo scusa a nessuno, lo rifarei un’altra volta. Se non mi faranno giocare più in Nazionale, me ne frego. Stavo facendo il mio dovere, non dovevano farmi uscire. Chinaglia non si lascia prendere per il naso da nessuno» (per la verità, non disse mica «naso», ma fa lo stesso). Al «Mon Repos», l’isolatissimo alberghetto di Ludwigsburg, una località semideserta a qualche decina di chilometri da Stoccarda dove la Nazionale viveva tristissimi giorni di completo isolamento, scoppiò il finimondo. Carraro e Allodi erano del parere di rimandare immediatamente Chinaglia in Italia, Dario Borgogno, Segretario Generale della FIGC, aveva già stilato il comunicato ufficiale da passare alla stampa, Artemio Franchi, il Presidente, si era detto d’accordo a meno che… Il solito «a meno che» all’italiana: se Chinaglia chiedeva pubblicamente scusa a Valcareggi, poteva restare.

Nel cuore della notte un laziale (hanno sempre detto che sia stato Wilson) telefonò a Roma a Tommaso Maestrelli, spiegandogli la situazione. Maestrelli, che fra i tanti miracoli era capace anche di quello che occorreva per far ragionare Chinaglia, volò immediata- mente a Stoccarda, piombò a Ludwigsburg nel cuore della notte, ebbe un lungo, tormentato colloquio con Chinaglia. E la mattina seguente i giornalisti furono convocati d’urgenza al «Mon Repos» dove Carraro rilasciò la seguente, incredibile dichiarazione: «Tutto a posto. Chinaglia ha chiesto scusa a Valcareggi (e Giorgione, seduto accanto a lui, annuiva con il capo) e ha promesso che non Io farà più. A Monaco, Chinaglia ammette di avere agito in stato confusionale, da quell’impulsivo ingovernabile e disambientato che è. La faccenda è chiusa».

Italo Allodi sembrava una statua di cera, tanto faticava a nascondere la sua indignazione (e appena tornato in Italia diede immediatamente le dimissioni…), gli azzurri più che mai ferocemente divisi in clan (quelli della Lazio, bene o male, solidali con Chinaglia per ragioni di… campionato, perché i gol di Chinaglia facevano molto comodo) gli altri letteralmente furibondi. Con un clima del genere fu già molto se il 19 giugno, ovviamente con Anastasi in squadra e Chinaglia in tribuna, l’Italia riuscì a pareggiare con l’Argentina (1-1, rete di Housemann e un altro autogol, di Perfumo), ed eccoci allo scontro decisivo con la grande Polonia di quel 1974.

Quella del gelido, antipaticissimo, ma molto bravo Kasimir Gorski, il CT polacco che la sapeva lunga, era una signora squadra. Nel girone preliminare aveva clamorosamente eliminato l’Inghilterra, e la stupenda difesa di Tomaszewski, il portiere gigantesco, del libero Gorgon, dello stopper Zmuda aveva incantato Wembley. In Germania, i polacchi avevano già battuto Argentina (3 a 2) e Haiti (7 a 0), quindi, avendo l’Argentina già concluso il suo ciclo di gare totalizzando 3 punti. L’Italia, pure con 3 (i 2 strappati ad Haiti, il punto del pari con gli stessi argentini) aveva una sola eventualità da scartare: la sconfitta contro i temutissimi polacchi. E qui Valcareggi finì per perdere la testa, frastornato com’era dalle furibonde polemiche che infuriavano attorno a quella povera, sconclusionatissima Nazionale. Fuori Riva e Rivera, i peggiori in campo contro l’Argentina (famosa l’esclamazione di Nicolò Carosio quando il Giannino rossonero cadde addirittura a terra inciampando goffamente sulla palla: «Alzati e cammina, perdio!»), Anastasi ala sinistra e… Chinaglia centravanti!

Pare che, all’annuncio ufficiale del ripescaggio del ribelle laziale, ci fosse una autentica sollevazione generale, soffocata a stento dai buoni uffici di Italo Allodi, che sudò… quattordici camicie per convincere i più ostili a Chinaglia a non fare storie. La formazione, per la cronaca, finì per essere la seguente: Zoff; Spinosi, Facchetti; Benetti, Morini, Burgnich; Causio, Capello, Chinaglia, Mazzola, Anastasi (poi entrarono, a frittata cotta, Wilson per Burgnich e Boninsegna per Chinaglia: che se ne andò senza profferire verbo né agitar di gomito…).

Eppure, anche una squadra così mal combinata avrebbe probabilmente battuto la grande Polonia senza un colossale (e molto… chiacchierato) errore arbitrale. Il tedesco orientale Weyland, infatti, dopo soli 6 minuti dal via, ignorò clamorosamente un fallo macroscopico del libero Gorgon ai danni di Anastasi, lanciato in gol e ormai solo davanti a Tomaszewski da un bellissimo passaggio di… Chinaglia. Niente rigore, disperazione degli azzurri, morale sotto le scarpe, la Polonia cresce col passare dei minuti, il regista, l’inarrivabile Deyna, sale in cattedra, al 38′ si chiude il mondiale degli azzurri: lancio in verticale di Deyna per l’affilato centravanti Szarmach, una stoccatore inesorabile, gol.

Crollo fisico e morale, Deyna, che pure è un lento-pede, supera tra azzurri inchiodati al suolo e raddoppia a un minuto dalla pausa. Due a zero, inutile il guizzo in extremis di Fabio Capello che salva… l’onore a quattro minuti dalla fine con un rasoiata da media distanza, l’Italia è fuori per differenza reti nei confronti dell’Argentina: loro più 2 (7 fatti, 5 subiti; gli azzurri 5 fatti, 4 subiti, ecco il maledetto gol di Sanon, una specie di… Pak Doo Ik in chiave germanica).

Bene, la grande Polonia si classificò al terzo posto, subito alle spalle della Germania Ovest, campione del mondo, e della grande Olanda di Neeskens e Cruijff, perché era una formazione di immense possibilità. Capocannoniere del mondiale fu l’ala sinistra Lato, un fulmine in area di rigore. Altro fuoriclasse Gadocha, oltre ai difensori, fortissimi, e al centravanti Szarmach, secondo cannoniere alle spalle di Lato. Perdemmo quel giorno a Stoccarda perché loro erano i più forti. Ma i soliti ignobili cialtroni tentarono di gettare fango su quella disgraziata partita, affermando che gli azzurri, addirittura sul campo mentre giocavano, avevano tentato di corrompere i polacchi, offrendo grosse somme per lasciarli pareggiare (la Polonia, lo ricordate?, sarebbe passata in ogni modo al turno successivo). Un figuro, apolide di incerta provenienza, arrivò perfino a dichiarare che un emissario italiano era andato, il giorno della vigilia, nel ritiro della Polonia, a proporre l’inghippo: e si disse disposto a rivelarne anche’il nome. Glielo chiesero, sparì non si sa dove. Battuti, scornati, delusi, fischiati, insultati dagli inferociti emigranti tedeschi sì: ma puliti. Questi gli azzurri del doloroso mondiale del ’74 in Germania.

Alfeo Biagi