1978 – Pecci: “Con Bearzot non giocai mai, ma che signore!”

«Sono convinto che il c.t. sperava che si aprisse uno spiraglio per me. Aveva detto che mi stimava, però in Argentina non ci fu niente da fare»

L’ex granata ricorda l’amara esclusione dai campionati del 1978. Dopo quell’esperienza Eraldo chiese al tecnico di non convocarlo più.

«Bearzot era stato chiaro e sincero: “Ti porto perché ti stimo come uomo e come calciatore e poi perché sei del Toro come me: ma è molto difficile che tu possa giocare”. E andò proprio così: ma io, quel Mondiale, lo vissi senza complessi e senza frustrazioni. Fu e rimane una delle più belle esperienze umane e professionali della mia vita».

Eraldo Pecci, a distanza di tanti anni ne parla ancora con orgoglio e dolcezza. Quello d’Argentina fu un Campionato storicamente decisivo per la nazionale italiana: fu lì che maturò, esplose e si impose all’attenzione internazionale il gruppo azzurro che poi sarebbe diventato campione del mondo nell’82. «Il modulo e gli uomini erano quelli della Juventus che con Trapattoni aveva appena rinunciato al regista tradizionale (Capello), per passare a un centrocampo “collettivo” (quello basato su Furino, Benetti e Tardelli, con l’appoggio creativo di Franco Causio). Così i bianconeri avevano vinto gli ultimi due scudetti, compreso quello del ’77, mannaggia: 51 punti loro, 50 punti noi. Nel Torino, invece, io giocavo come playmaker classico. E giocavo bene, diciamolo pure: al punto che lo stesso Bearzot mi aveva fatto esordire in nazionale a vent’anni».

Sì, ma il più delle volte, la chiamava e non la faceva giocare: strano modo di stimarla. «E’ vero: forse dentro di sé sperava che si aprisse uno spiraglio anche per me. Purtroppo non accadde mai: ma si comportò sempre da galantuomo e da persona per bene». Possibile che alla sua linguaccia non sia mai scappata neanche una battuta sull’argomento? «Beh gli dicevo sempre: Mister è un peccato che lei sia nato trent’anni prima di me, perché facendomi da riserva al Torino e guardandomi con attenzione, lei che aveva il piede quadrato avrebbe imparato a giocare un po’ meglio». Pecci era – ed è – ancora così. Simpatico, iconoclasta, sincero.

Con la Nazionale ha avuto un rapporto intenso, ma fatalmente avaro: appena sei partite nell’arco di un quinquennio («Un bel giorno fui io a dire a Bearzot che lo ringraziavo, che lo capivo, ma che era meglio che non mi chiamasse più: e avevo appena 25 anni»).

Pecci (accosciato, al centro) con l’Under-23 nel 1976

La Nazionale d’Argentina era formata da due “blocchi”: nove (!) giocatori della Juventus e sei giocatori del Torino, il Torino più bello da Superga in poi, il Torino campione d’Italia di due anni prima.

Dell’Inter c’era solo Bordon, come terzo portiere; del Milan solo Maldera, partito come titolare e poi scavalcato da un giovanissimo e straripante Cabrini. E quello fu appunto il Mondiale di Cabrini e Rossi, lanciati per l’occasione da Bearzot a perfezionare il nucleo ormai storico dei Gentile, dei Tardelli, dei Scirea e di nonno Zoff: insomma dei futuri trionfatori di Spagna. «Checché se ne pensi, né noi del Toro, né io, personalmente, vivevamo quel curioso “derby” in azzurro con fastidio o con complessi particolari. Bearzot era un maestro nel farci sentire tutti suoi “figli”: tutti benvoluti, tutti importanti. Io, poi, con Zoff e con Benetti ero addirittura nella commissione interna che doveva trattare i premi. E fummo bravi, sa: ne guadagnammo tanti di soldi in quel Mondiale!».

D’altra parte l’Italia del pallone aveva un gran bisogno di dimenticare il disastro (anche d’immagine) di Germania ’74. E Bearzot, in questo senso, aprì veramente una nuova era: sia dal punto di vista calcistico che dal punto di vista morale. «Come in tutti i Mondiali, cioè come in tutte le manifestazioni calcistiche di breve durata, la sostanza del progetto si dovette però misurare con il peso degli “episodi”. E gli “episodi” non ci furono completamente favorevoli. In altre parole, l’Italia era probabilmente la squadra più forte di tutte (come dimostrò umiliando l’Argentina, che poi sarebbe diventata campione grazie anche a fattori non limpidissimi): ma bastarono i due gol da trenta metri subiti nella semifinale con l’Olanda per farla scivolare verso una posizione meno sincera. Io ancora oggi sono convinto che se quello fosse stato un campionato “normale” (come può esserlo una stagione calcistica regolare), l’Italia lo avrebbe stravinto. Così come, con altrettanta sincerità, penso che il Brasile – su un passo più lungo – avrebbe stravinto il Mondiale successivo. Quindi, per la storia del nostro calcio, i conti probabilmente tornano».

Lei parla con simpatia di un Mondiale che comunque si svolse in un clima di grande tensione. Quella era l’Argentina dei Colonnelli: l’Hindu Club, la sede del ritiro azzurro era presidiata dai carri armati e non solo per motivi di sicurezza. «Indubbiamente nei nostri spostamenti al di fuori del ritiro – soprattutto dei miei che avevo…più tempo libero e la testa più sgombra degli altri – si percepiva questo pesante clima di dittatura. Arrivando agli stadi per le partite non fu difficile accorgersi che persino le “maschere” che ci accompagnavano in tribuna erano dei poliziotti o dei militari. E, visto il taglio dei capelli, nemmeno tanto ben mimetizzati. Costretti com’eravamo a starcene all’Hindu Club, maturammo comunque un bellissimo spirito di gruppo. E, per quanto mi riguarda, feci anche amicizia con i francesi che dividevano con noi gli impianti sportivi. Ecco, anche a loro quel Mondiale andò peggio di quanto meritassero: purtroppo ebbero la sfortuna di incontrare l’Italia alla primissima partita, altrimenti sarebbero andati molto, molto più lontano. Il loro giovane regista aveva due mesi meno di me. Si chiamava Michel Platini».

Con che spirito ripartì da quella strana “vacanza” in Argentina? Pensava che per lei ci sarebbe stato un “altro” Mondiale? «No, ebbi la netta sensazione che, per la mia carriera, questo tipo di esperienza fosse nata ma fosse anche finita lì. Non ero un “animale” da Nazionale: per me il senso della squadra è sempre stato quello della quotidianità, come nel caso del Torino, del Bologna, ma anche della Fiorentina e del Napoli. Lo dissi con molta franchezza a Bearzot: e Bearzot mi capì da vero papà, anche se prima dell’82 fece un affettuosissimo tentativo per farmi rientrare. Della “mia” Argentina mi restano tanti ricordi, compreso la maglia numero 11 che non indossai mai. Nei due Mondiali precedenti l’aveva portata Gigi Riva. E la diedero proprio a me che, in tutta la mia carriera, non ho mai fatto un gol non dico in acrobazia, ma neanche di testa. Ora capisce perché si perdono i Mondiali?».

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