BIAVATI Amedeo: il poeta del doppio passo

Ci sono cose che non scegli, semplicemente si attaccano all’anima senza alcuno scampo. Succede e basta, ma sempre con una sua logica nascosta eppure tremendamente razionale se soltanto fossimo in grado di scrutare i moti delle nostre emozioni con la testa più che con il cuore. Ma così si perderebbe tutta la magia. Tra queste cose che ci cadono addosso ci sono i miti, quelli che prendiamo da un’immagine, da una lettura, da una partita, e finisce che ce li portiamo con noi per tutta la vita.

Ad un certo Pasolini il fato volle attaccare al suo cuore l’immagine mistica di un’ala destra che ha scritto la storia del calcio a modo suo, seppure oggi ben in pochi la ricordino. Nel cuore di Pasolini quell’immagine è sempre rimasta, sin da quando, ancora studente al liceo Galvani, trovò la poesia prima che nella lettura in un movimento rapido, elegante e stupefacente con un pallone fra i piedi. Quel movimento Pasolini lo imitava nei campi di Caprara, con la palla che veloce accarezzava l’erba fresca. Eppure no, non veniva mai come avrebbe voluto, non veniva mai come il movimento che ogni domenica vedeva fare allo stadio dal suo idolo. Nessuno lo sapeva fare del resto. Quel movimento era il doppio passo di Amedeo Biavati.

La logica nascosta eppure tremendamente razionale per cui Pasolini rimase folgorato da Amedeo Biavati si può ritrovare semplicemente in una parola: poesia. Biavati nascondeva dietro la stempiatura precoce ed un sorriso spiazzante, un animo da artista. Non folle, non fuori dagli schemi, semplicemente un animo artistico puro, che ritrovava nel calcio e nel campo da gioco la sua tela perfetta, la pagina vuota da riempire.

amedeo biavati storiedicalcioPasolini era tifoso del Bologna incredibile degli anni ’30 e come idolo gli capitò Biavati perché entrambi, a loro modo, nascondevano dietro la normalità una incredibile forza artistica, una grande empatia con chi li seguiva ed osservava. La vera differenza sta nel fatto che dell’ala di quel magico Bologna che “tremare il mondo fa”, come cantavano allora i tifosi rossoblu,il mondo calcio se ne è dimenticato troppo presto, anche nella stessa città emiliana, dove solo gli appassionati restano a raccontare le scorribande sulla fascia di quel Garrincha all’italiana.

Eppure quel suo doppio passo fece innamorare il mondo, con quel movimento di gambe veloce ed ubriacante (si narra reso ancora più efficace dai piedi piatti del giocatore, il quale giocava con dei plantari appositi) Amedeo ha dribblato tutto e tutti, conquistando scudetti e una Coppa del Mondo. Si può descrivere un’opera d’arte? Si, ma non si potrà mai trasmettere ciò che si prova nell’osservarla o nel leggerla. Lo stesso vale per Biavati ed i suoi dribbling, il suo dribbling.

Brera, non l’ultimo arrivato, ci provò a descrivere il doppio passo dell’esterno bolognese e questo fu il risultato: “La finta di iniziare il dribbling con il destro, teso e poi trattenuto e richiamato con armoniosa somioneria quando l’avversario ha pensato ormai al sinistro. E’ una finta elegante, con il difetto di non essere un gesto perentorio: ma proprio per la sua semplicità inganna l’avversario che sta per opporsi in tackle e vi rinuncia, insospettito da questa pausa: allora ne approfitta Biavati per partire e prendere vantaggio”. Come ammise la stessa penna però, tentare di ingabbiare nelle parole quell’armoniosa visione fu un tentativo alquanto vano: “Non m’illudo di averlo descritto alla perfezione, il famoso scambietto di Biavati” ammise poi, quasi con rispetto verso quel gesto tecnico e verso quel calciatore.

Amedeo, cresciuto nel Bologna, prima di diventare protagonista di quella squadra, si fece un anno di prestito a Catania, senza infamia né lode. Il suo ritorno in Emilia lo vide prima mezzala di riserva e poi, grazie all’intuizione di un grande allenatore come Weisz, ala pura sulla fascia destra. Lì Biavati poté finalmente mostrare al mondo le sue abilità. Doppio passo e scatto veloce, verso il fondo, e poco prima della fine del campo cross deliziosi per i compagni Reguzzoni e Puricelli. Ma Amedeo non disdegnava la gloria personale, la firma sulla tela, ovvero i gol alla fine di azioni esaltanti nella loro rapidità e fluidità del movimento.

Giocò con i rossoblu oltre 200 partite realizzando più di 70 reti tra le stagioni ’35-’36 e ’46-’47. Eppure Biavati non era un talento precoce. Prima di diventare una stella del calcio italiano, ricoprì il ruolo di riserva, tanto che il primo dei suoi quattro scudetti vinti col Bologna, lo vinse da panchinaro. Poi però l’intuizione di Weisz, come sempre in questi casi coadiuvata dal fato (l’infortunio dell’ala titolare Maini), permise a tutti gli appassionati di godersi questo fantastico calciatore.

Biavati ed il suo doppio passo raggiunsero la Nazionale nel 1938, l’anno dei Mondiali di Francia. Pozzo, inizialmente, non puntò su di lui, ma nei quarti di finale, in cui l’Italia batté i padroni di casa per 3-1, Amedeo sostituì sulla fascia Pasinati e fu amore con il ct azzurro e, soprattutto, fu seconda vittoria Mondiale per il Belpaese. La velocità dello stempiato ventitreenne di Bologna divenne l’arma preferita di Pozzo per scardinare le difese avversarie e con la Nazionale Biavati collezionò diciotto presenze ed otto reti. Vinse sempre, tranne nella partita di addio contro l’Austria nel 1947. Proprio la maglia azzurra regalò ad Amedeo la gloria eterna del calcio mondiale perché fu con l’Italia che segnò il suo gol più bello, apoteosi della sua classe.

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Italia – Svizzera 1938. Dopo aver superato lo svizzero Rauch, Biavati mette al centro uno dei suoi precisi traversoni

13 maggio 1939, Milano. San Siro è colmo di gente nonostante la pioggia battente che, instancabile, cade dal cielo goccia su goccia. L’Inghilterra, la Regina del football, è giunta in Italia per dare una lezione ai nuovi dominatori del calcio mondiale, i due volte Campioni del Mondo azzurri. Gli inglesi erano in vantaggio per un gol a zero, quando Biavati, nonostante la pioggia, divenne un soffio di vento sulla fascia destra. Prese palla a circa quaranta metri dalla porta avversaria e partì per una fuga storica. L’arcigno e fortissimo terzino dell’Arsenal Hapgood gli si fece incontro e Biavati divenne, in quel momento, brezza leggera grazie al suo mitico doppio passo: una volta, due volte. Hapgood è saltato, è dietro. Il campo è aperto e Biavati segna il gol del pareggio azzurro e quei pochi secondi di calcio sublime regalano ad Amedeo il giusto plauso del mondo calcio. Il terzino inglese, dopo il gol subito, va ad applaudirlo ed a stringergli la mano, un gesto che vale per l’ala emiliana più di un Pallone d’Oro.

Se sul campo da gioco era un artista, fuori era una persona schietta e semplice, innamorato delle sue passioni. Una volta lasciata Bologna, tentò con poca fortuna l’avventura del calciatore-allenatore a Magenta, Manduria, Imola e Città di Castello, dimenticato da quella società a cui tanto aveva dato e che mai gli offrì un ruolo nell’organigramma. Finì addirittura ad allenare in Libia, non volendosi staccare da quel pallone senza cui proprio non poteva vivere.

Alla fine Bologna lo riaccolse, con il comune che gli offrì un posto nelle politiche giovanili, per seguire i giovani nell’approccio al calcio. Se uno non era proprio portato, senza tante remore, Amedeo glielo diceva ma, allo stesso modo, se uno era forte lui se ne accorgeva senza tante difficoltà. Bulgarelli (il secondo idolo calcistico di Pasolini. Un unico fil rouge ad unire tutti e tre: scherzi del destino) lo scoprì lui e si può dire che di certo non sbagliò. Quello che non mancava mai era l’illuminante sorriso stampato in viso, che addolciva tutto, tant’è che gli fu proposto di girare un Carosello per un dentifricio, ma dopo averci pensato su, Biavati rifiutò: non voleva che i suoi ragazzini pensassero che faceva qualcosa per soldi. Strano il destino, probabilmente con quella pubblicità il suo volto sarebbe rimasto per sempre impresso nella memoria di tutti ed invece così di lui rimane soltanto un movimento elegante e di una bellezza stupefacente che tantissimi artisti del calcio, negli anni, hanno ripreso e fatto loro. Di lui, immortale, rimane soltanto un doppio passo.

  • testo di Andrea Rossetti
amedeo biavati bulgarelli

Il passaggio di testimone fra le due bandiere rossoblù che hanno vestito con onore la maglia azzurra: Giacomo Bulgarelli ed Amedeo Biavati prima del mondiale 1966