AMOROSO Márcio: Il trottolino che si fece Re

L’unico brasiliano capace di vincere la classifica marcatori della Serie A. Arrivato a Udine con la benedizione di Zico, ha trasformato la saudade in gol leggendari che il Friuli non dimenticherà mai.

C’è stato un tempo in cui l’Italia era il centro del mondo calcistico. Un’epoca in cui i campioni più luminosi del pianeta attraversavano oceani e continenti per approdare nel nostro campionato, trasformandolo in un teatro di meraviglie. Dal Brasile, in particolare, arrivarono ondate di talento purissimo: Falcão, Zico, Cerezo, Junior, Socrates. E poi ancora Aldair, Careca, Ronaldo, Ronaldinho, Kaká. Nomi che evocano giocate impossibili, notti europee indimenticabili, gol che si tramandano di generazione in generazione. Eppure, fra tutti questi fuoriclasse, uno solo è riuscito in un’impresa che nessun altro connazionale ha mai compiuto: vincere la classifica marcatori della Serie A. Il suo nome è Márcio Amoroso.

Il ragazzo di Brasilia

Márcio nasce il 5 luglio 1974 a Brasilia. Il giorno successivo la sua nazionale perderà la finalina per il terzo posto ai Mondiali tedeschi contro la Polonia: quasi un presagio di rivincita per quel bambino che sarebbe cresciuto col pallone come compagno inseparabile. Fin da piccolo si trova davanti a un bivio classico, quello fra i libri e il campo. Sceglie i libri, con saggezza, ma senza mai abbandonare davvero quel pallone di cuoio che gli bruciava fra i piedi.

I primi calci li tira nel Clube de Senado di Brasilia, una piccola realtà locale. Poi, completati gli studi, si dedica completamente al calcio: uno stage al Vasco da Gama e successivamente l’approdo al Guaraní de Campinas, fucina rinomata di giovani talenti. Il suo nome inizia a circolare, arrivando fino in Giappone. Lo Yomiuri Verdy lo ingaggia per le proprie giovanili e lui risponde con sedici gol in diciannove presenze, contribuendo a due campionati under 20. Durante il torneo di Viareggio del 1993, sotto gli occhi di un giovanissimo Alessandro Del Piero, dipinge un gol che lascia tutti a bocca aperta: il biglietto da visita di un talento cristallino.

Cadere e rialzarsi, due volte

Tornato in Brasile nel 1994, Amoroso esplode definitivamente col Guaraní: vince la classifica marcatori del campionato brasiliano e il CT Zagallo lo convoca in nazionale. L’esordio arriva il 29 marzo 1995 a Goiânia, in un’amichevole contro l’Honduras. Il futuro sembra tracciato in oro. Ma il destino, come spesso accade, presenta il conto nel momento meno opportuno.

Il 3 dicembre 1994, un intervento al limite gli procura la rottura dei legamenti del ginocchio sinistro. Mesi di riabilitazione, sofferenza, sudore. Poi, nell’aprile del 1995, cede anche il ginocchio destro. Un secondo intervento, sette mesi di stop. I pretendenti, che prima facevano la fila, si dileguano come ombre al tramonto. Ma non tutti. C’è un uomo, a migliaia di chilometri di distanza, che non lo perde mai d’occhio: il presidente dell’Udinese, Giampaolo Pozzo. Márcio torna in campo più forte di prima: tre chili di massa muscolare in più e una fame insaziabile di rivalsa. Un breve ma intenso passaggio al Flamengo, dove è lo stesso Romário a volerlo al proprio fianco, convince definitivamente l’Udinese a scommettere su di lui.

Parola di Zico

Udine, 16 luglio 1996. A bordo di una torpedo nera, come un re che torna nella sua terra, Zico attraversa la città. Era passato poco più di un decennio da quando il Galinho aveva fatto sognare il Friuli intero, e la gente lo accoglie come se il tempo non fosse mai passato. La folla si apre al suo passaggio e lui, dalla piazza che un tempo aveva fatto tremare col leggendario grido “Zico o Austria”, prende la parola per presentare il suo pupillo: “Amoroso è un autentico campione. Vedrete, vi regalerà tante gioie e soddisfazioni. Garantisco io per lui.”

Le aspettative si gonfiano, forse anche troppo. Ma prima bisogna superare l’esame più duro: quello del campo.

Tra valigie pronte e gol decisivi

L’impatto con la realtà friulana non è semplice. Márcio soffre la distanza dalla sua terra, sua moglie Raquel patisce la solitudine delle lunghe giornate fra le mura di casa. Il pensiero di tornare in Brasile li accompagna in più di una notte. Nella squadra di Zaccheroni il posto è occupato dal veneziano Poggi e dal tedescone Bierhoff. Amoroso scalpita, stressando il team manager Causio per trovare spazio nella trequarti. Si racconta di valigie sempre pronte sotto il letto nei ritiri pre-partita, in attesa di una fuga che non si concretizzerà mai.

È il capitano Calori a prenderlo da parte con la schiettezza che solo un leader vero possiede. Un giorno, prima di UdineseFiorentina, Márcio gli confessa la voglia di mollare tutto. Calori lo solleva di peso e gli dice senza mezzi termini: “Tu non vai da nessuna parte. Se oggi non ci fai vincere la partita, ti ci porto io in Brasile!” Messaggio ricevuto. Doppietta di Amoroso e Fiorentina battuta 2-0. Il Friuli esplode, e con esso la fiducia del ragazzo di Brasilia. Attorno alla famiglia Amoroso si stringono gli abbracci caldi e fraterni del popolo friulano, in particolare gli amici dell’Udinese Club di Orsaria, che permettono alla giovane coppia brasiliana di integrarsi totalmente, senza più riserve. Ora Márcio non è più uno straniero: è uno di loro.

Udinese-Fiorentina 2-0: la partita della svolta

L’ascesa

L’Udinese 1996-97 è una squadra che si scopre grande partita dopo partita. Il tridente PoggiBierhoffAmoroso — suggerito dallo stesso Márcio a Zaccheroni: “Noi tre là davanti possiamo giocare assieme!” — è una miscela esplosiva capace di incendiare qualsiasi difesa. Ma il capolavoro va in scena il 13 aprile 1997, al Delle Alpi di Torino, contro la Juventus.

Dopo pochi minuti l’arbitro Bettin espelle il difensore Genaux: l’Udinese resta in dieci per tutta la partita. Logica vorrebbe la resa, un difensore al posto di un attaccante. Ma Zaccheroni è fatto di un’altra pasta: richiama il centrocampista Locatelli, inserisce il granitico Gargo a protezione della difesa e lascia Bierhoff e Amoroso liberi di far male. Due gol di Márcio, uno di Oliver, e la Vecchia Signora crolla 0-3, con tanto di due rigori sbagliati da Vieri e Zidane. Una notte indimenticabile che spalanca le porte dell’Europa ai bianconeri friulani per la prima volta nella loro storia centenaria.

Il re del gol

La stagione 1997-98 è quella della consacrazione collettiva: terzo posto in classifica e Oliver Bierhoff capocannoniere con 27 reti, primo bianconero di sempre a conquistare quel titolo. La notte simbolo di quella stagione è il 4 novembre 1997: oltre quarantamila tifosi sventolano bandierine bianconere per l’arrivo dell’Ajax al Friuli. Quindici giorni prima, ad Amsterdam, gli uomini del Zac erano usciti sconfitti per 1-0 ma a testa altissima. Al ritorno vincono 2-1, non basta per passare il turno, ma quell’immagine resterà per sempre scolpita nella memoria collettiva del Friuli. È però la stagione successiva quella di Amoroso. Sulla panchina siede Francesco Guidolin, uomo di idee e coraggio, che individua in Márcio l’erede di Bierhoff. Lo responsabilizza, lo mette al centro del progetto, ne stimola la rabbia per l’esclusione dai Mondiali di Francia ’98. Amoroso risponde con la lingua che conosce meglio: quella dei gol.

Il 21 marzo 1999, contro il Parma, mette in scena il suo capolavoro assoluto. Ultimo minuto, partita in equilibrio. Bertotto imposta dalla difesa, palla a Poggi sulla trequarti destra. Il “fantàt furlan” crossa col mancino. Amoroso addomestica col petto, scavalca il difensore Sartor con un sombrero, si fa scivolare il pallone sulla fronte e al volo, di sinistro, scaglia una saetta imprendibile che fulmina Buffon. Il Friuli esplode. È il gol più bello della sua avventura italiana, probabilmente il più bello di tutta la sua carriera. A fine stagione il bottino recita ventidue reti, quinto posto in classifica con qualificazione in Coppa UEFA e, soprattutto, lo scettro di capocannoniere della Serie A: un primato che, ad oggi, nessun altro brasiliano è riuscito a eguagliare.

L’addio e il lungo viaggio

L’Udinese non può trattenere il suo gioiello. Si fa avanti la Juventus, offrendo come contropartita un giovane francese di nome Thierry Henry, che però rifiuta il trasferimento in Friuli preferendo l’Arsenal. Poi è la volta della Roma, che alla fine sceglie Montella. L’Inter di Moratti sogna la coppia RonaldoAmoroso, ma è il Parma di Tanzi a sborsare una cifra vicina ai settanta miliardi di lire.

A Parma comincia una stagione diversa, fatta di attese e frustrazioni. Il corpo tradisce Márcio proprio nel momento in cui avrebbe dovuto dimostrare di valere quell’investimento colossale. Gli infortuni lo condizionano pesantemente e il Parma non vede mai il vero Amoroso, quello che aveva infiammato il Friuli. In due stagioni in maglia crociata colleziona complessivamente quaranta presenze e undici reti: numeri dignitosi, certo, ma lontanissimi dalla sua versione migliore. Curiosamente, tra quei gol, due in campionato e uno in coppa Italia li segna proprio alla sua ex squadra, l’Udinese, come a ricordare a tutti cosa sapesse fare quando il pallone gli scottava fra i piedi.

Nell’estate del 2001 si apre il capitolo tedesco: il Borussia Dortmund lo acquista per una cifra che si aggira sui cinquanta miliardi di lire. In Germania ritrova sprazzi del suo talento migliore, contribuendo alla causa dei gialloneri prima che nuovi acciacchi fisici ne rallentino il rendimento. La tappa successiva è la Spagna: al Málaga disputa ventinove presenze impreziosite da cinque gol, un’esperienza onesta in una Liga che stava crescendo in prestigio internazionale.

Nel 2005 arriva il tanto desiderato ritorno nella sua terra. Il San Paolo è l’ultimo grande club a godere dei molti sprazzi del vero Amoroso: diciotto gol in ventisei partite e, soprattutto, la conquista della Copa Libertadores e del Mondiale per Club nel dicembre dello stesso anno. Trionfi che coronano il sogno di ogni calciatore sudamericano e che regalano a Márcio una gioia immensa, quella di vincere qualcosa di grande con la maglia del proprio Paese. L’ultima tappa italiana è al Milan, nel ruolo di quarto attaccante. Per uno scherzo del destino, il suo esordio rossonero avviene proprio contro l’Udinese, il 19 marzo 2006. Subentra a Shevchenko al 73′ con il Milan già avanti di quattro gol. Tutto lo stadio si alza in piedi per applaudirlo e osannarlo come se vestisse ancora la maglia bianconera. Un gol su rigore contro la Roma all’ultimo turno di campionato è il suo commiato d’addio con il Bel Paese.

La maglia verdeoro: un amore incompiuto

Il rapporto tra Márcio Amoroso e la nazionale brasiliana è una storia di talento riconosciuto ma mai pienamente sfruttato. L’esordio con la Seleção arriva il 29 marzo 1995, a Goiânia, nell’amichevole contro l’Honduras terminata 1-1. Ha appena ventun anni, il futuro sembra spalancarsi davanti a lui come un’autostrada senza curve. Ma i due gravi infortuni alle ginocchia lo costringono a un’assenza di tre lunghi anni dalla convocazione. Quando finalmente ritorna a brillare a Udine, il CT Zagallo lo richiama in vista del Mondiale di Francia ’98. L’attesa è febbrile, la speranza concreta. Ma la lista dei ventidue convocati viene pubblicata senza il suo nome.

Un’esclusione che brucia come sale su una ferita aperta e che Guidolin, con intelligenza, trasformerà in benzina per alimentare la stagione del capocannonierato. Amoroso vestirà comunque la maglia verdeoro in diverse occasioni, mettendo insieme un numero contenuto di presenze che non rende giustizia al suo valore reale. In una nazionale che in quegli anni poteva contare su attaccanti del calibro di Ronaldo, Rivaldo e Romário, trovare spazio era un’impresa titanica. Resta il rammarico per quello che avrebbe potuto essere e non è stato: con la sua velocità, i suoi dribbling fulminanti e quel sinistro capace di piegare le leggi della fisica, Márcio avrebbe meritato più spazio sotto i riflettori della Seleção.

Per sempre nel cuore del Friuli

La storia di Márcio Amoroso è una di quelle che il calcio regala raramente. Un ragazzo arrivato dall’altra parte del mondo con le valigie pronte sotto il letto e la nostalgia che mordeva ogni notte, che ha trovato in una terra apparentemente lontanissima dalla sua una seconda famiglia. Il popolo friulano lo ha avvolto come i rami di una quercia, proteggendolo dal freddo della solitudine fino a farlo sentire a casa. E lui ha ricambiato nel modo più bello possibile: con gol impossibili, imprese memorabili e un record che resiste al tempo.

L’unico brasiliano capocannoniere della Serie A. Un titolo che, in un campionato attraversato dai più grandi campioni verdeoro della storia, racconta più di mille parole la grandezza di quel trottolino arrivato da Brasilia con un sogno nel cuore e la benedizione di Zico: “Garantisco io per lui.” E aveva ragione.