BRAGLIA Giorgio: il Moschettiere

Capelli lunghi come Best, baffi da moschettiere, calzettoni abbassati. Sbagliava gol facili e ne segnava di impossibili. Ha fatto impazzire, nel bene e nel male, le piazze di Napoli, Milan e Foggia.

A Modena il cognome Braglia pesa come una medaglia d’oro appesa al collo. Lo stadio comunale, dal 1957, porta quel nome in onore di Alberto Braglia, ginnasta tre volte oro olimpico tra Londra 1908 e Stoccolma 1912. Ma c’è un altro Braglia che, in riva al Panaro, è pura leggenda: Renato, primatista assoluto di presenze con la maglia del Modena, cugino dei celebri fratelli Sentimenti e mediano di granito per 518 partite tra Serie A e B. Quando a Bomporto, il 19 febbraio 1947, nasce suo figlio Giorgio, il destino appare già scritto con l’inchiostro indelebile del sangue e del DNA pallonaro.

Eppure, il ragazzino che comincia a palleggiare tra i vicoli di provincia non ha nessuna intenzione di fare il mediano come papà. Gli piace l’attacco, gli piace correre a testa bassa, gli piace il gol. E gli piace un certo italiano della Grande Milano: “Il mio idolo da ragazzino era Rivera”, racconterà anni dopo. Solo più tardi, quando i capelli cominceranno a crescere ribelli, il suo modello diventerà un altro: un ragazzo nordirlandese col sorriso enigmatico e le donne in braccio, tale George Best.

Il canarino che voleva volare alto

Nelle giovanili del Modena, Giorgio si fa notare subito. Ala destra, ala sinistra, seconda punta: dove lo metti, dove corre. Sgroppate da sessanta metri, dribbling spezza-reni, assist, gol. E qualche volta — già si intravede il personaggio — il buco clamoroso davanti al portiere. L’esordio in prima squadra arriva in Serie B, nel campionato in cui i canarini rischiano di retrocedere: “Ci salvammo grazie ad un gol che feci alla Spal”, ricorderà con l’orgoglio un po’ schivo dei modenesi puri.

Nel 1969, il richiamo alle armi cambia le carte in tavola. Giorgio deve trasferirsi nella Capitale per il servizio militare e la Roma di Helenio Herrera lo tessera per rinforzare un attacco già affollato da Peirò, Cappellini e Landini. L’esordio in Serie A è da copione cinematografico: 16 novembre 1969, Olimpico, contro la Sampdoria. Entra al posto di Fabio Capello — sì, proprio quel Capello — e firma il 3-0 che sembra chiudere i giochi. Poi i doriani acciuffano clamorosamente il pareggio e il giovane modenese capisce subito una cosa: il calcio che conta è crudele come un pomeriggio di novembre.

Braglia supera Battara e segna il suo unico gol romanista contro la Samp

Della stagione resta poco: altre sei presenze e la panchina nella sfortunata finale di Coppa delle Coppe contro il Górnik Zabrze. La Roma decide di spedirlo al Brescia in prestito. E qui arriva il primo aneddoto rivelatore del personaggio, un misto di ingenuità e genialità fuori dal campo: “Fu un’esperienza squallida, non mi è piaciuta per niente, in una città molto triste. Un anno tristissimo, però comprai una Porsche usata senza sapere il valore che avrebbe avuto al giorno d’oggi. La rottamai nel ’73: Porsche 356 c, costerebbe 200.000 €”. Braglia, futurologo a rovescio: guadagnava col pallone, perdeva con le macchine.

Foggia, l’officina del talento

La Fiorentina di Liedholm, nella stagione 1971-72, è un altro capitolo avaro. Appena qualche spezzone, nessun gol, la frustrazione di chi si sente pronto ma non trova il varco. La svolta arriva quando Oronzo Pugliese lo chiama a Foggia. Allo Zaccheria, in quella Serie B ruvida e meravigliosa, Giorgio si libera. Corre, dribbla, segna. Fa crescere i capelli sulle spalle, si lascia baffi e pizzetto da moschettiere di Dumas. Finisce sulla copertina della rivista Intrepido e gli scout cominciano a circondare la sua porta. Best italiano, lo chiamano. Capellone, lo chiamano. Cavallo pazzo, lo chiameranno presto.

Alla domanda sul perché di quella chioma, lui risponderà sempre con una dichiarazione d’amore che disorienta i puristi del tifo: “Feci crescere i capelli in onore del mio idolo George Best: motivo, questo, per cui non tifo per nessuna squadra italiana in particolare, ma il mio cuore batte per il Manchester United”. Un italiano che tifa inglese. Uno specialista del controcorrente.

Napoli, e fu subito amore

Estate 1973. Il presidente Corrado Ferlaino consegna le chiavi del Napoli a Luís Vinício, il Leone di Belo Horizonte, allenatore-filosofo che sogna di portare sotto il Vesuvio il calcio totale degli olandesi. Vinicio vuole gente che corra, che pressi, che non si fermi mai. Vuole un’ala sinistra con le molle nei polpacci. Vuole Braglia.

L’impatto col San Paolo è folgorante. Una domenica di novembre, al minuto 84, contro la Samp, il moschettiere infila la rete del vantaggio. È l’inizio di una liaison popolare. Il pubblico di Fuorigrotta, che non perdona mai ma quando ama ama davvero, inventa in diretta uno dei cori più belli della storia azzurra: “Braglia, Braglia, Napoli a mitraglia”. Oppure, in versione tandem con il brasiliano Sergio Clerici: “Clerici, Braglia, Napoli a mitraglia”. I giornali dell’epoca ci ricamano sopra e il Corriere dello Sport apre con lo stesso titolo.

Quel primo campionato, 1973-74, il Napoli chiude terzo dietro Lazio e Juventus. Ma è la stagione successiva la più gloriosa della carriera di Giorgio: 16 gol complessivi, sesto posto nella classifica dei cannonieri, secondo posto finale con gli azzurri. La prima giornata è già un manifesto: tripletta all’Ascoli. Col compagno di reparto che gli apre i varchi come un buttafuori indulgente, Braglia diventa la rockstar di Fuorigrotta. Alto, magrissimo, calzettoni abbassati alla caviglia, corpo ondeggiante come un giunco nella tempesta: ai tifosi sembra un hippie disceso da una comune californiana per fare gol di testa al Cagliari.

Cavallo pazzo

Il soprannome “Cavallo Pazzo” glielo appiccica il San Paolo, ed è perfetto. Perché Braglia è capace di saltare mezza difesa avversaria in un assolo da vertigine e poi, davanti al portiere solo soletto, tirare in curva. “Braglia segnava gol impossibili e qualche volta ne sbagliava di più facili”, ricorda Mimmo Liguoro su Il Napolista. Era croce e delizia, nostalgia prima del tempo, talento allo stato brado.

Il 9 febbraio 1975 firma il più bello dei gol dell’ex: NapoliRoma 2-0, raddoppio di sinistro su cross di Rampanti. In panchina, dall’altra parte, c’è il suo vecchio maestro Liedholm, che al triplice fischio alza bandiera bianca con signorilità scandinava: “Abbiamo qualcosa da recriminare, ma sulla vittoria del Napoli non c’è nulla da obiettare”.

La stagione 1975-76 porta cambiamenti: arriva Beppe Savoldi pagato a peso d’oro, Vinicio lascia la panchina a stagione in corso al tandem Delfrati-Rivellino. Ma il finale è da favola: la Coppa Italia, attesa da quindici anni, viene conquistata all’Olimpico contro il Verona. E il secondo gol, quello che mette il trofeo in ghiacciaia, lo segna proprio lui, Giorgio Braglia. Moschettiere premiato dal destino.

Il tradimento di Ferlaino

L’aneddoto più amaro, Braglia lo racconterà anni dopo a Stadiosport senza nascondere il livore: “Ferlaino ti diceva una cosa e poi ne faceva un’altra. Quando vincemmo la Coppa Italia nel ’76 mi disse: ‘Braglia, lei è il primo che rimane qui’ e una settimana dopo non c’ero più”. Uno scambio col Milan, Luciano Chiarugi dall’altra parte, e Giorgio sbarca a Milanello suo malgrado: “La presi male perché stavo bene a Napoli. Roma, Napoli, Firenze sono le tre città in cui un calciatore sta da Dio”. Insomma, uno scambio tra due Cavalli Pazzi…

A Milano dura pochissimo, e non per questioni tecniche. La colpa è di un piatto di cozze crude. “In realtà venni a Napoli per vedere la fidanzata dopo una partita a Roma, arrivai tardissimo e affamato e andai a mangiare cozze crude senza pensare che avrei potuto prendere l’epatite. È stata una rovina per me, sono rimasto fermo tre mesi e così la stagione è stata negativa”. Solo tre presenze in campionato col Milan, ma — qui il destino rimette le cose a posto — sei gol in Coppa Italia, capocannoniere della manifestazione a pari merito con Egidio Calloni, e la rete del 2-0 nella finale di San Siro contro l’Inter. Due Coppe Italia, due finali, due reti. Record in solitaria: nessuno, prima di lui, aveva mai fatto gol in due finali con due maglie diverse.

Morire calcisticamente a Milano

Dopo Milano, il ritorno al Foggia è il capolinea di un talento sprecato troppo presto. Otto presenze, nessun gol, la squadra retrocessa. Poi Cosenza in C2, Siracusa infine, e il pallone lo molla a 32 anni con 99 presenze in Serie A — una in meno del traguardo dei sogni — e 25 gol. Cifre che raccontano solo una piccola parte del personaggio.

Nel 2015, dopo quasi trent’anni, Giorgio torna a Napoli per una rimpatriata televisiva con Clerici. Passa in via Ortensio, dove abitava: “Ero al piano terra, ricordo che al primo piano c’era Vavassori. Avevo un letto rotondo e spesso un topolino mi veniva a trovare”. Si affaccia al San Paolo e si commuove: “Mamma mia, è il campo più bello del mondo”. Un addetto lo riconosce e lo punzecchia: “Te lo ricordi quanti gol sbagliavi?”. Lui sorride: “Sì, me lo ricordo, dipendeva da quanto dormivo il sabato notte, e non dormivo perché avevo paura di perdere il posto”.

Poi la frase che sigilla per sempre il suo rapporto con la città azzurra, quella che consegna il moschettiere alla leggenda del folklore partenopeo: “Dopo essere stato a Napoli vai a Milano e stai male. C’è il proverbio ‘Vedi Napoli e poi muori’, io sono morto calcisticamente a Milano”.

E forse è così, davvero, che bisogna ricordarlo: non come un ex giocatore, ma come un pezzo di vita di una città. Il capellone col numero 11, il Best di Bomporto, il cavallo pazzo che galoppava sulla fascia dello Stadio del Sole. Giorgio Braglia, moschettiere a mitraglia, per sempre.