Le storie nascoste che legano i grandi protagonisti della Repubblica italiana al mondo del pallone: da Pertini a Berlusconi, passando per i paradossi dei comunisti juventini e i teatrini capitolini. Un viaggio tra passioni autentiche e calcoli elettorali.
In Italia, calcio e politica vanno sempre a braccetto. Non è un caso: il pallone riesce a far emozionare milioni di persone tutte insieme, sia allo stadio che davanti alla TV a casa. I politici lo sanno bene e non se lo fanno scappare. Perché quando un politico parla di calcio, è come se parlasse la stessa lingua della gente comune. Sa che toccherà le corde giuste, quelle che fanno vibrare davvero le persone. È un modo semplice e diretto per farsi voler bene.
Da quando esiste la Repubblica italiana, praticamente tutti i nostri politici hanno cercato di legarsi al mondo del calcio. È troppo comodo: basta dire la cosa giusta sulla squadra del cuore e subito ti senti più vicino agli elettori. Il calcio diventa così una scorciatoia per arrivare al consenso – e pochi sanno resistere a questa tentazione.
Dal Quirinale allo Stadio: I Presidenti innamorati del pallone

La storia inizia dalle più alte cariche dello Stato. Giuseppe Saragat, il Presidente della Repubblica che nel 1968 riceve al Quirinale la Nazionale campione d’Europa, inaugura una tradizione che diventerà un rituale. Due anni dopo, quando gli azzurri perdono la finale mondiale in Messico contro il Brasile di Pelé, è sempre lui a consolare i giocatori con la stessa dignità istituzionale.
Ma è con i suoi successori che il rapporto si fa più personale. Giovanni Leone non nasconde la sua passione per il Napoli, mentre Sandro Pertini diventa il volto mediatico della vittoria mondiale del 1982 in Spagna. Chi non ricorda le sue esultanze in tribuna, più spontanee di quelle di qualsiasi tifoso? Un Presidente della Repubblica che non si vergogna di mostrare la propria gioia calcistica, rendendo quei momenti ancora più indimenticabili.
Francesco Cossiga, da parte sua, palesa apertamente il suo sostegno alla Juventus e nel 2006, in piena era da “picconatore”, non esita a inveire contro la giustizia sportiva alle prese con lo scandalo Calciopoli. Anche Carlo Azeglio Ciampi rimane fedele ai colori della sua Livorno, mentre Sergio Mattarella, pur nella sua proverbiale riservatezza, sembra seguire con interesse le sorti del Palermo e dell’Inter.
Quando i comunisti tifano Juventus

Uno dei paradossi più affascinanti della politica italiana è quello che lega i vertici del Partito Comunista ai colori bianconeri. Palmiro Togliatti, il segretario del Pci, era un tifoso della Juventus. Come lui anche Luciano Lama ed Enrico Berlinguer. Un controsenso solo apparente: cosa c’entrava il partito della classe operaia con la squadra degli Agnelli, simbolo del capitalismo industriale italiano?
Eppure questo legame esisteva e resisteva, alimentato forse da una passione calcistica che andava oltre le logiche politiche. O forse era proprio il riconoscimento, inconsapevole ma sincero, della superiorità sportiva della Juventus in quegli anni. Un amore che si prolungherà anche nell’era post-Pci con Walter Veltroni, pragmaticamente attento però a non inimicarsi il tifo romanista della Capitale.
Il caso di Marco Rizzo rappresenta invece l’altra faccia di questo rapporto. In gioventù, il futuro dirigente comunista militava nella curva del Torino tra le fila del gruppo Ultras Granata, dimostrando come il calcio potesse essere anche uno strumento di formazione politica dal basso.
I Democristiani e il calcio di provincia

La Democrazia Cristiana aveva un approccio diverso al pallone, più discreto ma non meno efficace. Ciriaco De Mita rappresenta il caso paradigmatico: la sua fortuna politica coincide perfettamente con quella dell’Avellino in Serie A negli anni Ottanta. Un amore “pensato”, lo definiscono gli osservatori, fatto di presenza costante ma senza esternazioni plateali.
De Mita operava nell’ombra, secondo lo stile democristiano, ma la sua influenza sulle sorti della squadra irpina era evidente a tutti ad Avellino, anche se meno visibile a livello nazionale. Un esempio perfetto di come il calcio potesse diventare strumento di radicamento territoriale per un leader politico.
Ben diverso il caso di Giulio Andreotti, che con la Roma intreccia un rapporto molto più diretto. Dai legami con Franco Evangelisti e Dino Viola agli interventi personali per l’ampliamento del centro sportivo di Trigoria, fino alle trattative per portare in giallorosso il brasiliano Falcão. Andreotti non si limita alla Roma: si adopera per salvare la Lazio dal fallimento e persino nelle vicende del Frosinone, visto come importante bacino elettorale.
Il Cavaliere e il paradosso del potere

Silvio Berlusconi merita un capitolo a parte. Per oltre trent’anni proprietario del Milan, poi direttamente “sceso in campo” in politica, rappresenta il perfetto simbolo dell’intreccio tra calcio, media e potere nell’Italia contemporanea.
Ma c’è un aspetto meno noto del rapporto di Berlusconi con il calcio: la sua eterna insoddisfazione tattica. Paradossalmente, l’uomo che ha costruito il Milan più forte della storia è sempre stato un critico implacabile delle scelte tecniche. Fin dai tempi della sua prima squadra, il Torrescalla (poi ribattezzata Edilnord), si è trovato costretto a sollevare dall’incarico allenatori illustri come Marcello Dell’Utri e Vittorio Zucconi, non per i risultati ma per le sue convinzioni tattiche.
È forse questo il vero Berlusconi calcistico: non tanto l’imprenditore vincente, quanto l’eterno insoddisfatto, l’uomo che ama il calcio forse più del Milan stesso, sempre convinto di poter fare meglio di chiunque altro.
Bettino Craxi e il “torinismo” tradito

Anche Bettino Craxi, milanese ma tifoso del Torino, rappresenta un caso interessante. Probabilmente ammaliato dal fascino del Grande Torino, mantiene la sua passione granata anche durante gli anni della “Milano da bere”. Ma quando nel 1989 il Torino retrocede in Serie B, Craxi decide di intervenire direttamente, supportando Gian Mauro Borsano, una sorta di “Berlusconi in scala ridotta”.
La parabola di Borsano al Toro è però di breve durata. Esaurita la spinta propulsiva elettorale, la squadra viene smantellata mentre Craxi si trova alle prese con problemi ben più gravi di quelli calcistici.
Il teatrino capitolino
La Roma della Seconda Repubblica offre forse gli esempi più grotteschi di questo rapporto. Quando la politica tradizionale entra in crisi, i riflettori calcistici sembrano tra i pochi strumenti in grado di dare visibilità ai candidati sindaci. Nascono così liste elettorali come “Avanti Lazio” e “Forza Roma”, gravitanti attorno a figure come Dario Di Francesco, che si ripresentano puntualmente ad ogni elezione.
Il culmine di questo teatrino si raggiunge con la corsa dei politici romani a mostrarsi vicini al capitano giallorosso Francesco Totti, in una sorta di competizione per il selfie più significativo con il Pupone.
Personaggi minori e grandi illusioni

Non mancano le figure minori ma significative, come Giovanni Di Stefano, l’avvocato che intreccia la sua storia con il Campobasso Calcio e con le vicende della guerra in Jugoslavia. Celebri le sue dichiarazioni fantasiose, come quella in cui accredita l’allenatore Levkovic di un passato alla guida del Manchester United (mai sentito nominare da quelle parti) o il suo millantare di essere segretario di un inesistente Partito Nazionale Italiano.
Oppure Mario Auriemma, Cavaliere della Repubblica e fondatore di “Italia Morale”, candidato sindaco di Roma nel 2015 dopo aver collezionato fallimenti alla guida di società calcistiche come Civitavecchia, Pomezia, Giorgione e Avellino.
L’eterno ritorno
Cosa ci insegna questa storia lunga ottant’anni? Che il rapporto tra calcio e politica in Italia è destinato a ripetersi, sempre uguale eppure sempre diverso. Cambiano i protagonisti, le squadre, gli schieramenti politici, ma rimane costante questa attrazione fatale tra il potere e il pallone.
È un amore non corrisposto, come suggerisce il sottotitolo di una delle opere che ha ispirato questa riflessione. I politici corteggiavano il calcio, ma il calcio, in fondo, andava per la sua strada, seguendo logiche sportive ed economiche che spesso sfuggivano ai progetti di consenso elettorale.
Forse è proprio questo il fascino di questo rapporto: la sua sostanziale impossibilità. Il calcio può essere sedotto dal potere, ma non può essere davvero controllato. E i politici, dal canto loro, possono illudersi di cavalcare la tigre del consenso sportivo, ma spesso finiscono per esserne divorati.
In fondo, è la stessa storia dell’Italia: un Paese dove la passione prevale sempre sulla ragione, dove il cuore batte più forte della testa, dove anche i più cinici finiscono per innamorarsi perdutamente di un pallone che rotola sull’erba.