Franco Baresi a USA 94: il sipario sulla leggenda

Franco Baresi USA 1994

Il racconto della drammatica conclusione della grande carriera azzurra di un campione. I Mondiali sognati, il menisco, l’operazione, il ritorno in campo nella finale. Un miracolo. E poi la grande battaglia col Brasile e l’epilogo ai rigori.

E’ una linea retta e beffarda la traiettoria del pallone che sfiora il palo bianco e si perde nell’aria infuocata e malsana. Si allontana nel cielo e si prolunga idealmente nell’erba, nella terra dove Franco Baresi «cela la faccia a non veder l’amara luce» (Umberto Saba docet). Sfiora, o forse sorvola di molto. Che importa? E’ comunque l’inizio della fine di un sogno.

Il destino di ogni uomo, di ogni calciatore è marcato da segni inequivocabili. Quello di Baresi era di essere il simbolo della resistenza e della speranza. Il vecchio eroe armato di simboli e convinto che una vittoria è una battaglia strappata all’oblio. Era tornato senza calcolare molto bene la pericolosità dell’avversario, e certamente senza conoscere esattamente il volume delle sue forze. E per centoventi minuti aveva negato ancora le ferite degli uomini e il logorio del tempo, rinnovando, nel catino straniero del Rose Bowl di Pasadena, la Leggenda del Santo Giocatore. Solo un momento aveva ceduto al dolore, uscito in barella, urlando per i crampi. E doveva essere davvero forte, il dolore, per schiudere le labbra di uno che con esso convive da sempre. In silenzio. Ma dieci minuti dopo era lì, davanti al portiere, pronto a incaricarsi del tiro più delicato nella roulette dei rigori che decidono il titolo mondiale più importante dell’universo calcistico. Non aveva potuto dire altro che “presente”, perché lui è Franco Baresi, il Capitano.

L’uomo che Pagliuca sradica da un abbandono infinito sul terreno, e riaccompagna verso i compagni ha più niente in comune con il condottiero «sicuro di sé fino all’arroganza» che il New York Times aveva raccontato agli ignari americani, quando il calcio aveva deciso di celebrare qui il suo rito quadriennale. E’ un giovane-vecchio uomo smarrito, il vuoto nello sguardo sempre così trasparente di forza tranquilla, quello che riguadagna il centro del campo, con la sola, innaturale, speranza che altri rimedino al suo errore. Non è giusto, sussurra il Capitano, dovrebbe essere il contrario. Non è giusto. Ma la linea di confine tra il giusto e l’ingiusto, tra il male e il bene sta da qualche parte nella notte che oscura il suo ultimo sogno.

«Nella vita ho ottenuto anche troppo. Mi basta tutto quello che è arrivato. Ho vinto scudetti e coppe. Ma c’è una cosa che mi manca: un titolo mondiale. Mi chiamarono campione del mondo nell’82, ma quel titolo non l’ho mai sentito mio. Ero solo un bocia in tribuna. Bearzot non contava su di me, ma poi perché avrebbe dovuto? Lui aveva Gaetano Scirea. Non ho mai pensato di togliere il posto a uno come Gaetano Scirea. Avrebbe potuto essere mio il titolo del ’90, ma anche allora ci fu la maledizione dei rigori. Quando si arriva alla soglia di una finale chi perde inevitabilmente soffre. Finire sconfitti ai calci di rigore o nei tempi regolamentari è la stessa cosa. E’ sempre amaro perdere. Da una parte c’è la felicità dall’altra l’amarezza. E’ la legge del calcio, la legge della vita».

Dio, hanno sbagliato anche loro! Pagliuca ha parato un rigore. Si può tornare a sperare. Il Capitano se lo permette appena. Fa male lo stesso, ma forse potrà sentirsi un po’ meno colpevole. “Tradimento”. La parolina si insinua molesta nella mente. Li hanno chiamati traditori all’inizio di quell’ormai lontano mondiale pazzo, che avrebbe dovuto vederli subito fuori e invece li ha portati alla soglia della vittoria finale. Lui c’era il giorno della sconfitta con l’Eire, e aveva avuto le sue defaillances. L’età, naturalmente. Non è più Franco Baresi, il monumento. Lo sentiva sussurrare nell’aria. Anche per questo aveva compiuto l’impossibile miracolo di tornare a giocare, alla grande, una finale mondiale 24 giorni dopo l’operazione al menisco. L’ultimo miracolo del Santo Calciatore. E alla fine ha rovinato tutto. Ha tradito.

«Come è dura questa parola! Voi non sapete. Io conosco il sapore amaro del tradimento. La prima retrocessione del Milan in serie B, quella legata al calcio scommesse. Avevo vent’anni. Mi sono sentito tradito dai compagni di squadra con cui vivevo gli allenamenti, le gioie, le soddisfazioni, le delusioni. Non pensavo che si potesse arrivare a tradire tifosi ed amici per un po’ di denaro». Era il 1980. Era al suo secondo campionato in serie A e aveva vinto già uno scudetto, il decimo, quello della stella. Era il Milan di Albertosi, Bigon e Rivera.

Si assottigliano le speranze in campo, mentre la roulette russa prosegue e anche Massaro sbaglia. E’ proprio la fine allora? La vecchia guardia milanista ammaina la bandiera, artefice principe di una sconfitta. Hanno fatto insieme tutto il cammino, quello del Milan glorioso, almeno. L’altro, quello che nei primi anni ’80 vivacchiava, in bilico tra la zona Uefa e la serie B, lo ha vissuto solo il capitano. Prima che arrivasse Berlusconi.
«Ricordo il primo impatto. Parlava già di glorie e di trionfi, e io lo guardavo sorpreso, perché negli ultimi anni non avevamo raccolto molte soddisfazioni».

E invece erano arrivati davvero, gli scudetti, e le Coppe dei Campioni. Era passato dagli stadi di periferia al Nou Camp, nella notte di Barcellona, dove uno stadio cantava: «Franco Baresi, c’è solo Franco Baresi».
«Gli attimi più emozionanti della mia carriera. Alzare quella Coppa che fino a pochi anni prima sembrava un lontano miraggio, alzare quella Coppa tra i mille e mille flash dei tifosi rossoneri, tante piccole stelle in una notte spagnola, è stato un momento che mi riempie ancora di brividi».

Sorride il ricordo, nella mente del capitano, che tante volte ha sollevato al cielo una coppa dipinta di rossonero. Ma quella che nei sogni era dipinta d’azzurro si allontana pericolosamente nel cielo del Brasile, l’ultimo, sottile, filo legato al talento ferito di Baggio. Il capitano vorrebbe trovare ancora la forza per aiutare in qualche modo il compagno più fragile, come ha fatto tante volte. Ma non ha più energie dentro, solo una grande stanchezza.

E poi, come un incubo che ritorna, ancora il pallone si alza sopra la traversa, una traiettoria dritta, che si perde nel cielo della California, e il controllo precario si spezza del tutto nell’anima di Franco Baresi. E allora piange. Piange sulle spalle di Riva, e poi su quelle di Sacchi. Piange, ed è quasi osceno lo spettacolo di una vecchia quercia piegata. Piange, e non è più il Capitano, ma il ragazzino che il 5 giugno 1979, nella hall dell’hotel Continental di Buenos Aires, poche centinaia di metri dalla Casa Rosada, scoppia in lacrime, sul petto del massaggiatore del Milan che lo chiamava Piscinin, apprendendo della morte per infarto di Alvaro Gasparini, il tecnico che guidava la squadra in quella tournée. Piange, ed è solo il Piscinin che esce su una sedia a rotelle da Milanello, portato a braccia su una macchina in attesa. Destinazione la Clinica del Lavoro di Milano. Era il 1981.
«E’ stato terribile. Avevo la febbre altissima, sudavo, non riuscivo a muovere le braccia, articolare le mani, stendere le gambe. Mi sono sentito soffocare da un incubo. Mi dicevano che si trattava di un’infezione del sangue e io non riuscivo nemmeno a pensare. Sussurravano cose terribili, di un male incurabile. Poi era solo setticemia».

Lui conosce il dolore. Quello fisico e quello morale. E mai prima d’ora si è abbandonato alla sua piena. Ma come è difficile fronteggiare la fine di tutto! Per lui non ci sarà un 1998. E ora si sente povero, con tutte le sue vittorie.
«La disgrazia del vincitore è che mai è sicuro di esserlo in tutto ciò che importa, mentre per lo sconfitto non esistono dubbi. Piango ora, nello stadio così pieno e così vuoto, popolato di carte, plastiche e residui di viveri».

E intanto urla agli dei la sua vittoria il Brasile, in campo e sugli spalti. Ma c’è più dignità in questi cori procaci che saturano l’aria, o in quella silenziosa specie di infelici che ammettono di esser stati battuti? Nella sconfitta si sgretolano le maschere, e Franco Baresi cessa di essere immortale. Alla fine ha fallito. Se volete ha tradito. Quello che nessuno negherà è che con la sua determinazione ha cominciato a scrivere nella effimera storia dei giocatori di calcio una delle pagine più romantiche che si siano mai scritte. Egli si distinguerà per aver negato fino all’ultimo l’implacabile conseguenza del passaggio del tempo.