Stranieri d’Italia: H

HAMRIN – HALLER – HANSEN


HAMRIN: il leggendario 'uccellino'

Fu uno dei più prolifici bomber del campionato italiano. Figlio di un imbianchino, era entrato nei “pulcini” dell’AIK di Stoccolma a cinque anni e di lì aveva percorso tutta la trafila delle giovanili. A 14 anni aveva dovuto lasciare la scuola per fare l’operaio in una zincografia. Perciò, quando la Juventus, nel 1955, gli propose di trasferirsi in Italia, aderì con entusiasmo. Lasciava la Svezia con 59 gol in 63 partite e già robusti “assaggi” di Nazionale. Dopo una discreta stagione di “approccio” in una Juve di giovani che chiuse al nono posto, il presidente Umberto Agnelli ingaggiò Charles e Sivori; Hamrin, soprannominato “caviglie di vetro” per i tanti incidenti, straniero in soprannumero, venne prestato al Padova di Nereo Rocco, dove esplose come micidiale goleador.
Piccolo, lieve e agile come un “uccellino” (questo il suo soprannome), trascinò i veneti allo storico terzo posto e poi fu protagonista dei Mondiali in patria, col secondo posto dietro il Brasile di Pelé. La Juve lo mise all’asta, se lo aggiudicò la Fiorentina, di cui divenne il leader indiscusso. Fulminante il suo dribbling in spazi stretti, nel quadro di un gioco asciutto, tremendamente concreto, da ala destra sempre sulle piste del gol. Vince la Coppa delle Coppe e la Coppa Italia, oltre alla Mitropa Cup; nella seconda di ritorno del 1963-64 coglie un record tutt’oggi ineguagliato: a Bergamo la Fiorentina batte l’Atalanta per 7-0 con 5 gol di Kurt. Quando l’età comincia ad avanzare e la Fiorentina adotta la “linea verde”, qualcuno comincia a considerarlo vecchio. Si fa avanti il Milan di Nereo Rocco, suo rigeneratore nel Padova, che sta costruendo uno squadrone. La Fiorentina riceve in cambio Amarildo e sborsa a conguaglio pure cento milioni, ma Kurt (tuttora primatista viola con 150 reti) non è finito. In due anni vince Coppa delle Coppe, scudetto e Coppa dei Campioni. Emigra a Napoli, a chiudere la carriera a quasi 37 anni. Con la Nazionale svedese aveva collezionato 17 reti in 32 partite.

HALLER: il tedesco con la fantasia brasiliana

Un tedesco coi piedi brasiliani e l’anima di un napoletano. Helmut Haller è stato un campionissimo, tra i più ricchi di talento prodotti dalla terra tedesca. Nato in Baviera, settimo di nove figli, iniziò giovanissimo a giocare nelle giovanili dell’Augsburg, divenendone in breve la stella.
A 18 anni esordisce in prima squadra e ottiene il primo ingaggio. L’anno dopo, il 20 settembre 1958, esordisce in Nazionale; il 23 marzo 1960 la tivù trasmette l’amichevole Cile-Germania Ovest. Renato Dall’Ara, presidente del Bologna, si entusiasma vedendo il biondino dominare il campo e segnare un gran gol. Se ne appunta il nome e nell’estate del 1962, all’indomani dei Mondiali cileni, vincendo una agguerrita concorrenza, lo fa suo a peso d’oro (40 milioni all’Augsburg, 45 a lui per due anni). Nasce il Bologna che gioca “come in Paradiso”, le geometrie di Fogli, la regia mobile di Bulgarelli, le serpentine di Perani e la fantasia traboccante di Haller. E scudetto al secondo colpo, funestato però dalla morte di Dall’Ara. Haller viene a conflitto insanabile con il bomber Nielsen, le sue bizze di “napoletano” estroverso (e la dittatura della moglie Wartraude) incrinano il suo rapporto con l’ambiente, cui regala tuttavia una memorabile stagione premondiale a suon di reti (1965-66, secondo posto del Bologna). In Inghilterra è tra i migliori, chiude il Mondiale a 6 reti. Nel 1968 passa alla Juventus, dove vivrà una seconda giovinezza, vincendo due scudetti (’72 e ’73) prima di tornare in patria a chiudere la carriera nel calcio minore.

HANSEN: la mezzala col vizio del gol

Primo della colonia di nordici che avrebbero invaso il calcio italiano dalla fine degli anni Quaranta, John Hansen è stato uno dei maggiori talenti del nostro campionato. Mezzala col vizio del gol tra i dilettanti danesi del Frem, balzò alla ribalta allorché la selezione olimpica danese, ai giochi di Londra del 1948, rifilò agli azzurri cinque reti, delle quali ben quattro ad opera del lungo John Hansen. Quel poker scatenò una caccia all’uomo, che vide la Juventus prevalere sui cugini del Torino. i primi tempi furono duri: il suo fisico alto e sottile faticava a digerire i dirompenti carichi di lavoro del tecnico Chalmers. Agnelli mandò Vittorio Pozzo a controllare: era proprio lui, l’Hansen delle Olimpiadi. Sbagliato era l’allenatore. L’anno dopo, con Carver in panchina e il compatriota Praest all’estrema, Hansen esplose e fu scudetto. Praest e Muccinelli seminavano avversari sulle fasce, da cui inviavano cross su cui la testa micidiale di Hansen coglieva gol a grappoli.
Non rapido, scarno e poco appariscente nel gioco, abilissimo a smarcarsi, nel ’52 vinse di nuovo lo scudetto. Chiuse l’avventura italiana nella Lazio prima di rientrare in patria dove si ritirò nel 1960.

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