Quando una vittoria dell’Udinese, a San Siro, fece saltare la panchina del Milan.
- Testo di Sergio Taccone, autore del libro “Il Milan all’inferno. Il racconto della stagione 1981/82”
Era il 24 gennaio 1982, prima giornata di ritorno del massimo campionato. Un gol di Franco Causio decideva nel finale Milan-Udinese, con i friulani corsari a San Siro contro un Diavolo derelitto. L’ennesimo ko stagionale della squadra rossonera, pesantemente invischiata in zona retrocessione.
Giuseppe Farina, appena insediatosi alla presidenza della società milanista, annunciava l’esonero dell’allenatore Gigi Radice. Fu l’epilogo, dopo sette mesi, dell’esperienza sulla panchina rossonera del tecnico di Cesano Maderno, arrivato nell’estate 1981 a guidare un Milan reduce da un’annata a “sbadilare” nella provincia calcistica italiana.
Il 16 giugno, dopo il brindisi post promozione con i giocatori, Massimo Giacomini lasciava l’incarico di allenatore. Un addio brusco, evitando il colloquio con i giornalisti e persino il rientro in pullman con la squadra. Dopo un brevissimo traghettamento, affidato ad Italo Galbiati, la guida della panchina era andata a Gigi Radice, accordatosi da alcuni mesi con la società rossonera.
Gualtiero Zanetti delineò la situazione societaria: “Il Milan di oggi è composto da Morazzoni, Colombo, Rivera, Vitali, Giacomini e Radice. Presi uno a uno rappresentano quanto di meglio possa offrire il nostro tribolato ambiente calcistico. Messi insieme costituiscono il quadro più chiacchierato del football italiano”.

Dalla campagna acquisti erano arrivati Adelio Moro (ex Ascoli) e Joe Jordan, prelevato dal Manchester United. Negli schemi di Radice, i lanci del primo dovevano diventare opportunità per le punte e i cursori del gioco: oltre allo scozzese, Antonelli, Novellino, Buriani e Maldera. L’allenatore chiarì subito di non voler fare da paravento ai comportamenti altrui.
Le prime sgambate estive si svolsero in un’atmosfera di pacato entusiasmo. Dello staff tecnico faceva parte anche il vice allenatore Amilcare Ferretti, già con Radice a Torino e Bologna. Giorgio Mottana parlò così del nuovo tecnico rossonero dalle colonne di Forza Milan: “Radice dove arriva, subito non sbaglia, come se ci andasse d’istinto. Un allenatore puntiglioso e studioso che è andato sempre di persona a verificare le evoluzioni del calcio. A 46 anni, il tecnico della Nouvelle Vague sembra un veterano della panchina. Dopo aver fatto bene a Monza, Cesena, Torino e Bologna è pronto al grande salto in una grande squadra come il Milan”.
Il nazionale Fulvio Collovati, uno dei punti di forza della rosa milanista, palesò evidente ottimismo: “Faremo qualcosa di buono, mi sta bene che gli altri non ci diano favoriti. Meglio stare zitti e convincere i tifosi coi fatti. Allo scudetto? Piano, ci possiamo arrivare”. Il commissario tecnico azzurro Enzo Bearzot inserì i rossoneri tra le outsider per il titolo.

Le iniziali uscite d’agosto della squadra palesarono balbettii contro Trento e Imperia, seguiti dalla sconfitta sul campo del Cesena e da un risicato pareggio ad Ascoli. Anche in Coppa Italia le cose non andarono secondo le attese. A complicare il cammino, all’esordio, fu la sconfitta contro il Verona, agguerrita compagine cadetta guidata da Osvaldo Bagnoli.
La qualificazione sfuma allo scadere contro l’Inter. L’esultanza sotto la Curva Sud, dopo il 2-1 di Jordan, è ancora oggi una delle icone a più alto tasso di milanismo dei primi anni 80, con lo stadio trasformato in una polveriera rossonera. Anche Radice entrò in campo ad abbracciare i suoi giocatori. La rete del pareggio interista, firmata da Beppe Bergomi quasi allo scadere, arrivò quando il Milan già pregustava il passaggio del turno.
Dall’epilogo di quella stracittadina d’inizio settembre apparvero nitidi i prodromi di un’annata difficile per i rossoneri. A quel Milan in fase di rodaggio, il calendario pose gli scontri diretti con le grandi nelle prime sette giornate. Il progetto di costruzione della squadra, che l’ex tecnico granata avrebbe voluto diluire nel tempo, subiva un’inevitabile accelerazione per evitare pericolosi traumi iniziali.

L’innesto di un ariete d’attacco (Jordan) e di un regista (Moro) sembrò insufficiente per il salto di qualità auspicato. Dopo due iniziali pareggi senza reti contro Udinese e Fiorentina, il Milan espugnava Napoli grazie ad un autogol di Ferrario su tiro di Novellino. Sembrò il segnale favorevole auspicato. Le successive giornate smentirono tutto.
Alle sconfitte di misura contro Juventus e Inter seguirono un pareggio privo di gol a Bologna, la batosta di Catanzaro (3-0), l’immeritata sconfitta di Ascoli e lo scialbo 1-1 contro il Como, ultimo in classifica. Un ruolino di marcia che fece traballare la panchina.
Impantanato nelle retrovie, imballato in fase offensiva, il Milan secondo Radice, “pressing e fuorigioco”, stentava ad essere compreso, sterile in attacco, con Jordan troppo isolato e in netto calo dopo le buone premesse in Coppa Italia. Il refrain a Milanello si ripeté per diverse settimane: “Ci riprenderemo molto presto”. Invece, nulla migliorava e la discesa nel Maelstrom proseguì.
I tre gol subiti a Catanzaro certificarono lo sfascio di un Diavolo sempre più squinternato, ridicolizzato dagli scatenati calabresi con imbarazzante facilità: Bivi e Borghi, le due punte avversarie, bucarono due volte, nei primi dieci minuti, la difesa milanista, più molle del burro. Una disfatta. “I rossoneri rischiano di tornare in B”, ammonì Gianni de Felice della Gazzetta dello Sport.
Attacco sterile, difesa colabrodo, centrocampo troppo statico: una squadra senza capo né coda. La stampa sportiva riferiva di scontri tra Radice e alcuni giocatori: Antonelli, Jordan, Novellino, Moro e Cuoghi. I giornalisti chiesero all’allenatore di conoscere l’appoggio della squadra nei suoi confronti, non ricevendo risposta. I tifosi cominciarono a perdere la pazienza e contestare. Troppo brutto il Milan visto nella prima parte di stagione.
Il fondo venne toccato il 22 novembre ’81, dopo la sconfitta di Ascoli (gol di Greco nel finale) che fece scivolare i rossoneri all’ultimo posto in classifica. Il miglior Milan targato Radice si vide all’Olimpico contro la Roma di Liedholm, seconda ad un punto dal duo di testa Juve-Inter. Dopo il vantaggio milanista (prodezza di Buriani) arrivò immediato il pareggio di Spinosi. Un punto conquistato e una buona iniezione di autostima.

Dopo le prime dieci giornate, la squadra stazionava all’ultimo posto in classifica, in coabitazione con Torino e Como. Un rendimento da incubo.
Prima delle feste natalizie, la svolta sperata non ci fu. Radice decise di cambiare il titolare della fascia di capitano, passata da Maldera a Collovati. Dopo lo 0-0 casalingo contro il Genoa, Beppe Viola disse: “Squadra acciaccata da far tenerezza, il castello rossonero è diroccato. Nel frattempo si provvede a cambiare lo zerbino, nel caso il ruolo di capitano, producendo sempre e comunque polemiche. La partita è stata tra le peggiori quest’anno viste a San Siro. Il coro dei rossoneri: torneremo in B”.
Tassotti parlò di disastro; Farina, prossimo a diventare presidente, quantificò in una decina di miliardi le somme da spendere per rifare la squadra. L’allenatore scagionò le punte. Ad Avellino, nel fortino del Partenio, arrivò la quinta sconfitta in dodici gare. I lupi verdi di Vinicio piegarono un Milan disarmante. Le reti di Juary e Piga, nel primo tempo, fecero vacillare come mai prima la panchina di Radice. I rossoneri finirono sull’orlo dell’abisso dopo essere stati battuti anche dagli irpini.
Colpì l’arrendevolezza della squadra milanista, con il vano prodigarsi di Antonelli (entrato nella ripresa) e Jordan in avanti. Dagli spalti il pubblico gridò “Serie B, Serie B” mentre Radice, negli spogliatoi, cercò di rasserenare un ambiente troppo depresso: “Avevamo iniziato benino, il gol di Juary è stata una mazzata. Ce la faremo”.

La società, attraverso il vicepresidente Gianni Rivera, gli ribadì la fiducia. In realtà, un’intesa di massima per il suo esonero era stata raggiunta. Prima della ratifica dell’intero Consiglio direttivo societario, convocato la mattina del 22 dicembre ’81, Morazzoni e Rivera si erano ribellati, ottenendo la conferma a tempo di Radice.
Il cambio di marcia, classifica alla mano, era diventato un imperativo categorico: penultimo posto insieme al Torino, appena un punto di vantaggio sul Como fanalino di coda. Il 3 gennaio 1982 spuntarono a San Siro persino degli inediti pantaloncini rossi portafortuna. Il Milan vinse contro il Cagliari, con una rete di Battistini. Un gol che portò il sorriso sul volto di Radice, alla ricerca della serenità perduta. Vittoria schietta, la prima in casa, frutto della tenacia. L’anno nuovo iniziava nel modo migliore.
Radice commentò così la vittoria: “Siamo alla ricerca del gioco migliore, pian piano ci arriveremo, dobbiamo risolvere dei problemi, coi punti arriveremo alla soluzione. Ho potuto schierare per la prima volta insieme Novellino, Antonelli e Jordan. Avevo in mente questo assetto da tempo. Manca solo il rientro di Franco Baresi per essere a posto”.

La strada era tracciata. Il progetto di risalita in classifica dei rossoneri si sarebbe arenato nelle due partite successive, con altrettante sconfitte maturate nel finale. La sfida di Torino, contro i granata guidati dall’ex Giacomini, la decise Dossena allo scadere, dopo una buona prestazione del Milan. “Una sconfitta che rovina il lavoro di una settimana e dopo una buona prestazione. Inconcepibile”, disse il tecnico milanista.
Il gioco era migliorato ma non la capacità in fase di concretizzazione. Un gol di Antonelli sbrigò la pratica Cesena, giro di boa del campionato, con il Milan terzultimo, appaiato al Bologna. A San Siro si vide anche il neo presidente Giuseppe Farina.
La domenica seguente, la partita casalinga contro l’Udinese costituì il capolinea di Gigi Radice sulla panchina milanista. Un gol di Causio, nei minuti conclusivi, diede ai friulani due punti preziosi, gettando nella Geenna i rossoneri. Gioco evanescente, elementi cardine ancora fuori condizione e una fase offensiva impalpabile. “Siamo nel dramma”, ammise Rivera. L’esonero dell’allenatore divenne inevitabile.

Il tecnico dell’unico scudetto del Torino post-Superga – impresa che gli era valsa la conquista del prestigioso Seminatore d’Oro, premio assegnato al miglior allenatore dell’anno – al Milan aveva clamorosamente fallito. Il suo flop venne addebitato, in larghissima parte, a Gianni Rivera, parafulmine dei mali rossoneri degli ultimi sette anni.
Ad inizio stagione, Radice aveva parlato di schemi da fare assimilare ai giocatori, pressing a tutto campo e fuorigioco. Alberto Costa lo definì “scarsamente psicologo, il suo impatto con la squadra è l’esatto contrario con quanto viene insegnato all’università di Coverciano”. Costa imputò a Radice anche il fatto di non tradurre, a beneficio di Joe Jordan, quello che comunicava ai giocatori radunati in cerchio durante gli allenamenti.
Anche con Adelio Moro l’approccio iniziale non fu dei migliori. Radice lavorò molto sul fondo, allenando tutti i suoi uomini alla stessa maniera. Una scelta che accrebbe i problemi muscolari, imballando di fatica il motore della squadra e accrescendo la tensione tra tecnico e giocatori, acuita dai pessimi risultati maturati nella prima parte di campionato.
Anche la scelta di togliere i gradi di capitano a Maldera aveva lasciato di stucco l’intero ambiente rossonero. Radice cercò di minimizzare: “E’ stato Maldera a volere il cambio. Queste sono cose di nessuna importanza, per me un capitano vale l’altro e non capisco il perché di tanto rumore su questo episodio”. Una scelta che turbò un ambiente già dilaniato.
L’allenatore, sentendosi tradito, si era difeso nei momenti più difficili: “Pericoloso incolpare solo me della situazione del Milan”. Il 25 gennaio ’82, Giuseppe Farina, diciannovesimo presidente rossonero, in carica da meno di una settimana, decise di cambiare l’allenatore. Il Milan voltava pagina alla ricerca di una non agevole salvezza.
Due giorni prima aveva detto di Gigi Radice: “E’ come quei maestri di scuola che, quando sei grande, ringrazi di avere avuto ma che da piccolo mandi volentieri a quel paese. Gli ho detto: è meraviglioso cercare di cambiare l’umanità ma cerchiamo di avere subito risultati più concreti, invece di aspettare quando saremo morti”.

Prima di lasciare Milano, Radice disse che “Farina avrebbe dovuto cacciare anche una quarta persona. Se si condivide una gestione tecnica la si sostiene fino in fondo”. Ogni riferimento a Rivera non era casuale. Nella sua breve gestione della panchina rossonera non erano mancati gli episodi sfortunati, le sconfitte di Ascoli e Torino, ad esempio. Punti sfumati nel finale e dopo buone prestazioni. In altri casi, tuttavia, la squadra si era espressa a livelli disarmanti: con il Genoa in casa e il Bologna in trasferta, ad esempio, non tralasciando la batosta di Catanzaro.
Il Diavolo targato Radice chiuse con 3 vittorie, 6 pareggi e 7 sconfitte. Pessimo il dato dei gol fatti, appena 6, peggior attacco del campionato. Accettabile quello delle reti subite: 13, come la Fiorentina capolista e la Roma quarta, migliore rispetto all’Inter (15), terza forza in classifica. Tutto questo avendo dovuto rinunciare a Franco Baresi sin dalla quarta giornata (4 ottobre 1981).
Radice lasciò il Milan terzultimo, ad una lunghezza dalla salvezza e con la metà della classifica distante appena tre punti. Non una situazione impossibile, malgrado tutto. Durante la breve gestione Radice esordirono in A alcuni giovani della classe 1963: Battistini, Evani, Incocciati, Icardi e Gadda.

L’operazione per evitare la retrocessione venne affidata ad Italo Galbiati, coadiuvato da Francesco Zagatti. Il finale di stagione non contemplò il lieto fine per il Milan, ricacciato in B il 16 maggio 1982.
Tecnico dalla grandissima preparazione ed innovatore tattico, Gigi Radice è deceduto il 7 dicembre 2018. Aveva 83 anni. Franco Baresi lo ha ricordato così: “Un pezzo di storia del Milan, come allenatore l’ebbi poco perché m’infortunai, rimanendo fuori quattro mesi. Ma ho un ricordo di un innovatore carismatico”.
Filippo Galli ha evidenziato un espresso gratitudine verso Radice: “Mi fece giocare la prima partita da titolare in rossonero contro il Borussia Mönchengladbach, in un’amichevale disputata ad Hannover nel settembre ’81. In tribuna c’era anche mio padre che era lì per lavoro. Gli sono grato”.
- Testo di Sergio Taccone, autore del libro “Il Milan all’inferno. Il racconto della stagione 1981/82”
| Domenica 24 gennaio 1982, Stadio San Siro |
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| MILAN-UDINESE 0-1 Reti: 86′ Causio MILAN: Piotti, Minoia, Maldera, Buriani, Collovati, Icardi, Battistini, Moro (70′ Gadda), Jordan (70′ Incocciati), Romano, Antonelli – All. Radice UDINESE: Borin, Galparoli, Tesser, Gerolin, Cattaneo, Orlando, Causio, Bacchin, Miano (54′ De Giorgis), Orazi (75′ Pin), Muraro – All. Ferrari Arbitro: Longhi |