Il Milan di Zaccheroni e Bierhoff: il miracolo del centenario

Dal decimo posto allo scudetto in una sola stagione grazie ad un allenatore sconosciuto e un bomber tedesco implacabile. La storia della rimonta più incredibile nella storia del Milan: il miracolo del centenario rossonero.

Estate del 1998. Il Milan è una squadra allo sbando, un gigante addormentato che ha smarrito la propria identità. Appena quattro anni dopo aver demolito il Dream Team del Barcellona ad Atene, i rossoneri sono precipitati al decimo posto in Serie A. Due stagioni da incubo, un undicesimo e un decimo posto, hanno fatto piombare Milanello nell’oscurità più totale. Fabio Capello, stremato dalla pressione della dirigenza, getta la spugna.

In quello stesso momento, a Udine, accade l’esatto opposto. Alberto Zaccheroni, un tecnico romagnolo dalla faccia pulita e modi garbati, sta scrivendo pagine di storia. La sua Udinese ha sfiorato lo scudetto con un calcio spettacolare, un 3-4-3 che fa impazzire le difese avversarie. La terza piazza nella stagione precedente ha consacrato Zaccheroni come l’uomo dei miracoli del calcio italiano.

Adriano Galliani lo sa bene. E quando Zaccheroni si presenta nella sede rossonera, pronto a discutere il progetto per la stagione del centenario del club, il dirigente lo accoglie con un gesto che rimane impresso per sempre nella memoria del tecnico. Gli porge un foglio bianco. Completamente bianco.

“Non avevano pianificato nulla”, ricorda anni dopo Zaccheroni, ancora incredulo. La richiesta è semplice quanto ambiziosa: riportare il Milan in Champions League. Tutto il resto è da scrivere. Da inventare. Da sognare.

Così il Guerin Sportivo presentava il nuovo Milan di Zaccheroni

La campagna acquisti

Il mercato del 1998 è un tripudio di miliardi e colpi stellari. La Lazio di Sergio Cragnotti spende oltre 100 miliardi, riportando in Italia Christian Vieri, Marcelo Salas, Dejan Stankovic e Sinisa Mihajlovic. L’Inter di Massimo Moratti corona il sogno di vestire Roberto Baggio di nerazzurro. Il Parma prende Juan Sebastián Verón.

Il Milan vuole un nome altisonante, un talismano identificato in Alen Boksic, il croato della Lazio. Ma Zaccheroni dice no. Vuole altro. Vuole i suoi uomini, quelli che conoscono già il suo calcio, la sua filosofia. E così si attiva la “Via per Udine”.

Dal Friuli arrivano Oliver Bierhoff, il centravanti tedesco pagato 25 miliardi, e Thomas Helveg, il laterale danese da 17 miliardi. Poi Roberto Ayala dal Napoli, Bruno N’Gotty dal PSG, Jens Lehmann dallo Schalke 04, e dall’Argentina un giovane tornante dal nome impronunciabile: Andrés Guglielminpietro, abbreviato affettuosamente in Guly. Acquisti solidi, ma niente fuochi d’artificio. Niente paragoni con la spesa folle della Lazio.

I tifosi storcono il naso. L’età media è alta, troppo alta per chi sogna di competere con i colossi della Serie A. Ma Zaccheroni ha un piano. E quel piano passa dal suo inossidabile 3-4-3.

L’inizio in chiaroscuro e le lacrime di Lehmann

La Gazzetta all’indomani della brutta sconfitta casalinga contro la Fiorentina

L’inizio è tutt’altro che trionfale. Il Milan è un’altalena. Cinque vittorie, tre pareggi, due sconfitte nelle prime dieci giornate. Il problema principale ha un nome e un cognome: Jens Lehmann. Il portiere tedesco sta vivendo un incubo. La sua prestazione contro la Fiorentina è devastante: Gabriel Omar Batistuta gli infila una tripletta che mette a nudo tutte le sue fragilità.

Zaccheroni non ha pietà e dopo appena cinque partite, Lehmann finisce in panchina. Prima torna Sebastiano Rossi, poi, quando il veterano colpisce con un pugno Cristian Bucchi beccandosi una squalifica stellare, tocca al giovanissimo Christian Abbiati. Una scelta coraggiosa, forse disperata, ma che si rivela illuminante.

Nel frattempo, la Fiorentina di Giovanni Trapattoni vola. Il trio Oliveira-Batistuta-Edmundo è una furia incontrollabile. I viola prendono il comando e sembrano inarrestabili. La Lazio, dopo un inizio balbettante, trova il ritmo con il ritorno dall’infortunio di Vieri. La Juventus invece perde Alessandro Del Piero a Udine e sprofonda nella crisi.

Il Milan? Resta lì, aggrappato al gruppo delle pretendenti, senza brillare ma senza mollare. Otto vittorie, sei pareggi, tre sconfitte al giro di boa. Quarto posto con 30 punti, dietro alla Fiorentina campione d’inverno (35), Parma e Lazio (32). Niente male, tutto sommato. Ma nessuno, davvero nessuno, pensa che quella squadra possa vincere lo scudetto.

La metamorfosi tattica e il risveglio del Panzer

La svolta arriva nell’ultima giornata del girone d’andata. Zaccheroni capisce che il 3-4-3 puro non funziona. I suoi fantasisti, Leonardo e Zvonimir Boban, soffrono come esterni d’attacco. E schierare tre centravanti puri come Bierhoff, George Weah e Maurizio Ganz contemporaneamente è uno spreco di risorse.

Così nasce l’ibrido: un 3-4-1-2 che libera il genio di Boban e permette a Bierhoff di esplodere. Il tedesco diventa una macchina da gol. Tripletta all’Empoli, doppietta all’Udinese, gol decisivi contro chiunque. I suoi 20 gol stagionali sono superati solo da Batistuta e Marcio Amoroso.

Ma non c’è solo Bierhoff. Leonardo segna gol pesantissimi, come quello al 92′ contro la Lazio, e Weah firma la doppietta che affonda la Juventus a Torino. Gli impronosticabili Ganz e Guly diventano pedine fondamentali e dietro Abbiati si trasforma in un muro invalicabile.

Alla ventisettesima giornata, però, sembra tutto finito. La Lazio comanda con 56 punti, sei lunghezze di vantaggio sulla Fiorentina e sette sul Milan. Mancano sette partite. Impossibile recuperare.

“A chi mi chiede se siamo da scudetto”, dichiara Zaccheroni alla Rai, “rispondo che per il momento non ne parlo”.

La rimonta impossibile

Titoli del Corriere della Sera all’indomani dell’1-5 a Udine

E invece accade l’impensabile. Il Milan smette di camminare e inizia a volare. Alla ventottesima giornata, mentre la Lazio perde il derby con la Roma (3-1), i rossoneri battono il Parma 2-1 con gol di Paolo Maldini e Ganz. Tre punti recuperati di colpo.

Poi è il turno dell’Udinese di Guidolin: 5-1 devastante con doppiette di Boban e Bierhoff e gol di Weah. E la Lazio nel frattempo crolla in casa contro la Juventus (1-3, doppietta di Thierry Henry). Altri tre punti rosicchiati. In due giornate, il distacco passa da sette a uno.

“Viviamo il momento con serenità”, assicura Bierhoff, “siamo sempre più convinti che possiamo riprendere la Lazio”.

I capitolini reagiscono con una serie di vittorie, ma il Milan non molla. Ogni volta che la Lazio vince, i rossoneri rispondono colpo su colpo. Zero a due a Vicenza, 3-2 sofferto con la Sampdoria, e soprattutto quello splendido 0-2 al Delle Alpi contro la Juventus, con Weah mattatore.

Il sorpasso

Sabato 15 maggio 1999. Penultima giornata. La Lazio è ancora prima con 65 punti, il Milan insegue a 64. Ma i calendari sono spietati: i biancocelesti devono affrontare al Franchi una Fiorentina assetata di vendetta, mentre il Milan ospita a San Siro il fanalino di coda Empoli.

Il copione viene scritto in grassetto. Il Milan travolge 4-0 i toscani con una tripletta di Bierhoff e un gol di Leonardo. A Firenze, invece, Batistuta colpisce ancora: 1-0 per i viola, pareggiato in extremis da Vieri (1-1).

Paolo Maldini in Milan-Empoli 4-0

“Come è finita a Firenze?”, chiede Silvio Berlusconi ai cronisti in tribuna stampa, “1-1? Va bene, allora il sorpasso c’è stato”.

Per la prima volta in tutta la stagione, il Milan è in testa alla classifica. Un punto di vantaggio sulla Lazio. Ma tutto deve ancora essere scritto nell’ultima, drammatica domenica.

Novanta minuti per il Paradiso

23 maggio 1999. Il Milan, 67 punti, deve vincere a Perugia. La Lazio, 66 punti, ospita il Parma all’Olimpico. Due partite, un solo scudetto.

All’Olimpico Marcelo Salas porta avanti i biancocelesti, Vanoli pareggia per il Parma, poi ancora Salas al 76′ regala la vittoria alla Lazio: 2-1. I tifosi biancocelesti esultano, ma con le radioline incollate alle orecchie, in attesa di notizie dal Curi.

A Perugia la partita è un inferno. Guly sblocca il risultato, Bierhoff raddoppia. Ma Nakata riaccende le speranze umbre su rigore: 2-1. Gli ultimi venti minuti sono un’agonia. Cristian Bucchi, lo stesso che era stato preso a pugni da Rossi, assalta la porta rossonera. E Abbiati, il ragazzino di 21 anni, diventa immortale. Due parate prodigiose, una sullo stesso Bucchi, salvano lo scudetto.

Alle ore 18.30, il signor Braschi fischia la fine al Curi. Il Milan è campione d’Italia per la sedicesima volta.

“È una grandissima soddisfazione”, dice Zaccheroni con le lacrime agli occhi, “Il segreto dello scudetto è un gruppo positivo che quando ha avuto l’occasione non se l’è fatta sfuggire”.

“Abbiamo sofferto parecchio negli ultimi due anni”, aggiunge capitan Maldini, “È la terza volta che dicono che la vecchia guardia ha fatto il suo tempo, e noi li abbiamo sempre smentiti”.Il foglio bianco di Galliani viene così riempito con la più incredibile delle storie. Lo scudetto più sorprendente della storia del Milan: il miracolo del centenario.