MASSARO Daniele: la Provvidenza del calcio italiano

Attaccante elegante e versatile, ha legato il suo nome al grande Milan di Sacchi e Capello. Due Champions League, scudetti e una carriera in Nazionale lo consacrano tra le icone rossonere.

Monza, 23 maggio 1961. E’ qui, nella Brianza del boom economico – fabbriche che tirano, mobilifici che esportano, famiglie che per la prima volta riescono a mettere qualcosa da parte – che nasce Daniele Emilio Massaro. I genitori sono operai. Casa modesta, valori semplici: lavorare sodo, non darsi arie, tornare a casa per cena. «Io volevo solo giocare a calcio e divertirmi. E stare con i miei genitori», dirà lui stesso tanti anni dopo. Ed è la frase che meglio racconta da dove viene: non da un vivaio d’élite, ma dai cortili del quartiere di San Giacomo, dove il pallone rimbalza sull’asfalto fino a sera.

La sua palestra è l’oratorio. Daniele abita in via Buonarroti, a due passi dai campetti della Juvenilia, la squadretta della parrocchia Regina Pacis. Campi in terra battuta, maglie lavate a mano, niente di lontanamente professionale. Eppure è lì che impara tutto quello che conta: dribblare in spazi stretti, non mollare mai, giocare con chi ha tre anni più di te e pesa il doppio. A tredici anni qualche club serio si fa vivo – il Milan, il Lecco, l’Atalanta – e lo chiamano per dei provini. Lui dice no. Preferisce restare a casa, con gli amici di sempre. Ha tempo per il calcio dei grandi, o almeno così crede.

Intanto frequenta l’Istituto Professionale e dà una mano ai fratelli nella pellicceria di famiglia. La svolta arriva quasi per caso, come succede spesso nelle storie vere. Un giorno lo convocano per una partita della Rappresentativa lombarda, al campetto di via Ghilini. Tra il pubblico, a bordo campo, ci sono il direttore sportivo Giorgio Vitali e il vicepresidente del Monza, un certo Adriano Galliani – uno che di calcio capisce parecchio e che di lì a qualche anno cambierà la storia del Milan. Quel pomeriggio Galliani vede qualcosa nel ragazzino brianzolo. E da quel momento la vita di Daniele prende tutta un’altra direzione.

Dal Monza alla Fiorentina: l’apprendistato di un guerriero

La Juvenilia lo consegna al Monza nel 1974 e Daniele scala le giovanili con l’inseparabile compagno Milko Lainati. L’esordio in prima squadra arriva il 30 settembre 1979, in Serie B, contro la Spal: mister Alfredo Magni gli affida addirittura la maglia numero 10. Il giovane centrocampista non delude e segna il gol della vittoria con un fendente fulmineo all’altezza del dischetto. Il giorno dopo, passerella trionfale per le strade del quartiere. La carriera è decollata.

Tre stagioni in biancorosso gli bastano per mettersi in vetrina. Nel 1981, Galliani orchestra il suo trasferimento alla Fiorentina insieme al compagno Paolo Monelli, considerato il più dotato dei due. «Galliani disse: ‘Se è buono lo tenete, altrimenti ce lo rimandate indietro’», ricorderà Massaro con un sorriso. Nella città del Giglio, il brianzolo esordisce in Serie A il 13 settembre 1981 contro il Como e diventa subito titolare. Nella sua prima stagione, la Fiorentina lotta per lo scudetto con la Juventus fino all’ultima giornata. Il rendimento è tale che Enzo Bearzot lo convoca in Nazionale a soli ventun anni, portandolo al Mondiale di Spagna 1982: l’Italia trionfa, ma Daniele osserva tutto dalla panchina, campione del mondo senza mai scendere in campo.

Rossonero per sempre: dall’esilio romano alla rinascita

Il sogno di giocare nel “cortile di casa” si avvera nel 1986, quando Silvio Berlusconi acquista il Milan e Galliani, ormai dirigente rossonero, chiama il suo pupillo a Firenze alle otto di mattina: «Vuoi tornare a casa?». Massaro non ci pensa nemmeno un secondo: «Dissi subito di sì, coronando il sogno da bambino di vestire la maglia rossonera, per cui avevo sempre tifato». Il Milan paga circa 6,7 miliardi di lire. Era quasi fatta con la Juventus di Trapattoni, ma il richiamo di casa è più forte di tutto.

Il rapporto con Arrigo Sacchi, tuttavia, è tormentato. Il visionario allenatore di Fusignano gli spiega senza giri di parole il suo ruolo nel nuovo calcio: «O fai l’attaccante o con me non giochi». Massaro accetta, ma lo spazio è poco e nel 1988 viene spedito in prestito alla Roma di Nils Liedholm. Un esilio doloroso che lui stesso definirà «nove mesi nella capitale», lontano dalla sua Brianza, lontano dal Milan che intanto conquista lo scudetto senza di lui. Ma Daniele è fatto di una pasta diversa: torna a Milanello con la fame di chi ha qualcosa da dimostrare, si guadagna la fiducia di Sacchi e contribuisce alla doppia Coppa dei Campioni del 1989-90, segnando dieci gol in quella stagione trionfale.

«Mi fece capire che nel tipo di calcio che aveva in mente avrei potuto fare solo l’attaccante. Per il Milan ho fatto di tutto, anche il difensore, ho accettato di stare fuori quando segnavo, ho sempre messo davanti il gruppo», dirà anni dopo, riassumendo con disarmante onestà il segreto della sua longevità rossonera. Non a caso, detiene un record unico nella storia del club: aver indossato dieci delle undici maglie disponibili, esclusa soltanto la numero 1 del portiere.

Provvidenza: la notte di Atene e lo scudetto del ’94

Con l’arrivo di Fabio Capello in panchina e il tragico infortunio di Marco van Basten, il destino di Massaro subisce un’ultima, decisiva metamorfosi. Da ala sinistra a prima punta: un cambiamento che avrebbe spaventato chiunque, ma non un uomo che ha già dimostrato di saper reinventarsi mille volte. Nella stagione 1993-94 diventa il capocannoniere del Milan con undici reti in campionato, molte delle quali decisive nei minuti finali. I tifosi lo battezzano «Provvidenza»: colui che arriva quando tutto sembra perduto.

Ma la notte che lo consacra nell’Olimpo del calcio è quella del 18 maggio 1994, allo Stadio Olimpico di Atene. La finale di Champions League contro il Barcellona di Johan Cruijff, Romario e Stoichkov. I catalani sono i grandi favoriti: hanno segnato 91 gol in campionato e il loro allenatore non nasconde una sicumera che sconfina nell’arroganza. Il Milan, privo di Franco Baresi e Alessandro Costacurta, sembra condannato.

«Sentivamo e vedevamo tutto quello che facevano. Le dichiarazioni di Cruijff, le foto con la coppa, il loro modo di fare. Erano molto arroganti», ricorderà Massaro. Ma quella rabbia diventa carburante puro. Al 22’ del primo tempo, su assist di Dejan Savičević, è lui ad aprire le marcature. Poi raddoppia al 45’, su passaggio illuminante di Roberto Donadoni. Il capolavoro di Savičević e il gol di Marcel Desailly completano il 4-0. La partita del secolo. Prima del fischio d’inizio, Daniele aveva chiesto un autografo al suo idolo Cruijff. Dopo la partita, forse, l’olandese non glielo avrebbe più concesso.

«Il ’94 per me è stato un anno straordinario. Fare due gol in una finale di Champions League è qualcosa che in pochi hanno fatto. Fu la risposta perfetta alla sconfitta col Marsiglia dell’anno prima, fu la Partita del Secolo», dirà in un’intervista al Guardian. Quella stagione resta la più luminosa della sua carriera: scudetto e Champions, giocando un calcio che era pura poesia.

USA ’94: il rigore che non si cancella

L’estate del 1994 porta Massaro dall’apoteosi di Atene all’agonia di Pasadena. Arrigo Sacchi, diventato commissario tecnico dell’Italia, lo richiama in Nazionale a trentatré anni. Nel girone segna il gol del pareggio contro il Messico che qualifica gli Azzurri agli ottavi. Nella finale contro il Brasile, è titolare. Ha un’occasione per il vantaggio, ma la spreca. Poi, nella lotteria dei rigori, sbaglia il quarto tiro della serie. «In realtà io non avrei dovuto tirarlo. Non ero nella lista dei rigoristi e in carriera non avevo mai calciato un rigore», confesserà. Il Brasile è campione del mondo, l’Italia vicecampione. Quel rigore resterà l’unica ombra su una carriera sfolgorante.

L’ultimo atto e la vita dopo il pallone

Nel febbraio 1995, ormai trentaquattrenne e non più titolare, Massaro trova ancora il modo di essere decisivo, segnando nella finale di ritorno della Supercoppa europea contro l’Arsenal. L’estate successiva parte per il Giappone, dove chiude la carriera con lo Shimizu S-Pulse, vincendo la Coppa della J-League nel 1996 a trentacinque anni. Un ultimo trofeo per un palmarès che fa impressione: quattro scudetti, tre Supercoppe italiane, due Coppe dei Campioni, tre Supercoppe europee, due Coppe Intercontinentali e un Mondiale vinto (sia pur dalla panchina).

Appesi gli scarpini al chiodo, la sua insaziabile energia lo porta a gareggiare nei rally automobilistici, partecipando al Rally di Sanremo nel campionato mondiale WRC nel 1998 e 1999, e sfidando persino Valentino Rossi al Rally di Monza. Il golf diventa un’altra passione, coltivata fin dai tempi di Milanello sui green improvvisati nei boschi intorno al centro sportivo, insieme a compagni come Roberto Donadoni, Mauro Tassotti e Marco van Basten. Nel 2017 torna al Milan come Brand Ambassador, uomo immagine del club in giro per il mondo.

Nel 2024, consegue il diploma da direttore sportivo a Coverciano, dedicando il traguardo proprio a Galliani, l’uomo che per primo credette in lui.«Amo la mia città, il Parco e la squadra biancorossa. Il calcio e il Monza rappresentano una parte importantissima della mia vita e rimarranno per sempre nel mio cuore», dice oggi Daniele Massaro, con la stessa semplicità del ragazzo che dava calci al pallone nei cortili della Brianza. Perché alla fine, dietro la Provvidenza, dietro i trofei e le notti magiche, c’è sempre quel ragazzino di via Buonarroti che voleva soltanto giocare a pallone.