JACQUET Aimé: la solitudine sul tetto del mondo

Aimé Jacquet

Quando prese in mano la Nazionale, nel dicembre 1993, era vestito unicamente della propria solitudine. A dispetto del nome di battesimo, non era amato, Aimé Jacquet; era anzi snobbato con la perentorietà di cui i francesi sono maestri dall’alto dei loro ricorrenti complessi di superiorità. La Nazionale aveva toccato il fondo, smarrendo la via della qualificazione ai Mondiali statunitensi nel gomitolo di una cruda crisi tecnica. La Francia sembrava ripiombata negli anni bui, il lungo tunnel nero che dall’era di Just Fontaine aveva condotto alla rinascita targata Platini. Jacquet appariva come un uomo grigio, mediocre fin dal pedigree, costruito su una carriera in sottotono anche se non priva di importanti traguardi. Era soprattutto un uomo modesto: nel parlare, nel vestire, nel proporsi come antitesi del curatore d’immagine. Niente a che vedere con un Michel Platini, il carisma come un fiore all’occhiello capace di intimidire da solo l’interlocutore.

Sapeva già che qualcuno si sarebbe divertito a prenderlo a schiaffi: la naturale ritrosia, il riserbo facilmente scambiabile per povertà di spirito erano un invito. Ma era certo di una cosa: la prospettiva non lo avrebbe forzato a cambiare indole, a cercare di diventare un altro. Per comprendere l’impresa dell’uomo che ha portato per la prima volta la Francia sul tetto del mondo bisogna partire da qui, dall’immagine dell’uomo solo al comando, solo contro tutto e tutti, animato da una incrollabile fiducia in se stesso e nella fertilità del vivaio. La grandezza di Aimé Jacquet sta tutta in quei quattro anni e mezzo trascorsi tra l’investitura e il trionfo sui Campi Elisi a Parigi.

In quel periodo difficile questo tecnico di provincia dai capelli grigi e dallo sguardo malinconico è riuscito a coltivare una nuova generazione di giocatori e a portarla ai vertici assoluti, sfidando i pronostici, le pressioni soffocanti di un Mondiale organizzato in casa e lo scherno diffuso di buona parte dei mezzi di comunicazione. Alle critiche pesanti dell’Equipe si aggiunse il pupazzo con le sue sembianze che Canal + mandava in onda nella “Semaine des Guignols”, feroce presa per i fondelli della sua parlata modesta, del suo vocabolario avaro. Se Jacquet ha avuto la forza di continuare sulla strada tracciata con lucido disegno, perseverando nel fidarsi di se stesso, è perché alle spalle aveva una storia fatta di conquiste sudate.

Calciatore e operaio

Aimé Jacquet nasce a Sail-sous-Couzan, nella Loira, il 27 novembre 1941. Operaio fresatore alle acciaierie della Marina militare a Saint-Chamond, diventa calciatore di buon livello nel Saint Etienne, di cui assurge a bandiera giocandovi per ben undici stagioni, dal 1962 al 1973: anni buoni, per “les Verts”, con il quadriennio d’oro (quattro campionati vinti di fila) e un bottino complessivo di cinque titoli nazionali e due Coppe di Francia. Jacquet è centrocampista, un mediano generoso, che tanti anni dopo rivedrà se stesso nel prodigarsi di Deschamps, suo braccio destro in campo. Tre stagioni nel Lione prima di chiudere a 35 anni con un curriculum di tutto rispetto, impreziosito da due presenze in Nazionale. La nuova carriera riparte proprio da Lione, dove nel 1976 prende la guida della squadra, che salva da una retrocessione quasi sicura, avviando un proficuo tirocinio. Nel 1980 arriva l’ingaggio del Bordeaux, alla corte di Claude Bez.

Aimé Jacquet ai tempi del Bordeaux

È qui che Jacquet si ritaglia un posto nella storia del calcio francese, con il magico quadriennio 1983-1987, tre titoli nazionali e due Coppe di Francia, la conquista europea sfiorata con le semifinali di Coppa dei Campioni (1985) e Coppa delle Coppe (1987). Lascia i Girondins solo nel 1989 per il Montpellier, con cui vince la Coppa nazionale e l’anno dopo è al Nancy. Sono anni formativi per il carattere, che maturano in lui la convinzione della necessità di un forte legame tra i giocatori e tra questi e il tecnico per raggiungere qualunque obiettivo. Ma Jacquet ha anche un’altra intuizione: il grande serbatoio di etnie può trasformare la Francia in grande potenza del calcio, solo che i grandi talenti vengano forgiati con la giusta mentalità vincente. Con questo spirito accetta di lasciare l’attività di club per entrare nel 1992 nella Direzione tecnica della Nazionale. Il 15 luglio 1993 viene nominato vice del Ct Gerard Houiller e pochi mesi dopo, il 17 dicembre, all’indomani della drammatica mancata qualificazione ai Mondiali contro la Bulgaria, è il nuovo Commissario tecnico dei “galletti”.

Stampa nauseabonda

Il suo programma è focalizzato sugli imminenti Europei, che lo promuovono con una discreta pagella: centra la qualificazione impostando una squadra nuova e in Inghilterra viene fermato in semifinale dalla Repubblica Ceca ai calci di rigore. E’ il suo lasciapassare per impostare la grande avventura di Francia ‘98. Evita la vetrina («Oggi conta l’immagine. Per gli altri, non per me»), predica umiltà e una ferrea concentrazione («Dopo ogni partita della Nazionale si riparte da zero») e si ritrova nel mirino della critica. Di certo, non fa nulla per coltivare la propria immagine, al punto che quando la Federcalcio gli propone di allenarsi ad affrontare i cronisti in conferenza stampa, lui ribatte di essere pagato per allenare e affrontare gli avversari in maglietta e calzoncini sul campo.

Il suo credo tattico sembra quasi una provocazione: niente calcio-champagne, i traguardi si raggiungono segnando un gol in più degli avversari, non dando spettacolo. Poi però inserisce Zidane e Djorkaeff nella pietra angolare della sua squadra. Ha lucidità e fantasia, ne sa qualcosa Laurent Blanc, che gli deve il cambiamento di ruolo, da mezzapunta a leader difensivo, ai tempi del Montpellier. La sua squadra macina risultati, raramente incanta e molti non glielo perdonano. La sua scontrosità si accentua: «Certa stampa nauseabonda» latra esasperato «da parecchio tempo si dedica all’inganno dell’opinione pubblica!».

Quando arriva al dunque, alla scelta dei 22, supera critiche feroci, come già qualche anno prima aveva fatto in Italia Enzo Bearzot. Ha un unico cruccio, non aver trovato un attaccante affidabile, all’altezza del resto della compagnia. Eppure, giostrando gh uomini a disposizione, riesce a trarre autentiche perle anche da elementi contestati come Dugarry e Guivarc’h e da giovani talenti ancora acerbi, Henry e Trezeguet. In panchina, ha sempre con sè e spesso consulta un grande quaderno nero:
«Da anni vi raccolgo molte riflessioni, tante piccole informazioni sugli avversari e sui miei giocatori, note sugli schemi di gioco e una serie di consigli rivolti a me stesso che mi sono stati utilissimi. Durante la partita, nel tourbillon dell’azione, pur avendo preparato tutto alla perfezione, quando le cose vanno male cerchi di riflettere, di farti venire un ‘idea, di trovare una soluzione che avevi già previsto e immaginato e che la tua mente in quel momento non ti offre. Ecco a cosa mi serve il quaderno nero. Lo consulto durante le partite, negli spogliatoi e in panchina e mi è di grande utilità».

Aveva pensato di autoesiliarsi in caso di uscita prima dei quarti, ma alla vigilia del gran finale contro il Brasile di Rivaldo e Ronaldo non si nasconde: «È vero, molti grandi tecnici e specialisti hanno detto e ripetuto che la Francia, qualificandosi per i quarti di finale, avrebbe raggiunto un obiettivo più che onorevole. Io sono un modesto tecnico, ma il mio obiettivo è un altro: il titolo mondiale. I sogni sono belli soltanto quando si realizzano interamente: e noi vogliamo farlo». L’ultimo atto, il 12 luglio 1998 allo Stade de France, è emblematico: la Francia è una squadra, il Brasile un gruppo di stelle privo di anima. La doppietta (di testa!) di Zidane regala alla Francia uno storico primo posto, festeggiato anche dai critici che avevano aspramente attaccato il Ct. Miracoli del calcio: ora Aimé è l’uomo più amato di Francia.

Regista di successi

Fedele a se stesso, Jacquet si lascia portare in trionfo senza replicare ai contestatori poi saliti sul carro della vittoria. Ma qualche giorno dopo, a freddo, ammetterà: «È vero, una certa stampa, ma non tutta, non ha creduto in me. Quella parigina, non certo quella regionale. Mi hanno fatto la guerra, hanno provato a destabilizzare la squadra, fino alla fine hanno cercato di dare un alibi alla loro campagna durata lunghi mesi. Avrebbero dovuto dare le dimissioni. Sono cattolico, ma non perdonerò mai».

Anziché per l’esilio, parte per Clairefontaine, il centro di formazione della Federcalcio transalpina, sede dei ritiri della Nazionale. «Missione compiuta: dovevo passare ad altro» spiegherà; «non sarebbe stato opportuno restare incollato a una poltrona per continuare a fare quello che avevo già fatto sapendo che difficilmente sarei riuscito a fare altrettanto bene e comunque mai meglio». Accetta l’incarico di Direttore delle selezioni nazionali, col compito di formare i tecnici, migliorare le loro condizioni di lavoro, preparare le strutture del calcio del futuro. La Nazionale da lui creata continua a dare frutti: due anni dopo, sotto la guida di Roger Lemerre, trionfa anche all’Europeo, confermando la supremazia della Nazionale multietnica.