Capitano dello Stade de Reims e della Francia, sfiorò la gloria: due finali perse col Real Madrid e un perone rotto contro il Brasile gli negarono la leggenda.
La fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta appartengono a due soli padroni: il Real Madrid in Europa, la Seleção brasiliana nel mondo. Sono gli anni che spediscono nell’olimpo nomi come Alfredo Di Stéfano, Francisco Gento, Ferenc Puskás, Pelé, Garrincha. Ma la storia del pallone è fatta anche di quei bivi che nessuno ha mai raccontato. Fosse andata diversamente — un rimbalzo più gentile, un contrasto meno cattivo, un solo giro di ruota della fortuna — accanto a quei nomi immortali oggi ne leggeremmo un altro: Robert Jonquet.
Era il capitano dello Stade de Reims, la squadra piegata per due volte dal Real Madrid in finale di Coppa dei Campioni. Era il condottiero della Francia che, alla semifinale del Mondiale 1958, teneva testa al Brasile sull’1-1 dopo trentacinque minuti. Poi uno scontro con Vavá gli spezzò il perone. Niente sostituzioni, a quei tempi: un’iniezione antidolorifica all’intervallo e di nuovo in campo, gettato sulla fascia sinistra come un passeggero zoppicante. La Francia perse. E con lei, forse, l’immortalità di un uomo.
Per un paio di scarpini
Robert nasce a Parigi il 3 maggio 1925. Ragazzino sveglio e atletico, veloce di gambe, appassionato persino di vela: la sua vita sportiva avrebbe potuto imboccare mille strade. Ma il calcio fu sempre il primo amore. A dodici anni entra nel Le Plessis-Robinson, poi passa al Châtenay-Malabry e infine al SS Voltaire-Paris.
Nel 1942 il padre trasferisce la famiglia a nord-est, a Reims, città a metà strada tra la capitale e il confine belga. Prima un salone da barbiere, poi un caffè: così l’uomo cerca di sfamare i suoi negli anni cupi dell’occupazione nazista e della collaborazione di Vichy. Robert, però, non era tagliato per forbici e tazzine. Firma per la squadra della città, lo Stade de Reims. È il primo passo di un viaggio lungo diciotto anni, che porterà il club sul tetto d’Europa — o quasi — e il ragazzo a diventarne capitano, anima e faro. Il prezzo del suo cartellino? Un paio di scarpini nuovi. Un affare che Jonquet non avrebbe mai sprecato.

Ad accoglierlo c’è già Albert Batteux, centrocampista di sei anni più anziano, destinato a diventare l’architetto di tutto: prima allenatore del Reims, poi commissario tecnico della nazionale. Sotto la sua guida, Jonquet sarebbe fiorito due volte.
Un difensore che sapeva creare
C’è molto di più, in questa carriera, di una gloria sfiorata. Perché Jonquet fu un rivoluzionario silenzioso, uno che riscrisse il ruolo del centromediano nel calcio della sua epoca. Alto appena un metro e settantotto, compensava ogni centimetro mancante con il tempismo e l’anticipo: intercettava traiettorie, rubava palloni, e invece di spazzare li accarezzava, portandoli fuori dalla difesa per innescare l’azione.
Era l’incarnazione di un principio che oggi suona ovvio ma allora era pura eresia: il calcio è fatto per creare, non per distruggere. In un tempo in cui il difensore serviva solo a difendere, Robert Jonquet era un uomo con vent’anni di anticipo negli occhi.
L’ascesa dei rossobianchi

Il pallone torna in Francia nel 1945, dopo sei anni di guerra e cinque di occupazione. La normalità fatica a rientrare, ma nel 1949 lo Stade de Reims e il suo giovane difensore sono già in marcia: titolo di campioni di Francia conquistato per un solo punto sul Lille. L’anno dopo arriva la Coppa di Francia, con il Racing Club de Paris travolto 2-0 in finale. Les Rouges et Blancs stanno diventando una potenza.
Ma è l’antipasto. Preso il timone della panchina, Batteux costruisce la sua creatura attorno a Jonquet, suo luogotenente di fiducia. Nel 1952-53 il campionato è di nuovo loro, con quattro punti sul Sochaux. Il dato più impressionante, però, non sono gli 86 gol segnati — record del torneo — ma i soli 36 subiti in trentaquattro partite: la firma inconfondibile di un reparto orchestrato dal capitano. In squadra brilla ormai anche il talento sopraffino di Raymond Kopa.
L’Europa, in realtà, Jonquet l’aveva già assaggiata. Nel 1949 il titolo francese aveva aperto le porte della Coppa Latina, torneo che riuniva le campionesse di Francia, Italia, Portogallo e Spagna, considerato allora l’erede della Mitropa e antesignano della futura Coppa dei Campioni. A Madrid, il Reims si arrese in semifinale al Barcellona, per poi chiudere quarto contro un Torino dilaniato un mese prima dalla tragedia di Superga. Fu il primo, amaro contatto con il grande calcio del continente.
La rivincita, quella dolce, arriva nel giugno 1953. A Lisbona il Reims domina la Coppa Latina: prima il Valencia battuto 2-1, poi il Milan demolito 3-0 in finale. Il primo trofeo europeo è in bacheca. Ma la sete cresce.
Il fantasma di Madrid

Nel 1956 nasce la Coppa dei Campioni, e i francesi ci arrivano da protagonisti. Superati i danesi dell’Aarhus, gli ungheresi del Vörös Lobogó e gli scozzesi dell’Hibernian, il Reims si presenta alla prima, storica finale, al Parc des Princes di casa. Di fronte, il Real Madrid.
Dopo dieci minuti sembra fatta: Leblond e Templin portano i francesi sul 2-0. La gioia, però, ha vita brevissima. Di Stéfano riapre i conti, Héctor Rial pareggia, e tutto il vantaggio evapora. Nella ripresa, il futuro c.t. Michel Hidalgo rimette avanti i suoi: manca un quarto d’ora e Jonquet accarezza il sogno di alzare per primo quel trofeo. Ma, come sempre nella sua vita, all’attimo decisivo il destino gira la testa dall’altra parte.
Al 67′ Marquitos — nonno di Marcos Alonso, futuro nazionale spagnolo e giocatore del Chelsea — si ritrova per sbaglio in area avversaria. Palla che gli piove addosso, inciampo, rimpallo, e il pallone finisce in rete: nemmeno lui sa con quale parte del corpo l’abbia spinto dentro. C’è chi giura il ginocchio, chi lo stinco, chi la coscia. L’unica certezza, confermata dai filmati, è la sua faccia stupita e felice. Poi Rial firma ancora, e la sfida francese è finita. Anni dopo, l’autore del gol decisivo avrebbe ricordato quella come la finale più difficile mai giocata in sei trionfi europei. Parole gentili, gelida consolazione per chi era arrivato così vicino.
Solna, 24 giugno 1958
Prima di riprovarci in Europa, c’è un Mondiale da giocare. In Svezia la Francia porta un blocco Reims imponente — sei giocatori, tra cui il letale Just Fontaine — e il vecchio complice difensivo di Jonquet, Roger Marche. Il capitano ha già una lunga storia in maglia transalpina: debutto nel 1948, e nel 1952, dopo una prestazione monumentale a Londra contro l’Inghilterra, un giornale lo aveva incoronato l’eroe di Highbury.
Non era stato un Mondiale fortunato, il precedente. In Svizzera, nel 1954, aveva guidato da capitano la squadra battuta 1-0 dalla stessa Jugoslavia, prima di saltare per infortunio la vittoria sul Messico: eliminazione immediata. Ma quattro anni di esperienza in più avevano cambiato tutto. E la sua statura ormai travalicava i confini francesi: nel 1955, accanto a fuoriclasse come l’austriaco Ernst Ocwirk e il portoghese José Travassos, era stato chiamato a comporre la selezione del Resto d’Europa contro la Gran Bretagna. Robert Jonquet era, senza discussioni, uno dei migliori interpreti del suo ruolo nel continente.

Il torneo comincia forte: 7-3 al Paraguay, tripletta di Fontaine. Poi il ko con la Jugoslavia e la vittoria decisiva sulla Scozia. Ai quarti la Irlanda del Nord viene spazzata via 4-0. Lo stesso giorno, a Göteborg, un diciassettenne sconosciuto di nome Edson Arantes do Nascimento piega il Galles: il mondo lo avrebbe presto conosciuto come Pelé. I due destini si incrociano in semifinale, al Råsunda di Solna.
Dopo due minuti, disastro. Jonquet spezza l’azione brasiliana con la sua solita scivolata perfetta, ma nessun compagno segue la corsa di Vavá, che punisce a porta vuota. Il pareggio arriva subito, con Fontaine servito da Kopa. La partita è in equilibrio, aperta a ogni esito. Poi, a dieci minuti dall’intervallo, il momento che decide tutto: uno scontro fortuito con Vavá lascia il capitano a terra. Perone rotto. Da lì, la gara è persa. Dida riporta avanti il Brasile, e nella ripresa Jonquet torna eroicamente in campo sulla fascia, ma è un fantasma zoppicante. Pelé ne mette altri tre. Finisce 5-2, un punteggio crudele e ingiusto quanto lo era stato quell’infortunio. La Francia non sarebbe tornata così vicina alla finale iridata fino al 1982.
Un incompiuto
C’è ancora una notte europea. Nel 1959 il Reims risale fino all’ultimo atto, ma ritrova il suo incubo bianco: Real Madrid di nuovo, 2-0, terzo titolo consecutivo per i Blancos, con un Fontaine spento nella serata sbagliata.
L’ultima recita in azzurro arriva, quasi per beffa, in casa: Europei 1960, finalina per il terzo posto persa 2-0 con la Cecoslovacchia. Cala così il sipario su dodici anni di nazionale e cinquantotto presenze. Nello stesso anno finisce anche la storia con lo Stade de Reims. A trentacinque anni si trasferisce allo Strasburgo, in seconda divisione, dove conquista una promozione — il suo ultimo trionfo da giocatore — e siede poi in panchina. Seguiranno ritorni senza fortuna a Reims e brevi tappe minori, fino al ritiro da allenatore negli anni Ottanta.
Nel febbraio 2008 il club gli intitola una tribuna dello Stade Auguste-Delaune. In dicembre, Robert Jonquet se ne va.
È giusto e insieme crudele che la grandezza possa dipendere da pochi istanti: un autogol goffo in una finale europea, un infortunio che ti strappa una finale mondiale. Bastava poco perché il suo nome brillasse accanto a quelli dei più grandi. E invece resta lì, sospeso — il gigante che il destino, per un soffio, decise di dimenticare.
