JURLANO Franco: il Barone del Sud

La biografia del presidente che promise e realizzò il Lecce “più bello di tutti i tempi”. Diciotto anni di successi con i giallorossi dalla serie C alla A.

Era il 1976 quando in piazza Sant’Oronzo, nel cuore aristocratico di Lecce, tra i resti dell’anfiteatro romano e le botteghe storiche che animavano il centro cittadino, un uomo dall’aspetto solido e dal fascino meridionale pronunciò una frase che sarebbe rimasta nella storia: “Farò la più bella squadra di tutti i tempi“.

Franco Jurlano non era tipo da parlare a vanvera. Nato a Lecce il 18 gennaio 1928, geometra con un’impresa di costruzioni, aveva quel bell’aspetto degli uomini del sud che Vitaliano Brancati sapeva descrivere così bene e che Marcello Mastroianni aveva reso immortale sul grande schermo. Con i suoi grandi occhi neri, le sopracciglia folte e ben arcuate, il baffo nobile e i capelli di un nero lucente pettinati con la riga a sinistra, sembrava un barone. E forse, nel calcio, lo divenne davvero.

A 48 anni, Jurlano si trovava di fronte a una sfida titanica. Nel 1975 era già nel consiglio di amministrazione dell’Unione Sportiva Lecce che aveva deliberato per la costituzione del Lecce S.p.A., ma ora era chiamato a prendere in mano le redini di una società che aveva appena conquistato la promozione dalla Serie C, portando però sulle spalle il peso schiacciante di due miliardi e mezzo di debiti. Il presidente Antonio Rollo aveva lasciato una situazione economica drammatica, con assegni firmati come se fossero cartoline illustrate. Era tempo di cambiare registro, e Franco Jurlano fu la risposta a quella necessità.

Nasce il sodalizio Jurlano-Cataldo

Jurlano e Cataldo

Tra il dire e il fare, però, c’era di mezzo un’intuizione formidabile. Jurlano capì che aveva bisogno dell’uomo giusto al suo fianco, e lo trovò in un calabrese di Siderno che nel calcio ci stava da dieci anni: Mimmo Cataldo.

Cataldo aveva fatto di tutto nel mondo del pallone: arbitro, giornalista, dirigente, uomo mercato. Con la sua faccia da ragazzo, la bella fronte e lo sguardo leale, rappresentava l’antitesi perfetta al carisma baronale di Jurlano. Erano quasi coetanei – Cataldo di appena quattro anni più grande – ma complementari come poche coppie nella storia del calcio.

Si conobbero nel 1975, quando Cataldo era direttore sportivo della Reggina. Entrambe le squadre militavano in Serie C, ma Jurlano rimase colpito dal modo di lavorare del calabrese. Lo voleva a Lecce, ma Cataldo non disse subito di sì. Prima di arrendersi all’invito, diede una grossa mano disinteressata a Jurlano, aiutandolo a ingaggiare i giocatori giusti per la promozione in Serie B. Solo l’anno dopo pronunciò la frase che avrebbe cambiato tutto: “Accetto“.

Da quel momento nacque una formula magica. “Mimmo, fai tu” fu la frase che per diciotto anni Jurlano rivolse al suo direttore sportivo. Una divisione dei compiti perfetta: Jurlano teneva in piedi il Lecce badando ai conti e passando gran parte delle giornate nella sua azienda di costruzioni, Cataldo si occupava delle questioni tecniche. Il risultato fu straordinario: il Lecce divenne una società senza debiti e una squadra di prim’ordine.

La ricerca del’allenatore giusto

Il Lecce 1980/81. In panchina Di Marzio rilevò Mazzia

In Serie B, la pazienza e la tenacia divennero le caratteristiche principali dei due uomini. Per sette lunghi anni mancò il terzo ed essenziale tassello al vertice della loro organizzazione: l’allenatore che si integrasse alla perfezione nel loro progetto.

Sulla panchina del Lecce si susseguirono Antonio Renna, Lamberto Giorgis e Pietro Santin, che mantennero la squadra a metà classifica. Poi arrivarono Bruno Mazzia, Gianni Di Marzio (l’unico che durò due stagioni) e Mariolino Corso. Il Lecce rischiò persino la retrocessione in Serie C nel 1983, salvandosi per appena due punti.

Negli anni dell’assestamento, la società salentina visse momenti di grande suggestione. Arrivarono i figli dell’indimenticabile “NackaSkoglund, la stella dell’Inter degli anni Cinquanta morto di nostalgia italiana e alcool svedese a Stoccolma. Evert e Giorgio Skoglund, nati a Milano, furono due piccole meteore dal nome lucente, ma si videro poco e niente in campo.

Pasquale Bruno

Il vero gioiello di quegli anni fu Pasquale Bruno, fiore selvaggio di San Donato, paesino della provincia leccese. Questo difensore era destinato a gesta gladiatorie nella Juventus e nel Torino, diventando il secondo grande prodotto del vivaio salentino dopo l’apparizione magica di Franco Causio negli anni Sessanta.

Finché non arrivò lui: Eugenio Fascetti, toscano di Lucca, da cinque anni uscito dal Supercorso di Coverciano. Irruente ed entusiasta, sperimentatore di moduli di gioco tra cui il famoso “casino organizzato“, come lo definì lui stesso. Era l’uomo giusto al momento giusto.

La prima volta in Serie A

Fascetti sfiorò la promozione in Serie A al primo anno e la centrò nella stagione 1984-1985. L’impegno che Jurlano aveva preso nove anni prima in piazza Sant’Oronzo era finalmente onorato. Per la prima volta nella sua storia, il Lecce metteva piede nel calcio che contava, nel massimo campionato italiano.

Ma la prima Serie A durò una sola stagione, e l’epoca di Fascetti tramontò rapidamente. Franco Causio, ormai 36enne, tornò inutilmente a fare gli ultimi ghirigori in maglia giallorossa. I gol del piccolo e sgusciante argentino Pasculli, scoperto da Cataldo nell’Argentinos Juniors (la squadra di Maradona), non bastarono a evitare la retrocessione immediata.

Rimase nella storia la doppietta di un altro argentino, Barbas, ancora più piccolo di Pasculli (un metro e 67), segnata all’Olimpico nell’aprile 1986. Fu quando il Lecce, con una sorprendente vittoria nonostante fosse già condannato alla retrocessione, stroncò alla penultima giornata i sogni di scudetto della Roma, consegnando il campionato alla Juventus. Beffa aggiuntiva per i giallorossi capitolini: fu l’unica vittoria esterna dei leccesi in quella stagione.

Dopo il fallimento del ritorno immediato in Serie A (perso lo spareggio-promozione con Cesena e Cremonese), arrivò Carletto Mazzone. “Mi somiglia, ha voglia di vincere, è esaltante lavorare con lui” diceva Jurlano del furente condottiero. E Mazzone fu davvero il nuovo profeta.

Gli anni d’Oro: dal 1987 al 1991

Il Lecce 1987/88

Il periodo che va dal 1987 al 1991 rappresentò l’apogeo della presidenza Jurlano. Il Lecce tornò in Serie A nel 1988 con Mazzone in panchina, e questa volta non fu più una meteora. Ci rimase per tre stagioni consecutive, conquistando due salvezze e realizzando finalmente il più bel Lecce di tutti i tempi.

Nel frattempo spuntarono i nuovi talenti del vivaio: Antonio Conte, Luigi Garzya e Francesco Moriero, tutti diciassettenni destinati a grandi carriere. Pasculli e Barbas formavano una coppia tascabile ma effervescente, capace di accendere la fantasia dei tifosi e di creare grattacapi alle difese avversarie.

Il problema era mantenersi a galla, perché le cessioni dei giocatori migliori erano necessarie. Jurlano rivendicava a suo maggior merito il pareggio del bilancio: “Siamo l’unico club in regola. Abbiamo un giro di 50 miliardi, 25 in uscita e 25 in entrata, e versiamo allo Stato sei miliardi all’anno di Irpef“. Una gestione manageriale che lo portò a essere fatto grand’ufficiale da Pertini per meriti sportivi.

In quegli anni, Jurlano non si limitò al suo Lecce. Diventò consigliere di Lega e consigliere federale, battendosi per cause che andavano ben oltre i confini salentini. Tra le sue battaglie più importanti, quella per ottenere dalla RAI il pagamento dei diritti per le riprese e la cronaca delle partite, e quella per l’aumento dei proventi del Totocalcio. Visioni pioneristiche che anticipavano temi destinati a diventare centrali negli anni successivi.

Quando il Lecce retrocesse nel 1991, Jurlano se ne accollò tutte le responsabilità. “Abbiamo commesso degli errori“, disse con l’onestà che lo aveva sempre contraddistinto. Mazzone se n’era andato e l’inesperienza di Boniek in panchina contribuì al declino.

L’ultimo atto

Il Lecce tornò in Serie A nel 1993, ma fu l’ultimo squillo di Franco Jurlano. “Voglio lo squadrone, poi lascio, qui si soffre” disse il presidente. La retrocessione arrivò puntuale, e nel 1994, dopo diciotto anni alla guida del club, Jurlano si dimise per motivi di salute, a 66 anni.

Diciotto campionati, tutti tra Serie A e Serie B, facevano di lui il presidente più longevo nella storia del club salentino. Passò la presidenza al leccese Giuseppe Bizzarro e avviò le trattative per cedere il club al gruppo Semeraro, inaugurando una nuova era per i giallorossi.

La storia di Franco Jurlano resta quella di un uomo che osò sognare in grande in una piazza considerata minore. “Le squadre dei piccoli centri hanno vita difficile. Ma le ‘grandi’ hanno bisogno di noi. Noi siamo il vero pepe della minestra“, disse una volta. E aveva ragione: il Lecce di Jurlano e Cataldo aveva dimostrato che con visione, competenza e passione, anche dalle periferie del calcio italiano potevano nascere storie memorabili.

Franco Jurlano morì nella sua Lecce il 2 maggio 2007, lasciando in eredità molto più di trofei e campionati. La promessa fatta in piazza Sant’Oronzo nel 1976 era stata mantenuta: aveva creato davvero la squadra giallorossa più bella di tutti i tempi.