I rossoneri di Capello vinsero tutte le partite in Coppa dei Campioni tranne la finale.
- Testo di Sergio Taccone, autore di “Milan Champions. Il racconto delle sette Coppe dei Campioni rossonere” (Storie Rossonere, 2023).
Vincere tutte le partite perdendo solo la finale. Il destino delle grandi squadre che hanno mancato l’appuntamento più importante della stagione. Epilogo riservato anche al Milan 1992/93, dominatore in Coppa dei Campioni. Una stagione che vide il Diavolo, guidato da Fabio Capello, confermarsi ai vertici del calcio italiano, conquistando il secondo scudetto consecutivo dopo aver vanificato nel finale la clamorosa rimonta in classifica dell’Inter di Osvaldo Bagnoli.
Tornato in campo internazionale, dopo aver scontato un anno di squalifica per i fatti di Marsiglia del marzo ‘91, il Milan esordiva in Coppa Campioni contro gli sloveni dell’Olimpia Lubiana, surclassati il 16 settembre 1992. A San Siro, Marco Van Basten aprì la serie di dieci vittorie su dieci, battendo il portiere Simeunovic al 5’ con un tocco facile a pochi metri dalla porta. Dopo altri due giri di lancette, Albertini confezionava una prodezza in occasione del raddoppio: tiro al volo dal limite sotto l’incrocio alla sinistra del guardiapali avversario. Un rasoterra di Van Basten (imbeccato da Gullit in avvio di ripresa) e un colpo di testa del nuovo acquisto Papin completarono il poker.
Il tecnico rossonero utilizzò Evani nel ruolo di centrocampista centrale, al fianco di Albertini che Carlo F. Chiesa, sul Guerin Sportivo, definì “sontuoso”. Il ritorno fu una pura formalità, con i rossoneri a segno tre volte sotto il diluvio: con Massaro in mischia, Rijkaard di testa e Tassotti al termine di un’azione personale, un “assolo maramaldo” scriverà Beccantini su La Stampa. Quella sera, il croato Zorro Boban esordiva in maglia rossonera.

Agli ottavi di finale, il Milan eliminò lo Slovan Bratislava. In terra slovacca, il 21 ottobre ‘92, bastò un inserimento di Maldini, su assist di testa di Van Basten, al quarto d’ora della ripresa, per piegare la squadra del tecnico Galis. Il ritorno non ebbe storia: 4-0 firmato Boban (su calcio piazzato), Rijkaard (conclusione su assist di Papin), Simone (sfruttando una respinta corta del portiere) e Papin (di testa su cross di Lentini). L’Unità uscì con un titolo musicale: “Milan concerto, con Boban direttore d’orchestra”. Per Dario Ceccarelli si trattò di una “buona musica per i fedelissimi di San Siro”.
Il girone di semifinale dei rossoneri si aprì tre settimane dopo, sempre a San Siro, contro gli svedesi dell’Ifk Goteborg. Fu la serata del Cigno di Utrecht. Quattro reti del fuoriclasse olandese, tra cui una spettacolare rovesciata rimasta tra le pagine indelebili delle storie di cuoio milaniste. “Accademia Van Basten”, riportò la prima pagina della Gazzetta dello Sport. Per il centravanti rossonero, poche settimane dopo, sarebbe arrivato il terzo Pallone d’Oro della sua carriera. Il Guerin Sportivo gli assegnò 10 in pagella. Quella sera novembrina, il Marco stellare a disposizione di Capello consegnò alla storia un altro capitolo della sua enciclopedia sul calcio.

La trasferta in casa del Psv Eindhoven, che sfoggiava in avanti la classe del brasiliano Romario, si concluse con una vittoria di misura del Milan. Primo gol di marca olandese: cross di Van Basten e colpo di testa di Rijkaard dopo una ventina di minuti. I rossoneri mostrarono una netta superiorità. I padroni di casa capitolarono nuovamente nella ripresa: assist di Eranio e deviazione vincente di Simone. Il gol di Romario, con un guizzo di classe, non bastò al Psv per evitare la sconfitta. Una vittoria frutto di cervello e muscoli, con Marco Simone in grande serata. “E’ il mio piccolo Romario”, commentò Capello a fine partita.
Contro il Porto, i rossoneri centrarono due vittorie di misura. Al Das Antas fu decisivo Papin, autore di un prodigio balistico in una partita in cui i padroni di casa misero in difficoltà la difesa milanista. Al ritorno, Eranio siglò il gol vittoria, dopo uno scambio veloce con Simone. A sbarrare al Porto la via del pareggio ci pensò Sebastiano Rossi, con un intervento da campione su tiro di Timofte.

In Svezia, il Diavolo suonò la nona grazie ad un gol di Massaro, su assist di Lentini, poco dopo la metà della ripresa. Pass per la finale staccato con un turno di anticipo. I due gol rifilati al Psv, nella sesta e ultima giornata del girone di semifinale, servirono solo per le statistiche. Simone siglò una doppietta: di testa su cross di Gambaro e con un tocco sotto sull’uscita del portiere, dopo un assist di Boban. L’attaccante accusò uno stiramento a fine partita, unica nota stonata della serata.
La finale di Monaco di Baviera
L’atto conclusivo della Coppa dei Campioni 1992/93 – che per la prima stagione assumeva la denominazione di Champions League – si disputò in terra bavarese. Capello schierò Rossi in porta, Tassotti, Maldini, Costacurta e Baresi in difesa, Lentini sulla fascia destra, Albertini e Rijkaard interni di centrocampo, Donadoni a svariare dietro le punte, Van Basten e Massaro.
All’Olympiastadion, contro il Marsiglia di Goethals, il Diavolo si arrese di misura. Gol partita di Boli, al tramonto del primo tempo, di testa, sugli sviluppi di un calcio d’angolo. Una serata da dimenticare. “Non aver vinto una finale europea era qualcosa di totalmente nuovo per noi”, ricorderà Marco Van Basten nella sua autobiografia. Per scendere in campo contro il Marsiglia, l’olandese si sottopose ad un’infiltrazione antidolorifica, con la caviglia quasi totalmente priva di sensibilità. Non toccò molti palloni in quella finale.

Nell’unica vera occasione che gli capitò in area francese, su assist di Massaro, si girò con l’istinto del goleador, trovando la pronta risposta del portiere transalpino Barthez, autore di una parata che impedì il vantaggio rossonero. Per il resto, il terreno di gioco tedesco non vide nemmeno l’ombra dell’eleganza e della potenza che avevano costituito il tratto identificativo del fuoriclasse di Utrecht, sostituito da Eranio a pochi minuti dal termine. Fu il “canto del cigno”: Marco Van Basten non sarebbe più tornato in campo.
Al Milan, sconfitto dal Marsiglia a Monaco, mancò soltanto la gloria internazionale derivante dalla conquista della Coppa dei Campioni. Uno squadrone capace di vincere tutte le partite tranne la finale, dopo aver segnato 23 reti in 11 incontri, subendone soltanto 2. Numeri straordinari che la squadra di Fabio Capello avrebbe ribadito l’anno successivo nella stessa competizione, con 7 vittorie e 5 pareggi, 21 gol fatti e 2 subiti (entrambi dal Werder Brema di Otto Rehhagel). Un ruolino di marcia che nel maggio ‘94, a differenza dell’anno precedente, contemplò il lieto fine nella finale di Atene contro il Barcellona di Cruijff. Stratosferico il bilancio di quel biennio rossonero in Coppa dei Campioni: 17 vittorie, 5 pareggi e 1 sconfitta, 44 gol fatti e 4 subiti. Numeri a conferma di un dato: il Milan 1992-’94 è una delle migliori squadre nella storia del calcio europeo.
- Testo di Sergio Taccone, autore di “Milan Champions. Il racconto delle sette Coppe dei Campioni rossonere” (Storie Rossonere, 2023).