Baggio e il Milan: una storia d’amore incompiuta

La travagliata permanenza del Divin Codino alla corte rossonera: ultimo tango di un’epoca che stava finendo, ballato magnificamente ma fuori tempo massimo.

Nell’estate del 1995, Roberto Baggio si trovava a un bivio della sua carriera. Dopo cinque stagioni alla Juventus, il Divin Codino aveva appena conquistato il suo primo Scudetto con i bianconeri, completando un prestigioso double con la Coppa Italia. Eppure, paradossalmente, quella stagione trionfale aveva segnato l’inizio della sua emarginazione.

Marcello Lippi aveva fatto la sua scelta: il futuro della Juventus aveva il volto giovane di Alessandro Del Piero. A soli 21 anni, il talento vicentino aveva conquistato la fiducia dell’allenatore, relegando Baggio a un ruolo sempre più marginale. Le statistiche erano impietose: da oltre 40 presenze stagionali, Roberto era scivolato a sole 29 apparizioni, mentre Del Piero ne collezionava 50.

La dirigenza juventina non fece mistero delle proprie intenzioni: un rinnovo contrattuale solo a condizioni drasticamente ridotte, con un taglio del 50% dell’ingaggio e un ruolo da comprimario. Per un giocatore di 28 anni, ancora nel pieno della sua maturità calcistica, era un’offerta inaccettabile. Quando la società annunciò che la maglia numero 10 sarebbe passata definitivamente a Del Piero, ogni speranza di riconciliazione svanì.

Il corteggiamento

La notizia della disponibilità di Baggio scatenò un vero e proprio corteggiamento internazionale. Il suo nome risuonava ancora fresco nella memoria di tutti dopo le magie del Mondiale americano del 1994, dove aveva praticamente trascinato da solo l’Italia fino alla finale.

Il Manchester United di Sir Alex Ferguson osservava con interesse, così come il Blackburn Rovers, fresco vincitore della Premier League grazie ai finanziamenti di Jack Walker. In Spagna, il Real Madrid di Ramon Mendoza sognava di aggiungere il fuoriclasse italiano a una rosa già stellare che comprendeva Butragueño, Zamorano, Laudrup e il giovane Raul.

Ma fu Silvio Berlusconi a giocare le carte migliori. Il presidente del Milan, insieme a Fabio Capello, riuscì a convincere Baggio con un progetto ambizioso e un’offerta da 9,3 milioni di euro che la Juventus non poté rifiutare. Per il Divin Codino si aprivano le porte di San Siro, tempio di una squadra che aveva dominato il calcio mondiale negli anni precedenti.

Il primo anno di grazia

La prima stagione milanista di Baggio iniziò sotto i migliori auspici, nonostante alcuni problemi fisici iniziali che alimentarono le solite critiche sulla sua presunta fragilità. Quando finalmente trovò la forma, il numero 10 rossonero divenne l’anima creativa di un Milan letale in attacco.

La formazione era un gioiello tattico: George Weah come punta centrale, supportato dalla fantasia di Baggio e dalla tecnica sopraffina di Dejan Savićević. Il calcio espresso da quella squadra era pura poesia, un mix perfetto di potenza fisica e raffinatezza tecnica che incantava San Siro.

Il momento più dolce arrivò nella partita decisiva per lo Scudetto contro la Fiorentina, la sua ex squadra del cuore. Fu proprio Baggio a realizzare il rigore che consegnò il titolo al Milan, un gesto simbolico che rappresentava la sua definitiva integrazione nel progetto rossonero. La squadra chiuse il campionato con otto punti di vantaggio sulla Juventus, seconda classificata: una rivincita personale che doveva aver sapore di miele.

Le statistiche pure non rendevano giustizia al suo contributo: sette gol in Serie A potevano sembrare pochi, ma i suoi dodici assist ufficiali – il massimo del campionato – raccontavano la vera storia. Baggio era il regista offensivo che faceva girare la squadra, l’uomo che vedeva calcio dove altri vedevano solo caos. Non a caso, i tifosi della Curva Sud lo elessero giocatore della stagione.

Le prime crepe

Tuttavia, già durante quella prima stagione trionfale, si iniziarono a intravedere le prime incomprensioni con Fabio Capello. L’allenatore friulano, metodico e rigoroso come pochi, mal sopportava l’estro anarchico di Baggio. Il suo calcio era fatto di schemi precisi, movimenti codificati, intensità fisica costante: tutto l’opposto del “calcio di strada” che aveva reso grande il fantasista veneto.

I numeri della stagione erano emblematici: in 28 presenze in Serie A, Baggio completò soltanto sette partite giocando tutti i 90 minuti. In sedici occasioni fu sostituito nel secondo tempo, un chiaro segnale della sfiducia tattica di Capello. L’allenatore giustificava queste scelte con presunti problemi di tenuta fisica del giocatore, accuse che Baggio respingeva con forza ma senza riuscire a cambiare la situazione.

Il paradosso era stridente: mentre i tifosi lo adoravano per la sua classe cristallina, l’allenatore lo tollerava appena, vedendolo come un elemento di disturbo nei suoi equilibri tattici. Era l’ennesima ripetizione di un copione già visto alla Juventus con Del Piero: quando arrivavano i risultati, chi si lamentava aveva sempre torto.

L’era Tabárez: poeti non ammessi

La partenza di Capello per il Real Madrid sembrava aprire nuove prospettive, ma l’arrivo di Óscar Tabárez si rivelò ancora più problematico. Il pragmatico allenatore uruguaiano aveva una filosofia calcistica agli antipodi rispetto alle caratteristiche di Baggio. La sua celebre dichiarazione “Non c’è posto per i poeti nel calcio moderno” suonava come una sentenza di morte per il numero 10 rossonero.

Baggio iniziò la stagione 1996-97 prevalentemente in panchina, una situazione che fece gridare allo scandalo perfino Zinedine Zidane: “È qualcosa che non capirò mai nella mia vita“, dichiarò il fuoriclasse francese. Solo la determinazione e la classe del giocatore riuscirono gradualmente a convincere anche Tabárez, che iniziò a schierarlo più regolarmente, spesso però in posizioni non congeniali come esterno sinistro.

Ma gli scarsi risultati sia in campionato che in Europa stavano mettendo a dura prova la pazienza di Berlusconi. Con il Milan che faticava in Serie A e l’eliminazione dalla Champions League a un passo, il presidente decise di agire drasticamente. Nei primi giorni di dicembre 1996, proprio alla vigilia della partita decisiva contro il Rosenborg, Tabárez fu esonerato e sostituito da Arrigo Sacchi.

Il ritorno di Sacchi e l’epilogo

Il tempismo era cruciale: il Milan doveva assolutamente vincere contro i norvegesi per evitare l’umiliazione di un’eliminazione al primo turno. Sulla carta, il ricongiungimento tra Baggio e il commissario tecnico che lo aveva guidato nel Mondiale del 1994 sembrava la mossa giusta al momento giusto. Nella realtà, i due non avevano mai avuto un rapporto idilliaco nemmeno in Nazionale.

Sacchi decise di puntare su Baggio per quella partita fondamentale, schierandolo dal primo minuto. Ma la magia sembrava definitivamente spenta. All’intervallo, con il Milan in parità dopo aver pareggiato all’ultimo minuto del primo tempo, Sacchi compì la scelta che sintetizzava tutto il dramma: sostituì Baggio con Marco Simeone. Fu un gesto simbolico e amaro, l’ennesima bocciatura per il Divin Codino in un momento cruciale. Il Rosenborg vinse 2-1 e il Milan fu eliminato in modo umiliante.

La stagione si chiuse con un deludente undicesimo posto in campionato, l’eliminazione ai quarti di Coppa Italia contro la Fiorentina (con Baggio in panchina, beffa nella beffa) e la debacle europea. Per gli standard di Berlusconi, era un fallimento intollerabile.

L’inevitabile separazione

L’estate del 1997 portò nuovi cambiamenti: Sacchi fu esonerato e Capello fece ritorno a San Siro. Ma per Baggio ormai non c’era più spazio. L’allenatore friulano fu categorico: il fantasista veneto non rientrava nei suoi piani tattici per la nuova stagione.

Baggio tentò di trovare sistemazione al Parma, ma anche lì si scontrò con l’incomprensione tattica di Carlo Ancelotti, che in seguito avrebbe ammesso di aver commesso un errore nel non volerlo. Alla fine, il Divin Codino dovette “accontentarsi” del Bologna, una destinazione che suonava come un ridimensionamento dopo le ambizioni rossonere ma che avrebbe rilanciato clamorosamente le quotazioni del numero 10.

Il bilancio dei due anni milanisti alla fine era agrodolce: 67 presenze totali, 19 gol segnati, uno Scudetto conquistato e la prima esperienza in Champions League della carriera. Ma soprattutto, la sensazione amara di un’occasione sprecata, di un matrimonio che avrebbe potuto essere perfetto ma che si era rivelato impossibile.