Il biennio 1970-72 vide il declino di una delle nazionali italiane più forti di sempre. Dalla finale mondiale in Messico all’eliminazione con il Belgio, un’epopea segnata dall’infortunio di Riva e dalle scelte discutibili di Valcareggi.
Nel 1968 l’Italia conquistò il suo primo Europeo, ma fu nei mondiali 1970 che nacque la leggenda dei “messicani”. Quella squadra, forgiata nell’altura di Città del Messico, aveva sfiorato il titolo mondiale, arrendendosi solo al Brasile di Pelé nella finale dell’Azteca. Era un gruppo speciale, con un mix perfetto di talento ed esperienza: Albertosi tra i pali, la rocciosa difesa guidata da Burgnich e Facchetti, il genio di Rivera e Mazzola in mezzo al campo, e la potenza devastante di Gigi Riva in attacco.
Quel secondo posto mondiale, però, invece di essere celebrato, scatenò polemiche furibonde. Al centro delle discussioni la famosa staffetta tra Mazzola e Rivera, con quest’ultimo che nella finale contro il Brasile giocò solo sei minuti, una scelta che divise l’Italia calcistica. Il CT Valcareggi e il responsabile tecnico Mandelli furono bersagliati dalle critiche, al punto che al rientro a Fiumicino dovettero quasi nascondersi dai tifosi inferociti.
Ma nonostante le polemiche, quella squadra sembrava destinata a dominare il calcio europeo. L’Italia si presentò così agli Europei del 1972 come la favorita indiscussa. Il sorteggio ci mise in un girone con Austria, Svezia e Irlanda: sulla carta, un gruppo abbordabile per una squadra che aveva fatto tremare il Brasile di Pelé. Ma il calcio ha sempre il potere di riscrivere i pronostici, e quella che sembrava una marcia trionfale si sarebbe trasformata in un calvario.
La maledizione del Prater

Era il 31 ottobre 1970 quando il destino degli Azzurri prese una svolta drammatica nel vecchio stadio del Prater. Il cielo di Vienna era plumbeo, l’aria fredda e umida penetrava nelle ossa. L’Italia schierava la formazione tipo del Mondiale messicano, con l’unica variante di Rivera al posto di Boninsegna e Mazzola spostato al centro dell’attacco.
La partita iniziò bene, con De Sisti che portò in vantaggio gli Azzurri al 27′ su assist di Riva. Il pareggio austriaco di Parits due minuti dopo non scosse la squadra, che tornò avanti con Mazzola al 35′. Sembrava una serata di ordinaria amministrazione, fino a quel maledetto 31′ della ripresa.
Il mediano Hof, giocatore scorretto e dal temperamento difficile, entrò in ritardo su Riva a metà campo. Un intervento violento, assassino. Gigi si accasciò al suolo, immobile. Il silenzio calò sul Prater mentre l’ambulanza entrava in campo a sirene spiegate. La diagnosi fu impietosa: frattura del perone e distacco dei legamenti della caviglia destra.
Durante il volo di ritorno, disteso sulla barella, Riva mostrò tutta la sua grandezza umana: «Sono gli incerti del mestiere. Hof non l’ha fatto apposta». Ma quel tackle aveva spezzato molto più di una caviglia: aveva infranto i sogni del Cagliari campione d’Italia, eliminato poi dall’Atletico Madrid in Coppa dei Campioni, e soprattutto aveva dato inizio al declino della nazionale più forte d’Europa.
Il valzer delle formazioni

La perdita di Riva costrinse Valcareggi a una serie di esperimenti tattici sempre più arditi. A Firenze contro l’Irlanda, il CT tentò la carta Boninsegna come sostituto naturale di Gigi, spostando Mazzola interno destro ed escludendo Rivera per far posto a Prati sulla fascia sinistra. Il 3-0 finale mascherò i primi scricchiolii di una squadra che stava perdendo le sue certezze.
Ma fu a Cagliari che Valcareggi compì quello che sembrò a tutti un harakiri tecnico. In un’amichevole contro la Spagna, il commissario tecnico escluse tutti i giocatori del Cagliari: Albertosi, Domenghini e persino Cera, formalmente infortunato. Una decisione che scatenò la rivolta dei tifosi sardi. La Spagna vinse 2-1, infrangendo un’imbattibilità casalinga che durava dal 1961, mentre dagli spalti piovvero arance in segno di protesta. Una colpì in pieno volto il presidente federale Artemio Franchi, che la prese con ironia: «Ho preso un’aranciata nell’intervallo».
Valcareggi sembrava aver perso la bussola tattica. A Dublino tornò sui suoi passi richiamando Albertosi, Cera e Prati, con Mazzola addirittura dirottato all’ala destra. La vittoria per 2-1 contro la modesta Irlanda non poteva nascondere una verità sempre più evidente: la squadra non aveva più un’identità precisa.
L’illusione di Napoli

Il San Paolo di Napoli, nell’ottobre del 1971, visse l’ultima grande notte dell’Italia dei messicani. Il ritorno di Gigi Riva dopo il lungo infortunio sembrava aver riportato la squadra agli antichi splendori. Contro la Svezia, gli azzurri dominarono vincendo 3-0, con una doppietta del bomber sardo a incorniciare una serata che sapeva di rinascita.
Valcareggi aveva provato una nuova formula, inserendo il mediano Romeo Benetti e facendo coesistere Mazzola e Rivera, con il primo sacrificato ancora una volta all’ala destra, ruolo che detestava. De Sisti finì in panchina, un segnale dei tempi che stavano cambiando. Ma quel 3-0 sembrò cancellare tutti i dubbi degli ultimi mesi.
Riva segnò subito, dimostrando che il suo istinto killer sotto porta era rimasto intatto. Boninsegna raddoppiò e ancora Gigi chiuse i conti, facendo esplodere San Paolo in un boato di gioia. Sembrava l’inizio di una nuova era, invece era solo l’ultimo bagliore di una stella morente.
Lo dimostrò il successivo pareggio per 2-2 contro l’Austria a Roma, a qualificazione già avvenuta, con l’autorete del debuttante Santarini e le difficoltà del giovane Roversi nel contenere il funambolo Jara. La squadra aveva perso quella solidità che l’aveva resa grande. I gol di Prati e De Sisti non bastarono a mascherare una verità sempre più evidente: l’Italia dei messicani si stava lentamente, inesorabilmente, sgretolando.
La notte di Bruxelles

La doppia sfida contro il Belgio che valeva la semifinale rappresentò il canto del cigno dell’Italia dei messicani. A San Siro, nella gara d’andata, gli azzurri non andarono oltre uno scialbo pareggio a reti inviolate nonostante Valcareggi avesse rispolverato alcuni dei veterani del Messico ’70: Albertosi in porta, Cera come libero e Domenghini sulla fascia. La sorpresa era stata Anastasi come centravanti al posto di Boninsegna, una scelta nostalgica che richiamava il trionfo europeo del ’68. Solo un grande intervento di Albertosi su Van Himst aveva evitato la sconfitta.
Per la gara di ritorno, 13 maggio 1972, il Belgio scelse il piccolo Parc Astrid invece del maestoso Heysel per la sfida decisiva dei quarti di finale – una mossa strategica che riduceva gli spazi e avvicinava il pubblico al campo.
Valcareggi, sempre più in confusione, stravolse ancora una volta la formazione. Lanciò il debuttante Spinosi come stopper, ripropose Bertini a centrocampo e insistette con Mazzola all’ala destra, nonostante i ripetuti fallimenti in quel ruolo. In attacco tornò Boninsegna, ma sarebbe stato tutto inutile.

I belgi, guidati dall’astuto Raymond Goethals, avevano una squadra solida con il portiere Piot, i difensori Heylens e Martens, e soprattutto gli attaccanti Lambert e Van Himst, quest’ultimo una vera leggenda del calcio belga. Dopo il pareggio di San Siro nell’andata, sapevano di avere un vantaggio psicologico.
Van Moer sbloccò il risultato con un colpo di testa su punizione, Van Himst raddoppiò nella ripresa su assist di Lambert. Il rigore trasformato da Riva a quattro minuti dalla fine fu solo un’inutile consolazione. L’Italia era fuori dagli Europei, eliminata da una squadra più modesta ma più determinata.
Quella notte piovosa di Bruxelles segnò la fine di un’era. L’Italia dei messicani, quella che aveva fatto sognare un’intera nazione, si dissolse sotto la pioggia belga, lasciando solo ricordi e rimpianti.

Il lungo addio
Mentre l’Italia piangeva la fine di un’era, la Germania Ovest si apprestava a iniziare la sua. La squadra di Helmut Schön presentata a Euro ’72 era una vera corazzata: Franz Beckenbauer, il “Kaiser”, dirigeva le operazioni da libero con l’eleganza di un direttore d’orchestra. Sepp Maier era una garanzia tra i pali, Günter Netzer dettava i tempi a centrocampo, e davanti Gerd Müller, il “bomber della nazione”, era una sentenza.
Dopo aver eliminato i belgi in semifinale (2-1), in finale, i tedeschi travolsero l’Unione Sovietica con un secco 3-0: doppietta di Müller e gol di Wimmer. Il Belgio, che ci aveva eliminato, si consolò con il terzo posto battendo l’Ungheria grazie ai soliti Van Himst e Lambert. Fu naturale chiedersi cosa sarebbe successo se l’Italia avesse superato i belgi: avremmo potuto rivivere l’epica sfida dell’Azteca contro i tedeschi, ma questa volta con un epilogo diverso?
Ma la storia non si fa con i “se”. Ci vollero due anni e il disastro dei Mondiali di Germania ’74 affinché il calcio italiano accettasse la realtà: l’epoca dei messicani era definitivamente tramontata. Era stata una generazione irripetibile, capace di farci credere nell’immortalità calcistica.Rimanevano i ricordi: la vittoria europea del ’68, la finale mondiale del ’70, le prodezze di Riva, i duelli Rivera–Mazzola, le parate di Albertosi. Un’eredità di gloria che avrebbe pesato come un macigno sulle generazioni successive, costrette a confrontarsi con il mito di quella squadra che per un momento aveva fatto tremare anche il Brasile di Pelé.
