La prima vittoria contro l’Austria: il trionfo di Pozzo

Vent’anni di sconfitte, un’ossessione lunga due decadi. Poi, in un pomeriggio di fango e gloria a San Siro, l’Italia rovesciò la storia superando l’imbattibile Austria. Ecco il racconto del giorno che cambiò per sempre il calcio azzurro.

Due decenni interi di tentativi falliti, di speranze infrante, di sogni rimandati: dal 1911 al 1931, l’Austria era rimasta per l’Italia calcistica una montagna impossibile da scalare, una cittadella inespugnabile. In dieci confronti, gli azzurri avevano raccolto solo quattro pareggi e sei sconfitte, alcune delle quali umilianti come lo 0-4 di Genova del 1923.

Eppure in quegli stessi anni, la Nazionale italiana aveva battuto praticamente tutte le altre squadre europee: Belgio, Francia, Germania, Svizzera, Jugoslavia, persino Ungheria e Cecoslovacchia. Ma Vienna rimaneva irraggiungibile, con la sua scuola calcistica raffinata, i suoi campioni dal tocco sublime, la sua filosofia di gioco che dettava legge nel calcio continentale.

Il calcio danubiano, una scuola di pensiero

Vienna, Budapest, Praga: tre capitali, tre modi di interpretare il “bel gioco”, ma un’unica filosofia dominante. Il calcio austro-ungarico degli anni Venti e Trenta rappresentava l’avanguardia tecnica e tattica del football europeo. Producevano campioni a ripetizione, sviluppavano sistemi di gioco innovativi, coltivavano un’idea di calcio basata sul possesso palla, sui passaggi corti, sulla tecnica individuale elevata all’ennesima potenza.

L’Austria del 1931 non era ancora il leggendario “Wunderteam” che avrebbe dominato il calcio internazionale negli anni successivi, ma già nel suo schieramento brillavano stelle di prima grandezza: il portiere Hiden, il possente terzino Schramseis, il regista Smistik, l’intelligente Gschweidl al centro dell’attacco. E soprattutto, a guidare il tutto dalla panchina, c’era Hugo Meisl, l’architetto del calcio austriaco moderno.

Milano, 22 febbraio 1931: il giorno della verità

San Siro si presentava in condizioni proibitive quel giorno. La neve dei giorni precedenti aveva ceduto il posto a un terreno pesante, fangoso, che avrebbe messo a dura prova le gambe e la tecnica di entrambe le squadre. Quarantamila spettatori – la capienza massima dello stadio all’epoca – si assiepavano sugli spalti, divisi tra speranza e scetticismo.

L’Italia si presentava con alcune assenze importanti: Rosetta infortunato, sostituito da Monzeglio; Cesarini indisponibile, rimpiazzato da Banchero, soprannominato “l’uomo del fango” per la sua capacità di adattarsi ai terreni pesanti. Una squadra che Vittorio Pozzo aveva forgiato non come una semplice collezione di talenti individuali, ma come un organismo coeso, un blocco granitico con un’anima propria.

Un inizio da incubo, poi la svolta tattica

I primi minuti sembrarono dare ragione ai pessimisti. L’Austria partì forte, imponendo il proprio gioco, dominando il centrocampo. Al 4′ minuto, su una mischia seguita a un calcio di punizione, Horvath segnò da pochi passi approfittando di un’incertezza di Combi. Il vantaggio austriaco sembrava la naturale conseguenza di una superiorità storica, l’ennesima conferma che Vienna rimaneva inarrivabile per il calcio italiano.

Ma fu proprio dopo quel quarto d’ora iniziale che l’Italia mostrò la sua maturità. Pozzo aveva preparato la partita nei minimi dettagli durante il ritiro di Como, dove la squadra era rimasta isolata dal mondo esterno, concentrata solo sull’obiettivo. La tattica era chiara: adattarsi al terreno pesante invece di combatterlo, abolire i passaggi corti tanto cari agli austriaci, puntare sul gioco largo e in profondità, sfruttare le fasce laterali dove il campo era meno deteriorato.

Il capolavoro di Meazza

Al 34′ minuto arrivò il pareggio, e fu un’opera d’arte. Un contropiede fulminante partito da una riconquista a centrocampo. Orsi sulla fascia che attira su di sé Schramseis, il terzino austriaco che si lancia alla carica. Un attimo prima dell’impatto, il passaggio millimetrico in profondità per Meazza, già lanciato a tutta velocità.

Quaranta metri di campo da coprire, quarantamila spettatori in piedi col fiato sospeso. Meazza che vola verso la porta austriaca, imprendibile per i difensori avversari. Il duello con Hiden, il portiere che esce dai pali. Una finta, lo scarto, la palla depositata nella rete vuota. Un’esplosione di gioia che scuote San Siro dalle fondamenta.

La ripresa: dominio azzurro

Il secondo tempo fu un monologo italiano. Gli austriaci, traditi dal loro gioco di passaggi corti su un terreno che non perdonava, apparivano come leoni in gabbia. L’Italia invece sembrava aver trovato la chiave per scardinare il calcio danubiano: velocità, verticalizzazioni, sfruttamento degli spazi.

All’8′ minuto della ripresa, ancora un’azione sulla fascia. Costantino per Orsi, controllo e tiro di destro nell’angolo lontano: 2-1. La prima vittoria sull’Austria era a un passo. Gli austriaci provarono a reagire, ma Combi negli ultimi 25 minuti toccò la palla solo un paio di volte.

Al 36′, Meazza si trovò nuovamente lanciato verso la porta austriaca in una situazione simile a quella del primo gol. Stavolta Hiden, scottato dall’esperienza precedente, scelse la via del fallo: afferrò Meazza per una gamba e lo atterrò. Rigore sacrosanto, ma Orsi, ancora dolorante per un’entrata di Schramseis, sbagliò dal dischetto. Il 3-1 sfumò, ma ormai la partita era segnata.

Il significato della vittoria

Quando l’arbitro svizzero Ruoff fischiò la fine, San Siro esplose in un boato che sembrò scuotere l’intera Milano. Non era solo una vittoria: era la fine di un incubo, il superamento di un complesso d’inferiorità, la dimostrazione che il calcio italiano aveva raggiunto la piena maturità.

Quella squadra – Combi, Monzeglio, Caligaris, Pitto, Ferraris IV, Bertolini, Costantino, Banchero, Meazza, Ferrari, Orsi – non era semplicemente una raccolta dei migliori giocatori italiani del momento. Era, come amava dire Pozzo, “uno strumento creato per vincere“, un organismo in cui ogni elemento si integrava perfettamente con gli altri.

Una giornata storica

Il 22 febbraio 1931 fu il momento in cui l’Italia dimostrò di poter competere con chiunque, di aver sviluppato una propria identità calcistica capace di confrontarsi alla pari con le scuole più blasonate d’Europa.

E quella vittoria fu il preludio naturale ai trionfi degli anni successivi: i Mondiali del 1934 e del 1938, le Olimpiadi del 1936. Ma soprattutto, fu la dimostrazione che il calcio italiano aveva trovato la sua strada, fatta di organizzazione tattica, spirito di squadra, capacità di adattamento.

L’Austria sarebbe rimasta una grande del calcio mondiale – il suo “Wunderteam” avrebbe scritto pagine memorabili negli anni seguenti – ma quel giorno a San Siro l’Italia aveva abbattuto il muro che per vent’anni l’aveva separata dall’élite del calcio europeo. E lo aveva fatto giocando da squadra vera, con intelligenza tattica e cuore.

Milano – Stadio San Siro – 22 febbraio 1931
Italia-Austria 2-1
Reti
: 4’ Horvath, 34’ Meazza, 52’ Orsi
Italia: Combi, Monzeglio, Caligaris, Pitto, Ferraris IV, Bertolini, Costantino, Banchero, Meazza, Giovanni Ferrari, Orsi. Ct: V. Pozzo.
Austria: Hiden, Schramseis, Szoldatics, Klima, Smistik, Schott, Siegl, Facco, Gschweidl, Schall, Horvath. Ct: H. Meisl.
Arbitro: Ruoff (Svizzera).