Mondiali 1950: URUGUAY

I segreti della Celeste

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L’Uruguay passeggia contro la Bolivia (8-0) accedendo al secondo turno

Dopo il magistero degli anni venti, culminato nella conquista della prima Coppa del Mondo, gli uruguagi si erano chiusi nell’isolamento continentale, limitando l’attività internazionale all’ambito sudamericano. Con gli ultimi bagliori di una generazione che aveva rivelato al mondo gli splendori del calcio di quella minuscola nazione, gli uruguagi conquistarono a Lima nel ’35 il massimo trofeo continentale, settima vittoria in una competizione che dal lontano 1916 aveva collezionato tredici edizioni e che gli «orientales» avevano dominato concedendo le restanti vittorie all’Argentina (4) e al Brasile (2), che però non sempre aveva partecipato alla manifestazione.

Erano ormai tramontati i grandi talenti come Scarone, Cea, Petrone, Andrade, ma sulla breccia erano rimasti Lorenzo Fernandez, José Nasazzi, Enrique Ballestrero, Hector Castro che con i giovani virgulti Michele Andreolo, Anibal Ciocca, Braulio Castro guadagnarono all’Uruguay l’ennesimo trionfo, ultimo del periodo delle «vacas gordas». Poi la «celeste» seppe elevarsi ai livelli di eccellenza solamente sette anni dopo (1942), costretta nel lungo intervallo a subire la supremazia dell’Argentina di De La Mata, Lazzatti, Sastre, Scopelli e Zozaya nel ’36, e nuovamente nel ’41, quando nelle file dei «portenhi» figuravano autentici «cracks» come «El Napoleon» Pedernera, Moreno, Minella.

E a Lima nel 1939 nell’incontro decisivo, la «celeste» uscì inopinatamente sconfitta da un Perù che per la prima volta trionfava nell’ambito sudamericano. Nel ’42 il campionato continentale venne organizzato a Montevideo nello scenario che già aveva ospitato la Coppa del Mondo e l’aria di casa e una fioritura di campioni degni eredi dei grandi del passato, valse agli uruguagi la vittoria finale. Quella «celeste» si avvaleva di un attacco formidabile con Castro-Severino, Varela-Ciocca-Porta e Zapirain e nel reparti arretrati, facevano il loro ingresso nella leggenda della «garra celeste» Obdulio Varela e Schubert Gambetta. Fu quella l’unica vittoria importante nella decade del ’40 e l’assoluta egemonia argentina nel triennio 1945-47 assicurata dalla contemporanea presenza di grandi «vedettes» come Bove, Mendez, Ferraro, Martino, Loustau, De La Mata, Pedernera, Labruna, Jacono, Rossi, Pontoni, Moreno, Di Stefano, relegarono la «celeste» ad un ruolo di secondo piano, nella lotta per la supremazia continentale.

Poi negli anni immediatamente precedenti il ’50 la «huelga» (sciopero) dei professionisti sia in Argentina che in Uruguay, favorì la fuga dei talenti verso la Dimayor colombiana e si può quindi ben comprendere come l’Argentina non partecipasse al mondiale e lo stesso Uruguay fosse atteso a Rio con molto scetticismo, visto che le trattative per dirimere le questioni avevano impedito alla «celeste» la normale attività. Anche gli incontri di preparazione non avevano chiarito la situazione interna della rappresentativa uruguaiana. Assolto con facilità l’impegno della qualificazione, che assicurava la partecipazione alla fase finale, una sconfitta con il modesto Paraguay e due pareggi consecutivi con il Fluminense, denunciarono l’esistenza di problemi di difficile soluzione nei reparti arretrati. Matias Gonzales non garantiva una adeguata copertura difensiva e Raul Pini che era il titolare fisso nel ruolo, aveva preferito i dollari del Millonarios colombiano.

Juan Lopez era indeciso per diversi ruoli, ma le idee gli si chiarirono il giorno del primo incontro della Coppa Rio Branco, nel maggio del ’50, quando allo Stadio Pacaembù di San Paolo, una formazione sperimentale impostata sul contropiede, travolse gli sbarramenti difensivi brasiliani prevalendo per 4-3 e le due successive sconfitte (2-3 e 0-1), che assegnarono la conquista della Coppa agli «auriverdi» servirono solamente ad illudere ulteriormente i brasiliani. Pur rappresentativa dalle notevoli risorse, Juan Lopez rimase con i piedi ben ancorati a terra, anche dopo la facile galoppata sulla Bolivia (8-0) e richiesto di un pronostico circa le possibilità degli ex-campioni del Mondo, si dichiarava fiducioso di un onorevole piazzamento.

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Il Brasile piega la Jugoslavia davanti ai 142.000 del Maracana

Gli organizzatori brasiliani erano riusciti ad imporre la loro volontà, circa il lungo braccio di ferro relativo alla formula delle eliminatorie. Prevalse il loro orientamento favorevole alle qualificazioni in forma di campionato, con classifica a punteggio, in luogo del tradizionale dispositivo ad eliminazione diretta, che avrebbe rischiato di togliere interesse alla manifestazione, nello sfortunato caso di sconfitta di una delle sudamericane di maggior credito. Alla «rueda final» il Brasile era arrivato battendo il Messico facilmente per 4-0, correndo i pericoli già accennati con la Svizzera (2-2), ma poi aggiustando definitivamente le cose prevalendo agevolmente sulla Jugoslavia, che allineava fior di campioni come Cajkowski, Mitic, Bobek e Vukas. La Spagna aveva vinto il girone che includeva Inghilterra, Stati Uniti e Cile e la Svezia si era liberata di Paraguay e Italia. Il duello a distanza fra Brasile e Uruguay era accentuato dalla contemporaneità degli avvenimenti.

Mentre il Brasile faceva polpette della Svezia con una grande prestazione, l’Uruguay stentava con la Spagna e rimaneva in corsa grazie ad una prodezza di Obdulio Varela, che fissò sul 2-2 il punteggio dopo che Bassora in 5′, con una doppietta aveva vanificato l’iniziale vantaggio di Ghiggia. Poi il 13 luglio ancora il Brasile polverizzava la resistenza delle «furie rosse» spagnole e la «celeste» stentava nuovamente con la Svezia. In vantaggio per 2-1 con reti di Palmer e Sundqvist, ai quali aveva risposto Ghiggia con un gol fortunoso, gli svedesi avevano meritato ampiamente il punteggio che risultava in definitiva piuttosto avaro, vista la netta superiorità evidenziata.

Gli uruguagi sembravano aver smarrito l’abituale tecnica, giocavano contratti, timorosi, ma nella ripresa, i richiami e le sollecitazioni di Varela accompagnate ad un evidente calo degli scandinavi, operarono il miracolo e Miguez, con una doppietta nell’ultimo quarto d’ora permise agli «orientales» di minacciare il Brasile fino all’ultimo minuto del «Campeonato». Brasile punti 4, Uruguay 3, agli «auriverdi» bastava un pareggio, ma lo strapotere dei padroni di casa, che avevano segnato una media di quattro gol a partita, non permise attimi di riflessione. Quel fatidico 16 luglio, l’Uruguay seppe giocare all’altezza dei suoi mezzi non eccelsi, ricavando dall’umiltà, dall’intelligenza e dal cuore, le armi che resero possibile la grande impresa.