Mondiali 1978: ARGENTINA

Argentina... Argentina...

Cesar Luis Menotti

Nel continente sudamericano tre sono le potenze calcistiche di pri­ma schiera: Brasile, Uruguay ed Argentina. Seguono Perù e Paraguay quasi sulla stesso livello poi la trafila di tutte le altre co­mandata dal Cile. Questi dati di fatto, dipendenti dai risultati conseguiti nelle manifestazioni calcistiche continentali e mon­diali, hanno subito diverse va­riazioni col passare dei decenni. Fino agli anni trenta, difficile contestare la posizione di premi­nenza all’Uruguay, bi-campione olimpico, campione del mondo e vincitore di sette edizioni del «Sudamericano» sulle tredici or­ganizzate; l’Argentina seguiva a ruota, finalista di una olimpiade e della prima Coppa del Mondo e vincitrice di quattro edizioni del «Sudamericano». Il Brasile era allora il terzo incomodo. Il caos che regnava nell’ambito federale si rifletteva anche sui ri­sultati e la «selecao» era riusci­ta solamente due volte nell’im­presa di vincere il campionato continentale. Dopo il 1935 (ulti­ma vittoria dell’Uruguay con la generazione degli olimpionici e dei campioni del mondo) prende il sopravvento l’Argentina con una fioritura di grandissimi cam­pioni e protrae il proprio domi­nio fino al 1947 (cinque vittorie nel sudamericano su sette edi­zioni) e poi finalmente verrà Pelé a mettere le cose in vantaggio del Brasile.

L’Argentina vincerà tre edizioni del campionato su quattro organizzate (1955-1957-1959), ma il Brasile centra la vit­toria nella Coppa del Mondo, ben più dispensatrice di prestigio di una manifestazione, limitata all’ambito continentale. Questo lun­go preambolo per segnalare le frustrazioni e le attese di una tifoseria, che dal momento stesso in cui ha saputo che l’Argentina avrebbe avuto l’onere di organiz­zare la XI Coppa del Mondo, ha immediatamente identificato nei vantaggi del fattore campo, l’elemento decisivo per poter con­quistare un titolo prestigioso, che riscattasse anni e anni di umilia­zioni e di sconfitte. Quindi la parola d’ordine diventava «l’Ar­gentina deve vincere il Mundial».

Con queste premesse non certo tranquillizzanti, viste le esigen­ze e la volubilità dell’opinione pubblica, Cesar Luis Menotti ac­cettava l’incarico di Direttore Tecnico della «Seleccion» verso la fine del 1974. Cesar Luis Me­notti, detto «El Flaco» nato nel 1938, era stato centravanti del Rosario Central e nel 1960 aveva staccato il suo primo contratto di professionista. Goleador dal tiro potente, tecnicamente mol­to preparato, Menotti divenne ben presto un interno di regia e offrì i suoi servigi al Racing nel 1964 poi nel ’67 passò al Boca Juniors. Dopo una breve paren­tesi al General Nordamericano, passò sei mesi al fianco di Pelé nel Santos e poi nel 1970 abban­donò le scarpe bullonate di cal­ciatore. Iniziò la carriera di tec­nico come secondo di Antonio Juarez che allenava il Newell’s Old Boys di Rosario, passò quin­di all’Huracan all’inizio del cam­pionato 1971 e un paio d’anni dopo (1973) lo portava alla pre­stigiosa conquista del «Metro­politano», unico titolo per la so­cietà nella lunga storia del cal­cio professionistico argentino. Nell’Huracan giocavano Brindisi che attualmente è in Spagna, Carrascosa, Houseman e Larrosa che ritroveremo nella «seleccion» in preparazione per il «Mundial». L’AFA (Asociacion Futbol Argen­tino) dopo l’esperimento con Omar Sivori, che finì per le vio­lentissime polemiche sulla stam­pa dopo che il «cabezon» con la sua guida tecnica aveva assi­curato all’Argentina la qualifica­zione per il Mondiale 1974, si rivolse a Ladislao Cap che stava svolgendo la sua attività di alle­natore in Colombia. Anche Cap durò poco nell’incarico e per il mondiale del ’78 l’AFA si rivolse ad un uomo che riteneva glacia­le, che accettava il colloquio con tutti ma restava legato ai suoi principi, che più che alimentare le polemiche le smorzava con una cortesia non solo apparente ma fondata nel carattere.

Solo Menotti poteva durare nell’inca­rico per il quadriennio che pre­cedeva il «Mundial» senza rac­cogliere le violente polemiche che lo investivano ed in particolare per i risultati della squadra che non l’aiutavano certamente. In pratica la preparazione alla Cop­pa del Mondo è durata per quat­tro anni e Menotti cominciò su­bito con dei rovesci piuttosto preoccupanti. Aveva annunciato il suo programma dichiarando che la sua Argentina avrebbe giocato a zona in difesa nel ri­spetto della tradizione, ma che per tutto il resto i giocatori a lui affidati avrebbero dovuto cam­biare mentalità. Non più i numeri da foche ammaestrate, ma individualismo sacrificato al col­lettivo nel rispetto degli insegna­menti europei. Non più giocatori che reagiscono ai falli o che spu­tacchiano troppo facilmente sul viso degli avversari; questi sono gesti di debolezza e non di forza, nel mio «plantel» non ci saran­no giocatori simili. Non più «caudillos», uno per tutti e tutti per uno.

Sembrano le solite parole che in Europa muovono a più di un sorriso di compatimento, ma Menotti fu costretto ad inte­ressarsi anche di queste cose per cambiare la mentalità di elementi che giocando al «fut­bol» si sentono più artisti che professionisti di una attività atle­tica. Nel luglio del ’75 il «plan­tel» gioca una partita per la Coppa Newton a Montevideo con: La Volpe; Carrascosa Troncoso Rocchia Killer; Azad Galvan (Solari) Alonzo; Houseman Bochini Ortiz. L’Argentina vince 3-2 pur costretta a non utilizzare i giocatori del Boca e del River ad eccezione di Alonzo, ma nell’agosto il Brasile l’elimina dal Campionato sudamericano vincendo 1-0 a Rosario, nonostante una grossissima partita di Kempes, che fra le altre cose colpi­sce un palo. Ancora per la Cop­pa Atlantica del 1976 il Brasile viene a vincere (2-1) a Buenos Aires e Menotti si consola uni­camente con la conquista del se­condo posto davanti a Paraguay ed Uruguay.

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Nel giugno 1977 l’Argentina soccombe 3-1 alla Germania Ovest. Questa la line-up da sinistra: Jorge Omar Carrascosa, Américo Ruben Gallego, Leopoldo Jacinto Luque, Daniel Ricardo Bertoni, Osvaldo Cesar Ardiles, Daniel Alberto Passarella, Jorge Mario Olguín, Vicente Ruben Pernia, Hugo Orlando Gatti, Ricardo Julio Villa, Omar Ruben Larrosa

Nel febbraio 1977 la «seleccion nacional» vince la «Copa de Oro» di Mar del Pla­ta, ma senza convincere appieno, con risultati risicati. Poi dopo la vittoria per 5-1 sull’Ungheria (27-2-1977, Gatti, Tarantini Olguin Killer Carrascosa; Ardiles Gal­lego Villa (Benitez); Houseman (Felman) Luque (Maradona) Ber­toni; 3 reti Bertoni, 2 Luque), l’Argentina vola in Europa per festeggiare i settantacinque anni del Real Madrid. Pareggia con l’Iran 1-1 ed accede alla finale con i rigori, ed è sconfitta dal Real (0-1) sollevando nuovamente un vespaio di polemiche che tro­vano alimento in certe malignità sulla condotta poco professionale dei giocatori. Menotti corre più di un pericolo, ma lo salvano i giocatori assumendo in proprio le responsabilità di quanto suc­cesso in terra spagnola. Poi ancora una serie di partite (3-1 alla Polonia, 1-3 dalla Germania Occ. 1-1 con l’Inghilterra e Bertoni è espulso per fallo di reazione, 1-1 con la Scozia, 0-0 con la Francia) dai risultati contraddittori che alimentano la tesi dei detrattori di Menotti: le scelte sono sba­gliate, preferisce Carrascosa per­ché è amico suo, non chiama Fillol che è il miglior portiere del paese, non vuole i giocatori che lavorano all’estero per ragioni che non hanno fondamento. Ar­riva un poco di sereno con le vittorie sulla Jugoslavia (1-0) e sulla Germania Orientale (2-0), ma poi nell’agosto si gioca con il Paraguay per la «Coppa Coronel José Felix Bogado» e a Buenos Aires vince l’Argentina 2-1, ma ad Asuncion è sconfitta 0-2 e la Coppa finisce ai paraguayani.

Ed è un’altalena che conti­nua fino a poco più di un mese dal mondiale. Menotti ha dovuto chiamare Fillol del River Plate per un infortunio del portiere ti­tolare Hugo Gatti del Boca Juniors, Carrascosa ha lasciato la compagnia rifiutando la convo­cazione per il ritiro pre-mondia­le, poi il «Director Tecnico de la seleccion» ha fatto un lungo giro in Europa per studiare l’opportunità di avvalersi di al­meno tre giocatori conosciutissimi sul Vecchio Continente; Ma­rio Kempes del Valencia, Oswal­do Piazza del Saint’Etienne ed Henrique Wolff del Real Madrid. Raggiunge un accordo solamen­te con il Valencia per Kempes e torna in Argentina per l’ultimo ciclo di partite. Tutte vittorie con Perù (2-1 a Buenos Aires e 3-1 a Lima), Bulgaria (3-1), Ro­mania (2-0) ed Eire (3-1), ma ad appena un mese dal mondiale una formazione in cui sono com­presi molti rincalzi, che si avvale di Luis Galvan, Larrosa, Villa, Houseman, Bertoni è sconfitta senza attenuanti dal debolissimo Uruguay per 0-2, e quindi il 2 giugno quando l’Argentina scen­de sul campo del River Plate per incontrare l’Ungheria nessu­no degli appassionatissimi «hinchas» della «seleccion» sa esattamente quanto potrà credere nella propria squadra. Il tifo è d’obbligo, è un atto di fede ma per gli sportivi e per tutti gli osservatori l’Argentina è la ve­ra ed unica incognita del mon­diale.

Michel Platini non basta alla Francia, l’Argentina vince 2-1

Verso la fine di maggio s’è aggregato alla comitiva Mario Kem­pes, è l’unico «traditore» (così definiscono i professionisti che vanno a giocare all’estero),e per l’incontro con i magiari Menotti manda in campo quella che ri­tiene la formazione titolare: Fil­lol; Olguin, Luis Galvan, Passarella, Tarantini; Ardiles, Gallego, Valencia; Houseman, Luque, Kempes. Baroti risponde con: Gujdar; Torok, Kocsis, Kereki, Toth; Pinter, Nylasi, Zombori; Csapo, Torocsik, Nagy. Dal pri­mo incontro dei padroni di casa, emergono risultanze chia­re e precise: c’è spirito di vittoria, volontà di lottare, capacità di soffrire e im­pegno nel «pressing», quando ce n’è bisogno, ma la difesa è aperta alle scorribande avversa­rie e l’Ungheria passa in vantag­gio già al 9′ con Csapo cogliendo il reparto in piena «bambola». La reazione è immediata e Luque pareggia al 14′ sugli sviluppi di una punizione di Kempes, ma poi la «seleccion» si fa invischiare nella maestria del maneggio del pallone dei danubiani e Fillol è bravo a sventare qualche peri­colo provocato da Torocsik. Ci vuole una distrazione difensiva dei magiari per propiziare il vantaggio di Bertoni (entrato a sostituire Housemann) all’84 e qualche nascosto ma abile aiuto di Mister Garrido che è pronto ad ammonire Passarella e non lo richiama più quando capisce che dovrebbe espellerlo. Allontana invece dal campo Nylasi e Torocsik, innervositi dalla direzione a senso unico, con Garrido che fischia sì le punizioni, ma ammonisce ed espelle chi subisce i falli.

L’Argentina comunque passa ed è attesa all’incontro deci­sivo con la Francia. Menotti ri­mane fedele alla prima inqua­dratura, non presenta dall’inizio Alonzo che ha favorito in qual­che maniera il risveglio degli ar­gentini sostituendo Valencia nel corso dell’incontro con i magia­ri e lascia invariata la difesa che ha suscitato tante critiche. Ed infatti i francesi penetrano nei reparti arretrati, impegnano Fillol, meriterebbero il vantaggio ma lo svizzero Dubach, li puni­sce con il più assurdo dei rigori provocato da Tresor, che per at­tutire una caduta appoggia un braccio a terra ed intercetta un tiro di Luque. Passarella trasfor­ma, ma Platini pareggia al 61′ e dopo il vantaggio di Luque (73′ con un gran tiro dal limite), un plateale rigore su Six non viene concesso e per la seconda volta l’Argentina arriva indenne al traguardo della vittoria pur non avendo convinto nessuno. Nella formazione «blanquiceleste» emergono unicamente i centrocampisti Ardiles e Gallego, Fillol ha modo di mettere in mo­stra le sue virtù, Kempes sem­bra legato, indeciso, per il resto la squadra mostra limiti di gioco e di personalità molto evidenti. Dopo le due vittorie l’Argentina comanda la classifica con l’Italia che ha a sua volta battuto Fran­cia ed Ungheria, l’incontro del 10 giugno deciderà della disloca­zione per il girone di semifinale: Rosario o Buenos Aires