Terzino destro rivoluzionario con l’Ajax di Cruijff, tra tre Coppe dei Campioni, due finali mondiali e una vita vissuta senza freni.
Quando gli osservatori dell’Ajax lo notarono, Wim Suurbier aveva appena messo a segno tre reti contro una selezione giovanile cittadina. Era un attaccante veloce e sfrontato, e il club di Amsterdam lo acquistò per la modesta cifra di tremila fiorini. Nato a Eindhoven il 16 gennaio 1945 e trasferitosi presto ad Amsterdam, il giovane Wim aveva conosciuto molto presto il dolore: entrambi i genitori morirono quando era ancora ragazzo, una ferita che lo segnò e che, molti anni dopo, avrebbe spiegato la sua fame di vita.
Fu l’allenatore delle giovanili Jany van der Veen a intuire che quel ragazzo rapido poteva rendere molto di più partendo da dietro. Lo arretrò a terzino destro, ma senza mai chiedergli di rinunciare alle sue discese lungo la fascia. Suurbier si adattò all’istante, e non avrebbe più cambiato ruolo. Debuttò in prima squadra il 5 gennaio 1964, pochi giorni prima di compiere diciannove anni. Era nato, quasi per caso, quello che sarebbe stato ricordato come il primo difensore moderno del calcio olandese.
L’incontro con Michels e Cruijff

Le prime stagioni furono difficili: l’Ajax attraversava una crisi e Suurbier non vinse nulla. Ma in quegli anni entrarono in squadra due uomini destinati a cambiare tutto. Il primo fu Johan Cruijff, più giovane di due anni, predestinato a diventare uno dei più grandi calciatori di sempre. Il secondo, nel 1965, fu l’allenatore Rinus Michels.
Con Michels, Suurbier fece un salto di qualità e divenne titolare inamovibile. Fu uno dei primi terzini destri a spingere costantemente in avanti, in un’epoca in cui quel ruolo era riservato a compiti di pura marcatura, mentre solo il terzino sinistro poteva permettersi di attaccare. Insieme a Ruud Krol — costretto a reinventarsi terzino sinistro proprio per la presenza di Suurbier sulla destra — formò una coppia di cursori che attaccavano liberamente, scambiandosi le posizioni con centrocampisti e attaccanti secondo la filosofia del calcio totale. Applicando in modo sistematico il pressing e la trappola del fuorigioco, quell’Ajax stupì il mondo.
Il segreto di Glasgow

La velocità di Suurbier non era solo un pregio difensivo: era un’arma tattica. Lo dimostrò una notte del marzo 1971, sulla strada verso la prima Coppa dei Campioni, quando l’Ajax dovette affrontare il temutissimo Celtic a Glasgow. Michels inventò una mossa a sorpresa con Suurbier protagonista.
Molti anni dopo, in una tranquilla giornata a Barcellona, Cruijff raccontò ancora con soddisfazione quell’idea, descrivendola con dovizia di dettagli quasi ne fosse stato lui l’ideatore: «Il migliore del Celtic era il loro terzino sinistro, Tommy Gemmell. Aveva un difetto: se veniva marcato, non sapeva più cosa fare. E per giunta non era veloce. Così quella sera abbiamo schierato il nostro terzino destro Wim Suurbier come ala destra. In pratica gli dicemmo: Suurbier è velocissimo, e tu, Gemmell, adesso divertiti a giocare in uno spazio più piccolo. E chi si ritrova tre volte solo davanti al portiere? Esatto, Suurbier».
Il re dei Lancieri d’Europa

Con l’arrivo di Cruijff al centro del progetto e Michels in panchina, iniziò il periodo più glorioso della storia dei Lancieri. Suurbier ne fu una colonna. In quattordici stagioni all’Ajax conquistò sette campionati olandesi, tre Coppe dei Campioni consecutive (1971, 1972 e 1973), una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa Europea e quattro Coppe d’Olanda.
Difensore intransigente e duro nei contrasti, era considerato un maestro nel neutralizzare l’avversario diretto. Ma sapeva anche costruire: i suoi cross precisi valsero moltissimi assist. Il più celebre resta quello che, nella finale di Coppa dei Campioni del 1972 vinta 2-0 contro l’Inter, permise a Cruijff di aprire le marcature. Confinato sulla fascia e poco preciso in zona gol, in tanti anni realizzò appena diciannove reti in 509 partite ufficiali con i Lancieri, secondo di sempre per presenze alle spalle del solo Sjaak Swart.
Due finali mondiali con gli Oranje

Con la nazionale olandese Suurbier esordì il 6 novembre 1966. La qualificazione a un torneo importante tardò ad arrivare: nonostante i trionfi dei club, gli Oranje mancarono il Mondiale del 1970 e gli Europei del 1968 e del 1972. La svolta arrivò con il campionato del mondo 1974, la prima fase finale iridata per l’Olanda dopo trentasei anni.
In Germania, Suurbier fu titolare in tutte le partite e diede una prova di carattere nella decisiva sfida vinta 2-0 contro i campioni uscenti del Brasile, che avevano trasformato l’incontro in una battaglia. Suurbier non si lasciò intimidire e trascinò i compagni con le sue doti di combattente. Fu il torneo della consacrazione del calcio totale, interrotto solo dalla sconfitta per 2-1 nella finale di Monaco contro i padroni di casa della Germania Ovest.
Quattro anni dopo, al Mondiale 1978 in Argentina, Suurbier c’era ancora, pur senza il ritirato Cruijff. Giocò le prime tre gare, poi finì in panchina; entrò nella ripresa della finale di Buenos Aires, persa 3-1 ai supplementari contro l’Argentina dopo il palo colpito da Rensenbrink a pochi istanti dalla fine. Fu la sua ultima partita in maglia arancione: sessanta presenze e tre reti, con due finali mondiali sfiorate.
L’addio all’Europa e l’avventura americana

Nell’ottobre del 1977, a trentadue anni e ancora titolare in nazionale, Suurbier lasciò l’Ajax. Passò allo Schalke 04 in Bundesliga, poi al Metz in Francia. Furono esperienze complicate: abituato alla difesa a zona, faticò a calarsi nel ruolo di marcatore a uomo, senza la libertà di attaccare che aveva reso grande il suo gioco.
Nel 1979 iniziò la lunga avventura americana con i Los Angeles Aztecs, dove ritrovò per una stagione sia Cruijff sia Michels. Dopo una breve parentesi in prestito allo Sparta Rotterdam e persino due mesi a Hong Kong con il Tung Sing, vestì le maglie dei San Jose Earthquakes — dove si legò a George Best — e poi di numerose franchigie minori come allenatore-giocatore. Chiuse la carriera nel 1987, a quarantadue anni, con i Tampa Bay Rowdies.
Il re degli scherzi

Fuori dal campo, Suurbier era tutt’altra cosa rispetto al difensore inflessibile. Era considerato il re dei burloni del calcio olandese: con Ruud Krol formava una coppia comica che metteva soggezione ai più giovani, e nello spogliatoio portava allegria fino all’ultimo secondo. «Ai nostri tempi ci divertivamo sempre», ricordò in una celebre intervista natalizia del 1985 rilasciata all’amico giornalista Johan Derksen in un bar di Los Angeles. «Cinque minuti prima della finale del Mondiale del 1974, negli spogliatoi era ancora un manicomio».
Amava l’alcol, le donne e la vita notturna, ma non mancava mai a un allenamento o a una partita. Negli Stati Uniti lavorò come barista nel locale di George Best a Hermosa Beach, e insieme si diedero spesso ai festeggiamenti. Dietro l’allegria, però, c’era una filosofia forgiata dal lutto: «Quando ho perso i miei genitori mi sono ripromesso di godermi ogni giorno. Devi fare qualcosa della tua vita, perché domani potrebbe essere finita».
L’ultima corsa

Il declino del calcio negli Stati Uniti, alcuni investimenti sbagliati e le spese eccessive della seconda moglie lasciarono Suurbier in gravi difficoltà economiche. Rifiutò con orgoglio gli aiuti di amici ed estimatori, adattandosi a lavori umili e mal pagati. La sua dignità restava intatta: «In ogni caso resto sempre lo stesso Wim Suurbier, che abbia le tasche piene di soldi o sia al verde come adesso», disse. E ancora: «Dal mio umore non si direbbe che sono nei guai; va male, ma posso guardare tutti dritto negli occhi».
Tornato in Olanda, trascorse gli ultimi anni in solitudine nel suo appartamento di Amstelveen. Lì, a fine aprile del 2020, fu trovato in fin di vita dall’ex moglie Maja a causa di un’emorragia cerebrale. Morì il 12 luglio 2020, a settantacinque anni, senza aver mai ripreso conoscenza.
Alla sua scomparsa, Jordi Cruyff, figlio di Johan, lo ricordò come «un grande giocatore e un amico estremamente leale di mio padre e della mia famiglia». Era l’omaggio giusto per un uomo che, partendo da attaccante e reinventandosi terzino, aveva contribuito a scrivere una delle pagine più rivoluzionarie della storia del calcio.