Udinese: 120 anni di storia

udinese-1896-storia-wp

L’Udinese è senza dubbio una delle squadre più identificative del nostro panorama calcistico nazionale: i bianconeri, infatti, rappresentano una terra, il Friuli, pronto a raggiungere qualsiasi obiettivo attraverso la cultura del lavoro. Rialzandosi anche di fronte alle tragedie.

Gli appassionati di calcio sono abituati a considerare l’Udinese come una squadra giovane, dinamica, che riesce a conciliare le esigenze di bilancio con i risultati sportivi. Pochi conoscono i retroscena della sua storia, che ne fanno una delle più antiche società del panorama nazionale. Ancor di meno sono quelli che sono a conoscenza del fatto che il primo scudetto del nostro calcio lo ha vinto proprio l’Udinese, anche se non le è mai stato riconosciuto. E’ il primo episodio di una storia per certi versi sfortunata, considerando il secondo posto della stagione 1954-55, tolto per ragioni mai chiarite fino in fondo, ed il terzo posto della stagione 1997-98, l’ultima in cui solo le prime due classificate accedevano alla Champions League.

IL PRIMO “SCUDETTO

La “leggenda” friulana narra di una prima esibizione del sodalizio udinese addirittura nel 1895, contro la Virtus Bologna, con il Re Umberto I tra gli spettatori. Di certo c’è che il primo torneo ufficiale disputato è quello dell’anno successivo, il 1896, un triangolare con Spal e Treviso. Si tratta del primo torneo calcistico disputato in Italia, in quel di Treviso, che l’Udinese vince imponendosi con un doppio 2-0. Perché questo titolo non le è stato riconosciuto? Semplicemente perché la Federazione Italiana Gioco Calcio vede la luce solo l’anno successivo, ed il torneo di Treviso era stato organizzato dalla Federazione di Ginnastica. Del resto, nemmeno l’Udinese era una squadra calcistica in senso stretto. Si chiamava Società Udinese di Ginnastica e Scherma, e la passione in seno ad essa per il gioco del calcio nasce proprio sulla spinta di quel primo, prestigioso successo. I friulani vestivano già i colori bianconeri, quelli della bandiera e dello stemma cittadino, e possono a buon diritto fregiarsi dell’appellativo di bianconeri più antichi.

L’Associazione Calcio Udinese, sodalizio sportivo che ha mantenuto l’originale denominazione fino ai giorni nostri, nasce ufficialmente il 5 luglio del 1911. Vince subito il proprio girone di Promozione per iscriversi poi alla massima serie, mantenuta fino all’interruzione delle competizioni dovuta al primo conflitto mondiale. L’Udinese è protagonista anche della prima edizione della Coppa Italia, nella quale si qualifica per la finalissima, disputata a Vado Ligure contro i padroni di casa del Vado. Anche in quell’occasione i friulani non sono fortunati, perché il Vado si impone per 1-0, con un goal segnato nei supplementari.

La squadra di Ginnastica Udinese che si esibì a Roma davanti al Re in una partita di calcio nel 1895

CAVALLI E PULEDRI

La politica societaria dell’Udinese è chiara fin dagli albori, “allevare cavalli di razza cedendoli e rimpiazzandoli con promettenti puledri”, come riportato dalle cronache dal discorso di Roiatti all’assemblea dei soci del 1928. E’ la risposta alle polemiche per la cessioni dell’uomo migliore, Spivach, andato alla Lazio per la cifra di 25.000 lire. Soldi che servono ad acquisire altri virgulti da tirare su. Gli anni successivi vedono l’Udinese dibattersi tra le varie categorie, passando da risultati prestigiosi in Prima Divisione a rovesci inattesi nelle serie inferiori, a causa anche di una situazione economica difficile. Alla guida della società si alternano importanti imprenditori locali, tra cui Dormiseli, Villoresi, Moretti. Fino alla fine degli anni ’30 l’Udinese si comporta onorevolmente nella Serie C del tempo, sfiorando qualche promozione persa allo spareggio (come quello di Roma col Pisa). Solo nella stagione 1938-39 riesce il salto di categoria, sempre agli spareggi, dopo aver vinto il proprio girone. Anche in questo caso, i friulani disputano qualche annata onorevole prima della nuova retrocessione e della nuova interruzione dovuta alla Seconda Guerra Mondiale. Nel dopoguerra, tra le fila bianconere, debutta il mitico Sergio Manente, punto di riferimento per i giovani Udinesi, che nel seguito della sua brillante carriera diviene uno dei migliori elementi della Juventus.

IL SOGNO TRICOLORE

Dal dibattersi in Serie C all’arrivare nell’Olimpo del calcio il passo è lungo. Per riuscire a compierlo ci vogliono organizzazione e programmazione, e soprattutto ci vuole una dirigenza in grado di darsi tutte queste componenti. L’uomo capace di fare tutto ciò si chiama Giuseppe Bertoli, che prende in mano l’Udinese nel 1948 ed abbandona le spese folli ed i nomi di grido. Risana i debiti societari, costruisce squadre solide ed equilibrate, indovina le conduzioni tecniche e porta prima la squadra dalla Serie C alla Serie B e poi, senza stravolgere l’organico ed individuando gli innesti giusti, la piazza al secondo posto dietro il Napoli. Finalmente arriva la Serie A.

Udine è nuovamente nell’Olimpo del calcio insieme alle squadre metropolitane, una categoria difficilissima da mantenere perché in quegli anni la Federazione decide un aumento del numero di squadre da retrocedere in ogni stagione. Nonostante ciò, Bertoli centra due piazzamenti a centro classifica, prima di cedere la mano a Dino Bruseschi, suo genero, presidente a cui è tutt’ora intitolato il centro sportivo nel quale l’Udinese si allena. Il primo anno è molto difficile, ed i friulani si salvano all’ultima giornata vincendo una gara che però, si scoprì qualche tempo dopo, era stata combinata. Questa circostanza è destinata a pesare non poco nei destini dell’Udinese, perché due stagioni dopo, nel 1954-55, inizia una cavalcata entusiasmante, spinta dall’arrivo dello svedese Selmosson e dai gol del mitico Bettini. Dopo un avvio stentato i bianconeri non perdono un colpo, ed arrivano a contendere lo scudetto al Milan fino all’ultimissima giornata in una corsa entusiasmante in cui si guadagnano la simpatia di tutti gli appassionati italiani, che cercano di sospingere il piccolo Davide nel tentativo di sgambettare il gigante Golia. Alla fine l’Udinese non ce la fa, termina la sua stagione a quota 44 punti contro i 48 del Milan, ma quello che più conta è che l’impresa viene cancellata con un colpo di spugna proprio per la presunta combine di due anni prima, contro la Pro Patria. L’Udinese viene nuovamente retrocessa in Serie B, la squadra è smantellata e tutti i pezzi pregiati si accasano nei grandi club (Selmosson e Bettini passano alla Lazio). Per i friulani, insomma, c’è da ricominciare un’altra volta da zero.

La mitica Udinese 1954/55 allenata da Beppino Bigogno

IL NOME DELLA RISALITA

L’Udinese è il simbolo di una terra e di una regione, che ha nel DNA la cultura del lavoro e della rivalsa attraverso i fatti e non le parole. Dopo il primo sbigottimento ed i cortei di protesta, la dirigenza si rimette al lavoro e mette in piedi una squadra che risale immediatamente in Serie A, rimanendoci fino al 1960 grazie anche ad un giovane emergente che rappresenta un pezzo di storia e di cultura enorme per la società. Si chiama Massimo Giacomini, attuale dirigente federale responsabile del movimento giovanile, ed è tutt’ora un esempio di garbo, cultura, preparazione ed amore per il calcio in generale. Con lui ci sono Bettini e Pentrelli, due elementi di grande spessore che però vengono ceduti per risanare ancora una volta le casse asfittiche della società. Arriva una rapida decadenza, che nel giro di tre stagioni riporta l’Udinese prima in Serie B e poi nuovamente in Serie C. L’ultima retrocessione è frutto di un terribile azzardo da parte della società, che crede di poter puntare sulla squadra Primavera vincitrice dello scudetto di categoria, ma che si dimostra troppo acerba per poter reggere il confronto con i calciatori più maturi.

MISTER X

Gli anni successivi sono di crisi profonda, con speranze tradite ancora agli spareggi e dolorose cessioni di giovani di grande speranza quali Franzot, Fedele, Bordon, non perfettamente compensati dall’acquisto di esperti cavalli di ritorno quali Giacomini e Galeone. Arriva nel 1973 un altro spareggio per salire in Serie B perso contro il Parma per 2-0. Gli episodi sfortunati si susseguono, tra tragedie (come la morte per cancro nel giro di un paio di mesi della promessa Girelli) e scioperi dei tifosi, fino al 1976, che rappresenta uno spartiacque nella storia di tutto il Friuli. Il Terremoto mette a soqquadro la vita di gran parte della popolazione, ed anche la società vede concretizzarsi il proprio terremoto interno con l’azzeramento dei vertici societari. C’è l’avvento dell’industriale del gelato Teofilo Sanson, già sponsor di una squadra di Rugby nel padovano. Il presidente sceglie come Direttore Generale Franco Dal Cin e costruisce una squadra che rinasce attorno al proprio simbolo, il nuovo Stadio Friuli, un impianto moderno con una capienza di 20.000 posti (non c’erano ancora le curve) che nell’immaginario collettivo rappresenta la voglia di ricostruire e di ripartire dopo le sciagure dell’anno maledetto.

In due anni la squadra affidata a Giacomini compie il doppio salto dalla Serie C alla Serie A e vince un’edizione della coppa Anglo-Italiana che, insieme all’Intertoto vinto da De Canio oltre vent’anni dopo, rappresenta l’unico trofeo internazionale nella bacheca friulana. La squadra si riaffaccia quindi nella massima serie e si guadagna un altro primato a livello nazionale. Il presidente si inventa infatti la prima sponsorizzazione, con la scritta “Sanson” che appare tra lo stupore generale sui pantaloncini della divise da gioco. Nella stagione 1980 scoppia ancora uno scandalo scommesse che vede coinvolta anche l’Udinese, al termine di una stagione disastrosa terminata al penultimo posto. La fortuna però arride per una volta ai bianconeri, il cui ricorso viene accettato, ed arriva la salvezza a scapito della Lazio. E’ l’inizio di un nuovo periodo fortunato, con qualche patema (come la salvezza conquistata all’87’ dell’ultima di campionato col Napoli grazie ad un gran gol di Gerolin, rimasto nella storia) ma anche con qualche soddisfazione, come il 6° posto conquistato grazie agli innesti di Edinho, Virdis, Pulici, Suijak. In panchina c’era Enzo Ferrari, soprannominato Mister X per i 20 pareggi messi in fila in 30 gare disputate.

L’Udinese 1978/79 con Giacomini in panchina riconquista la serie A

Z COME ZICO, MA NON SOLO…

L’Udinese intanto è nuovamente passata di mano. Ora la società è gestita dalla Zanussi, in un modello simile a quello della Juventus che ha alle spalle la Fiat. Il presidente si chiama Lamberto Mazza, che tratta la società come un’azienda, propone investimenti, fa comparire sulle maglie la “Z” della sua società ed inizia un programma ambizioso. Dopo il 6° posto tutti pensano al salto di qualità, e così il 1° giugno del 1983 esplode ad Udine come una bomba una notizia che scuote tutto l’ambiente calcistico. Arriva Arthur Antunes Zico, il “Pelè bianco”, un fuoriclasse assoluto che per amore del suo Flamengo aveva rifiutato offerte dai più importanti club europei. La Federcalcio, inopinatamente, stoppa l’operazione, preoccupata che la piccola società friulana non abbia la copertura finanziaria per l’affare, ma i cortei in piazza ad Udine (famosi gli striscioni “O Zico o Austria”) ed i chiarimenti della dirigenza sbloccano l’affare che accende d’entusiasmo l’ambiente.

Le amichevoli estive parlano di una squadra straordinaria, che riesce a battere anche il Real Madrid, lo stadio si riempie grazie ai 27.000 abbonamenti venduti e l’Udinese parte alla grande in campionato (5-0 a Genova, con doppietta di Zico). La squadra, a marzo, è terza, Zico è capocannoniere del torneo ed Udine sogna, ma in un’amichevole con il Brescia, che il fuoriclasse non doveva neppure giocare, arriva lo stiramento che lo mette fuori gioco. Anche al rientro la sua condizione non sarà più la stessa. L’Udinese rallenta e perde la zona UEFA all’ultima giornata, sconfitta dal Milan, così come Zico perde il trono dei goleador a favore di Platini. Anche la stagione successiva, per Zico, è caratterizzata da problemi muscolari e soprattutto da guai giudiziari che lo costringono a fuggire all’estero, anche se in un secondo momento il campione viene scagionato dall’accusa di esportazione di capitali. L’annata per l’Udinese è deludente, ed a fine stagione anche Mazza lascia il suo posto.

LA RIVOLUZIONE POZZO

Gli subentra Gianpaolo Pozzo, imprenditore friulano per nascita e mentalità, uno con la cultura del lavoro e della programmazione, che però si butta nell’avventura calcistica con l’approccio sbagliato, come lui stesso avrà modo di affermare in tempi successivi. Gli capita tra capo e collo un altro scandalo per presunte scommesse, un caso mai definitivamente chiarito, frutto di una intercettazione telefonica della gestione precedente, che costa in primo grado un’altra retrocessione a tavolino, tramutata poi in una pesante penalizzazione di 9 punti (allora le vittorie fruttavano solo 2 punti). Pozzo pensa di raddrizzare la situazione acquistando nomi di grido, come Graziani, Collovati, Bertoni, giocatori sul viale del tramonto. Arriva la retrocessione e Giacomini, nella stagione successiva, non riesce nell’impresa dell’immediata risalita.

Solo l’anno dopo, con Sonetti come allenatore e gente come Branca, Garella, De Vitis, Orlando, l’Udinese si piazza terza e torna in Serie A. Arrivano Sensini e Balbo, ma non sono sufficienti a tenere la squadra nella massima serie. Inizia un saliscendi tra A e B che i tifosi non gradiscono, ma che permette a Pozzo, attraverso la valorizzazione e la cessione di numerosi giovani, di tamponare le falle di bilancio ereditate dalla gestione Mazza, disastrosa sul piano economico, costruendo così le basi per il “miracolo” iniziato nel 1995. Pozzo fa sua la politica degli albori della società. Acquistare a poco elementi individuati grazie alla competenza di uno staff di fiducia, sfruttarne le prestazioni che sono il frutto di voglie di emergere o di riabilitarsi dopo periodi bui, e poi cederli, ricavando la liquidità necessaria a puntellare ulteriormente l’organico. Un esempio per tutti è Oliver Bierhoff, quasi fuggito da Ascoli dopo una retrocessione in Serie C e trasformato in un attaccante capace di segnare 27 reti in un anno di Serie A. Questa politica permetterà a Pozzo di mantenere sempre la squadra nella massima serie, un obiettivo straordinario per una città di meno di 100.000 abitanti. Anche la scelta dell’allenatore ricade su un giovane entusiasta e con idee innovative, Alberto Zaccheroni.

QUELLO 0 A 3…

Il primo anno, dopo un grande girone d’andata, i friulani rallentano e si piazzano a metà classifica. L’anno dopo viene ceduto un simbolo come Rossitto, ma arriva Amoroso, campione brasiliano reduce da un grave infortunio. Nel corso della stagione, a Torino contro la Juventus, l’Udinese si vede espellere Genaux nei primi minuti, e Zaccheroni, coraggiosamente, prova in corso d’opera una soluzione provata in allenamento: la difesa a 3. I friulani si impongono per 3-0 con l’uomo in meno, e la squadra inizia a credere di poter giocare con un difensore in meno ed un attaccante in più. E’ la nascita del mitico tridente Bierhoff-Amoroso-Poggi, che trascina la squadra alla prima, storica, qualificazione UEFA ed al terzo posto della stagione successiva. Arriva la magica notte contro l’Ajax, in cui l’amaro sapore dell’eliminazione immeritata si mescola alla consapevolezza che in Europa, una squadra come l’Udinese, può rappresentare il ruolo di splendida realtà.

L’anno dopo se ne vanno Zaccheroni, Bierhoff ed Helveg, ma anche con Francesco Guidolin la magia si ripete. I friulani presentano ancora il capocannoniere (Amoroso) e sfiorano la Champions League, mancata di un punto dopo l’inopinata sconfìtta interna col Perugia. Arriva la UEFA dopo lo spareggio contro la Juventus, che costringe quest’ultima all’Intertoto. Dopo l’era De Canio, con un’altra qualificazione UEFA ma anche con un paio di salvezze stentate, Pozzo decide di aprire un altro ciclo e si affida a Luciano Spalletti. Arrivano uomini importanti, come Jankulovski, ma anche una nuova infornata di giovani promettenti come, Muntari e Felipe, che vanno ad unirsi ad altri come Iaquinta e Pizarro, che il dg Marino aveva scovato negli anni precedenti. Spalletti è accolto con diffidenza, perché arriva dalle retrocessioni di Sampdoria e Venezia, ma ad Udine trova la sua consacrazione e porta la squadra a tre qualificazioni europee consecutive, due in UEFA ed una, l’ultima, proprio in Champions League.

L’Udinese di Spalletti che conquista la prima qualificazione in Champions League

UN SOGNO CHE SI AVVERA

L’anno della svolta definitiva è il 2004: l’Udinese acquista Di Natale dall’Empoli che in pochi anni diventerà insostituibile e la vera forza motore della squadra a prescindere da allenatori e moduli. Nella stagione 2004-05 l’Udinese ottiene il quarto posto che vale la prima qualificazione alla Champions League nella storia del club. Ma al termine della stagione Spalletti lascia l’Udinese, non senza polemiche, dopo aver sfiorato anche la finale di Coppa Italia, persa per un soffio a favore della Roma che grazie a questo andrà in Europa e accoglierà l’allenatore toscano.

Arriva Serse Cosmi, che in Champions League porta l’Udinese ai gironi, ma viene eliminata all’ultimo turno sconfitta in casa dal Barcellona per 2-0, quando per passare agli ottavi di finale sarebbe bastato un pareggio. Iniziano i problemi, Cosmi soffre in campionato e solo dopo due cambi in panchina (Dominissini e Sensini prima, Galeone dopo), la squadra bianconera termina il campionato con un anonimo decimo posto. Stesso risultato per la stagione seguente 2006-2007 con Malesani. Nell’estate 2007 la società annuncia L’ingaggio del tecnico Pasquale Marino e acquisti importanti come Quagliarella e Floro Flores. Si inizia a sognare. Nella stagione 2007-2008 l’Udinese riesce a riconquistare un piazzamento alla Coppa UEFA e in quella successiva si mantiene su buoni livelli che termina con l’avanzamento dei friulani fino ai quarti in UEFA eliminati dal Werder Brema, e un settimo posto in campionato. La fine della stagione coincide con l’addio del Direttore Generale Pietro Leonardi e dell’attaccante Fabio Quagliarella per andare rispettivamente al Parma e al Napoli. Il 22 dicembre 2009 viene esonerato, dopo 3 anni, l’allenatore Pasquale Marino dopo una serie di risultati negativi. Al suo posto Gianni De Biasi, ma dopo due mesi viene esonerato e sostituito dallo stesso Marino. L’Udinese si salva a stento, sarà per il 16° anno consecutivo in Serie A.

L’anno successivo inizia la storia bis di Francesco Guidolin, il più amato assieme a Zaccheroni. Il tecnico di Castelfranco parte male con 4 sconfitte consecutive, ma pian piano costruisce un miracolo fatto di gioco e giocatori eccezionali. Di Natale si consacra re del gol per due anni consecutivi, accanto a lui esplodono Sanchez, Isla, Asamoah, Inler, Basta e tanti altri. I bianconeri per tre anni vanno in Europa, per due sfiorano la Champions persa solo ai playoff: bruciante l’eliminazione col Braga a causa del famoso ‘cucchiaio’ di Maicosuel. Episodio che segna mercato e anche il tecnico che si vede privare dei migliori e deve ripartire da zero. Il quarto anno è anonimo, la squadra si salva senza patemi ma si pensa alla fine di un ciclo .

Guidolin viene accantonato per Stramaccioni, ma l’annata del giovane allenatore romano è ambigua e Pozzo sceglie di cambiare ancora. Arriva Colantuono in concomitanza con il rinnovatissimo stadio Friuli, diventato un vero salotto del calcio, ma il campionato è quasi disastroso e a marzo del 2106 ecco De Canio per salvare il salvabile. Il cammino più recente è sicuramente più complicata rispetto al passato con i bianconeri che cercano di ritrovare l’ennesimo ciclo vincente, sempre circondati dalla fede del pubblico bianconero, l’unico punto fermo nei 120 anni di vita del club.