GIGI RIVA – LA STORIA DI ROMBO DI TUONO

Capitolo Nono

Certe previsioni pessimistiche vengono puntualmente rispettate. Il Cagliari pareggia a Palermo (0-0) e in casa con il Varese (0-0). Ora divide il primato con la Fiorentina. I due cannonieri, Riva e Boninsegna, hanno le polveri bagnate. Scopigno, tuttavia, sa come caricare Gigi: «Ha solo bisogno del gol per tornare il “mostro” di prima». E Riva non tradisce la fiducia del suo trainer: segna, a tre minuti dalla fine, il gol che permette al Cagliari di uscire imbattuto a Firenze. Il suo avversario è Rogora, il terzino che lo costringe ad impegnarsi di più.
Galvanizzato dai gol di Firenze, Gigi ne realizza un altro, decisivo, con una folgore su punizione all’Inter sul campo dell’Amsicora. Il Cagliari vince e toma solo in testa. A Vicenza segna il punto del pareggio, con il destro. E Scopigno commenta: «Adesso che va in gol anche di destro mi sento al sicuro».
L’influenza costringe Riva a stare a letto e a disertare la partita intema con la Juventus. Il Cagliari subisce la prima sconfitta sul proprio campo. E’ Anastasi a battere Albertosi. Anastasi è anche il più accanito rivale di Riva nella classifica dei tiratori scelti: lo tallona a due gol di distanza.
Il Cagliari perde quota, ma Scopigno per tenerlo su di giri dice che «questo campionato finirà per vincerlo proprio la mia squadra». Invece i rossoblu pareggiano in casa con la Roma 0-0). Quel giorno, negli spogliatoi, il romanista Taccola muore dopo aver assistito alla partita in tribuna.
In Coppa Italia, il Cagliari batte la Juventus (1-0, gol di Boninsegna) e si prende una platonica rivincita. A Torino, contro i granata, i sardi chiudono a reti inviolate e la Fiorentina li stacca di due punti. Bonisegna, escluso da una prima convocazione azzurra, polemizza: «Non riesco a digerire questa esclusione, nemmeno con il bicarbonato. Mi portano in Messico e in due partite non mi regalano nemmeno dieci minuti. Ora c’è Anastasi con una mano fratturata e mi lasciano a casa. Temo mi facciano scontare vecchi errori». Invece lo chiamano, sia pure come riserva di Mazzola.
C’è un altro passo da compiere verso il Messico, un’altra dura trasferta a Berlino Est, contro la Germania orientale. Si gioca allo stadio Walter Ulbricht. Torna Mazzola, torna anche Salvadore, assenti in Messico. C’è sempre Prati all’ala destra. La formazione è questa: Zoff, Burgnich, Facchetti, Bertini, Salvadore, Castano, Prati, Rivera, Mazzola A., De Sisti, Riva. 58 Germania Est: Croy, Fraessdorf, Urbanczyk, Bransch, Seehaus, Körner, Löwe, Nöldner, Frenzel, Kreische, Vogel.
L’aria è frizzante, la pressione alta. C’è odore di neve gelata. Gli azzurri non ingranano subito e i tedeschi segnano con Vogel. Riva pareggia. Segna Kreische, e Riva con un sinistro-omicida riacciuffa il pareggio. Un «doppio Riva» che rimedia sempre alle nostre manchevolezze.
Lui, felice, dice che il vero Riva è quello della Nazionale: «Nel Cagliari — spiega — siamo in pochi e contati. Giocare in Nazionale è più facile è più comodo, più divertente. L’autentico Riva è quello fasciato d’azzurro, che pensa al gol. Ma non è vero che così facendo non pensi anche alla squadra. Io egoista lo sono, per temperamento, per grinta, ma intanto mi fa piacere che ci sia Prati, ad esempio, o Anastasi, o chi per loro. In attesa di dividere i gol, per adesso dividiamo almeno le botte. Metà le prendo io. Altrimenti sarebbero tutte per me. Se fossi egoista sul serio, tirerei indietro la gamba, penserei ai fatti miei, ma io l’ho dimostrato, ho fatto la prova-ospedale. Mi rompo ma non mi piego».
Il gol è là sua droga. Il calcio, sin dai tempi in cui era ragazzo — un ragazzo-uomo come ama definirsi — gli ha sempre offerto un’evasione: uno sfogo a quella aggressività che gli nasce nel profondo, da lontani e oscuri rancori. Chissà cosa avrebbe fatto se non avesse giocato al calcio! Lui conosce la risposta: «Non ho studiato e non me ne dispiace: la vita mi ha insegnato più cose dei libri. Se non avessi fatto il calciatore, cosa che non riesco a pensare perché ho anche lavorato ma il calciatore l’ho sempre fatto, sarei un contrabbandiere: al mio paese finiscono tutti così. Non sono mai stato un ragazzo. Mi fanno ridere quelli che dicono che a 16 anni un ragazzo è un ragazzo. A sedici anni io ero un uomo. Certo, ho dei rimpianti. Mia madre non ha potuto godere del mio successo e della mia agiatezza: è morta prima».
A Linate, al rientro da Berlino Est, la folla gli tributa un simpatico trionfo. Va a Leggiuno dalla sorella. In paese sono tutti orgogliosi di lui. E lui a Leggiuno si ritrova perché lo trattano come se niente fosse accaduto, come se fosse sempre «Luigino lo smilzo»; va al bar Libero, dove c’è la sede sociale della Folgore, di cui è consigliere. Invece gli altri lo idolatrano ma sono pronti anche a coprirlo di critiche feroci perché è salito troppo in alto.
Le performances di Riva fanno discutere. I giornalisti accostano Riva a Piola. Si chiedono giudizi in merito a tecnici, agli ex campioni. Fabbri si ostina a ritenere Riva un’ala sinistra. Boniperti osserva: «Riva e Piola sono due giocatori dal rendimento analogo. Si può dire che il calcio italiano ha finalmente trovato uno come Piola. Analizzando le qualità tecniche si riscontra che Piola era più acrobatico ed usava i due piedi. Riva ha uno sfondamento lineare efficacissimo ed ha un tiro più violento». Ma Riva non finirà di stupire e getterà un po’ d’ombra sul ricordo di Piola, grande goleador d’anteguerra e dell’immediato dopo guerra. Piola, chiamato in causa, precisa: «Differenze ci sono. Lui ha il sinistro mentre io avevo il destro. Di testa è più forte ma io ero più mobile. Però Riva migliorerà ancora, ne sono certo. E’ nell’età in cui io facevo notevoli progressi, soprattutto nel tocco di palla e nella rapidità. Dico comunque che è già forte cosi. Un Riva, nel dopoguerra, ci mancava».
Puntualmente torna d’attualità la solita questione: se l’Ente Regione non interviene per superare il momento di congiuntura (incassi da provincia, uno stadio da serie C e spese da società metropolitana), il Cagliari vende Riva. Sono voci di primavera, autentiche «bombe-carta» che fanno solo rumore e non provocano danni. Il «giallo» del trasferimento di Riva va, come di consueto, in scena.
Però qualcosa non funziona nella società e la squadra accusa una strana impasse. Si riprende a Torino, in Coppa Italia, gareggiando con la Juventus ed eliminando i bianconeri dalla competizione. Poi, in campionato, ha un acuto: batte (3-1) il Milan all’Amsicora. Riva ottiene il punto decisivo. Ora il Cagliari è di nuovo in corsa, ad una sola lunghezza dalla Fiorentina. Tutto è in ballo. Secondo Scopigno la squadra gioca ormai a memoria e può farcela a conquistare il titolo.
Scopigno sottovaluta però il Bologna. In trasferta il suo Cagliari riesce a rimediare in extremis il pareggio (2-2 con una rete di Riva all’82). II vantaggio della Fiorentina sale nuovamente a due punti. Riva recrimina sui pali che troppe volte gli hanno negato il gol, ma deve ancora fare i conti con la sfortuna. A Pisa il Cagliari chiude a reti inviolate: Riva si fa parare da Annibale un rigore decisivo. Così il Cagliari non approfitta di un mezzo passo falso della capolista. Erano tre anni che Riva non sbagliava dal dischetto. Anche il Milan scavalca i sardi in classifica.
La domenica dopo Riva sbaglia un altro rigore. Si gioca con il Verona, in porta c’è l’ex rossoblu Martino Colombo. Prima che Gigi, dopo aver inutilmente cercato di rifiutarsi, batte la massima punizione, Colombo gli dice: «Vedrai che te lo paro». E infatti neutralizza il tiro. Riva, furibondo, si scatena e infila due palloni alle spalle del guardiano gìalloblù.
A Napoli un gol di Riva (85′) non basta per evitare la sconfitta che praticamente mette in «out» il Cagliari. Dopo la partita i sardi sono rassegnati. Lo è anche Scopigno: «Abbiamo perso lo scudetto per una beffa del destino. Mancano nel nostro bilancio, i gol annullati e i 14 pali colpiti. Purtroppo la caccia al titolo ci ha logorati».
Senza mordente i cagliaritani si lasciano imporre lo 0-0 in casa dalla Sampdoria mentre la Fiorentina, battendo la Juventus a Torino, si laurea campione d’Italia. Nell’ultima partita il Cagliari vince a Bergamo (Riva e Boninsegna gli stoccatori) e si deve accontentare di un onorevolissimo secondo posto, in condominio con il Milan a quattro punti dalla Fiorentina. Riva si consola con il titolo di cannoniere: venti gol in ventinove partite. Riva e il Cagliari costituiscono un mirabile, e sotto più aspetti unico, incontro fra uomo e squadra. Riva ha contribuito a far attribuire al Cagliari lo… scudetto della simpatia.
Anche in Coppa Italia i gol di Riva permettono al Cagliari di piazzarsi secondo, nella classifica finale, alle spalle della Roma di Helenio Herrera. Poi c’è l’amichevole di Torino con la Bulgaria. Valcareggi utilizza: Zoff, Burgnich, Facchetti, Bertini, Puia, Salvadore, Domenghini, Mazzola, Anastasi, De Sisti, Riva. Bulgaria: Simeonov, Alagiov, Gaganelov, Ivcov, Yetchev, Penev, Dermendjiev, Bonev, Asparuhov, Kolev T., Kotsev. Riva è affaticato e cerca vanamente di segnare il suo 13° gol azzurro. A fine gara dice che il 13 e il 17 sono per lui numeri maledetti. L’Italia pareggia (0-0) e Riva subisce qualche critica.
L’attenzione degli sportivi si concentra sulla vittoria europea del Milan con l’Ajax (4-1) a Madrid, poi si apre il mercato calcistico. Poiché sembra che la Regione sarda rifiuti il contributo straordinario di cento milioni al Cagliari, le grosse società si fanno sotto per Riva. Il cannoniere è il pezzo più pregiato. Juve, Inter, Milan e Napoli se lo contendono, sebbene il Cagliari abbia già comunicato che «Riva è incedibile» e che «Riva non si cede neppure in cambio del Duomo di Milano o della Mole Antonelliana di Torino o del… Vesuvio».
A prescindere dal fatto tecnico la sua permanenza nella squadra rossoblu assume anche i contorni di fatto economico, politico e turistico. Gli interessi manovrati attorno a questo fenomenale calciatore sono notevoli. C’è gente che aspetta di sapere se Riva gioca prima di acquistare il biglietto per la partita. Diecimila persone vanno allo stadio soltanto per Riva; il novanta per cento sono donne, il resto militari e ragazzi. Ogni partita mobilita migliaia di tifosi da tutta l’Isola. L’Amsicora, per quanto ampliato, non basta più: la capienza è di 28-30 mila persone. Ogni domenica cinque o seimila persone restano fuori dai cancelli, altri non si muovono da casa per la certezza di non trovare posto. La situazione è insostenibile e, per ovviare, si sta costruendo un nuovo stadio, a seicento metri dall’Amsicora, con una capienza di 60 mila spettatori: un’opera il cui costo si aggirerà sui due miliardi.
Tutto questo anche per merito dei gol di Riva. Che sia un fuoriclasse se ne stanno ormai accorgendo tutti anche se c’è qualche critico che gli rimprovera la mancanza del destro e di non aver voluto «addomesticare» quel piede importante. Come quasi tutti i mancini naturali, rifiuta sistematicamente di calciare di destro, se non in casi eccezionali. Preferisce concludere di sinistro. Con il sinistro infila la porta con «sberle» terribili, precise, da qualsiasi distanza. A volte gli basterebbe un tocco facile facile per depositare la palla in rete (con il destro), invece lui si gira, perde tempo nel portarsi la palla sull’altro piede. Sono diatribe giornalistiche. La verità è che Gigi, oltre al sinistro, possiede il colpo di testa e l’elevazione, lo scatto e la forza d’urto di un «tank» ed è il «puntero» italiano più forte che abbia calciato gli stadi nel dopoguerra.
Riva è lusingato per il fatto che i grossi clubs insistano tanto per averlo e dice: «Mi spiace deluderli perché io preferisco restare in Sardegna» E aggiunge: «Il clima mite, la temperatura eternamente primaverile, l’aria sana prolungheranno la mia carriera di un paio d’anni. E poi mi piacciono i sardi, mi piace la loro ospitalità. Ormai sono uno dei loro. La grande città mi spaventa. Sarei costretto ad andare a vivere in periferia, lontano dai rumori, dallo smog. Io sono lombardo ma il cielo grigio mi mette addosso malinconia. La pioggia ed il gelo mi infastidiscono terribilmente. Per noi calciatori, il maltempo è un grosso inconveniente. A Cagliari anche d’inverno è raro avere il campo allagato, la temperatura non scende mai sotto lo zero. Quando rientriamo da una trasferta al Nord, il contrasto è enorme: un’ora prima abbiamo lasciato la nebbia e qui troviamo alberi fioriti. Alla fine l’inverno sardo è migliore delle primavere lombarda o piemontese».
Riva è malato di una malattia strana: il «mal di Sardegna». Gigi, quando ha tempo, si avventura nel cuore dell’isola, in Barbagia, tra le boscaglie, tra le vallate, tra la gente semplice come lui. «Forse a Milano o à Torino potrei ottenere soddisfazioni professionali maggiori — puntualizza — o meglio avrei potuto ottenerle perché giunti a questo punto, chi dice che il Cagliari non faccia, in un prossimo futuro, la Coppa dei Campioni?».
Essendosi lasciata soffiare Anastasi dalla Juventus e non potendo avere Riva, l’Inter chiede al Cagliari il suo «gemello» Boninsegna. Riva e Boninsegna sono amici, si stimano, ma Boninsegna deve stare all’ombra di Riva la cui personalità calcistica ha affascinato i tifoso. Scopigno stravede per Riva e Gigi ricambia. Un giorno Scopigno ha fatto persino assegnare a Riva un gol che era stato realizzato invece da Boninsegna. La partenza di Boninsegna, pur privando i sardi di una seconda punta di diamante, placa l’inquietudine di Riva che, a livello inconscio, è geloso ed egoista come tutti i grandi realizzatori.
L’Inter, dunque, si fa sotto per Boninsegna nel quale non aveva creduto prestandolo al Prato, al Varese, al Potenza e poi cedendolo al Cagliari. Per riaverlo deve però privarsi di Domenghini, ala titolare della Nazionale, Bobo Gori e Poli ma ottiene un conguaglio in milioni (300 dal Cagliari). E’ l’ultimo grosso «colpo» dei sardi.
Il Cagliari ispira simpatia, la Sardegna è in pieno «boom» turistico e non esiste, nei confronti della società, alcuna prevenzione. Non si considera — malgrado il secondo posto — il Cagliari una autentica «grande» in grado di conquistare uno scudetto. E’ una valutazione sbagliata. «La verità — dice Scopigno — è che Riva non è stato aiutato come meritava, altrimenti lo scudetto era nostro. Riva è la nostra forza, non il nostro limite e come tale va messo in condizione di segnare. Gigi è l’attaccante di maggior prestigio in Italia. E’ naturale che condizioni, non dico gli schemi, ma gli stessi compagni. Accadrebbe la stessa cosa anche in altre squadre. Questo Cagliari, con un paio di ritocchi, ha un’autonomia-scudetto per almeno altri tre anni».
Fraizzoli si assicura Boninsegna in cambio di una ricca contropartita ma pretende, sul contratto, una clausola secondo cui il Cagliari si impegna, a parità di offerta, a dare Riva all’Inter qualora entrasse nell’ordine di idee di cederlo. E’ una clausola a doppio taglio, o meglio a doppio uso. Dopo l’arrivo di Domenghini, Gori e Poli, vengono perfezionate altre trattative: il terzino Longoni passa alla Fiorentina in cambio di Mancin e il vecchio Longo finisce all’Atalanta per Nastasio. Scopigno può contare su questa formazione base: Albertosi; Martiradonna, Zignoli; Cera, Niccolai, Tomasini; Domenghini, Nené, Gori, Greatti, Riva. «Ora il Cagliari vale un buon dieci per cento in più», commenta Scopigno soddisfatto.
La società ha risolto una piccola crisi al vertice. Il consiglio direttivo ha respinto le dimissioni del senatore Corrias. Tuttavia si dà per scontato ed imminente l’insediamento dell’ing. Marras al timone del club. Mentre Boninsegna va all’Inter, Gigi va a Grado a fare sabbiature. Parlando della cessione di Boninsegna, Riva osserva: «Un bel colpo per l’Inter, però con Domenghini e Gori il nostro attacco dovrebbe essere ugualmente prolifico». Riva si rende conto che il Cagliari ha i mezzi per compiere il miracolo, che «può vincere ridendo» il titolo ma sa pure che l’organizzazione delle grandi società del nord potrebbe avere, a gioco lungo, la meglio. Sa che allo scudetto sono legati tanti interessi e sa perfettamente che lo scudetto a Cagliari potrebbe significare svuotare stadi come San Siro. Nelle sue dichiarazioni balneari cerca di essere prudente al massimo: «Questo Cagliari non è da scudetto», si affretta ad annunciare. Ma nello scudetto ci crede. Ed è deciso a dare il meglio di se stesso per raggiungere questo traguardo che lui solo può garantire.
Se avesse giocato in una Juventus, in un’Inter o in un Milan sarebbe già diventato campione d’Italia ma il destino vuole che ciò avvenga in un’isola e che coincida con i 50 anni della fondazione del Cagliari. Dopo le sabbiature a Grado, Gigi si trasferisce a Reno, sul Lago Maggiore, vicino a Leggiuno, per seguire i lavori conclusivi della sua nuova casa, sorta dove c’era la vecchia dimora dei Riva. Gigi ha voluto farsi la sua villa, in via San Primo 10. E’ un po’ la grande rivincita sulla fanciullezza fatta di rinunce. Dicono che Gigi sia un po’ tirato. Non butta i soldi, ma fa beneficenza, aiuta chi ha bisogno e nessun giornale ne parla. Riva non ama questo tipo di pubblicità. Nella villa di Leggiuno si rifugia per stare in famiglia. C’è un primo piano con sala da biliardo e camino. A pianterreno vive la sorella Fausta con il marito e il figlioletto Oscar. I suoi paesani, i suoi amici di un tempo, gli vogliono bene, lo capiscono. E quando può, Riva torna a Leggiuno, corre al Porticciolo, a Laveno.
Davanti alla nuova casa c’è sempre la chiesetta e c’è ancora il campo gibboso dove i ragazzini giocano a pallone e sognano di imitare le gesta di Riva. Sul muro che delimita il prato, c’è una grande scritta: «Viva Riva».