GIGI RIVA – LA STORIA DI ROMBO DI TUONO

Capitolo Secondo

Gigi Riva lascia Leggiuno. Si trasferisce a Legnano insieme alla sorella rimessasi dalle conseguenze del grave incidente. Non ha ancora compiuto diciotto anni, Fausta ne ha tre in più: gli fa un po’ da madre, bada alle faccende domestiche, lo cura, gli prepara da mangiare. Gigi è metà operaio e metà calciatore: lavora solo al mattino mentre al pomeriggio, per tre giorni la settimana, si allena.
Il calcio, a Legnano, è il solito calcio della serie C: l’agonismo prevale sulla tecnica. Riva impiega tutto il suo impegno per convincere l’allenatore Giuseppe Lupi a trovargli un posto in prima squadra. Fisicamente si sta irrobustendo (è alto m. 1,80) ma non è ancora l’atleta poderoso che sarà poi. Gioca di punta però non è ala né centravanti: si fa notare per la forza, per la determinazione, per lo stile moderno. Si getta nell’area avversaria come un «kamikaze».
Lupi crede nelle doti del ragazzo ma attende il momento propizio per lanciarlo. Non c’è fretta e non è il caso di mandare allo sbaraglio questo giovanotto che ha la dinamite nel piede sinistro. S’inizia il campionato e Gigi ristagna tra le riserve. Soffre in silenzio, ha imparato ad aspettare il suo turno. L’occasione si presenta alla quinta giornata. E’ il 21 ottobre 1962. Il Legnano riceve l’Ivrea. All’ala sinistra c’è Riva. I «lilla» s’impongono nettamente sui piemontesi (che schierano come terzino destro Maroso, fratello del celebre terzino del Torino) per 3-0. Riva debutta e segna un gol, il terzo. Il mattino dopo sui giornali si parla anche di lui e in termini lusinghieri.
Edgardo Palmieri, sulla «Gazzetta dello Sport», scrive: «Una piccola variante apportata dall’allenatore Lupi al quintetto di punta lilla — inversione di ruolo per Gerosa ed innesto all’estrema sinistra del giovane Riva, classe 1944, che ha brillantemente esordito — è valsa a conferire una maggior pericolosità, una miglior forza penetrativa ed uh po’ più di mordente all’attacco del Legnano. Il quale attacco, finalmente, si è svegliato e non ha fatto più penare i suoi sostenitori segnando tre reti, una più bella dell’altra ».
Elogi anche su « Tuttosport ». Franco Ghiselli sottolinea, l’importanza di Riva nell’attacco lombardo: « Ottima gara del Legnano che si è nettamente imposto nella ripresa dopo aver chiuso in parità il primo tempo. Tuttavia è doveroso riconoscere che già nel primo tempo il Legnano aveva mostrato delle notevoli possibilità offensive grazie all’innesto di Riva all’estrema sinistra».
Riva diventa titolare della squadra, si fa notare da Beppe Galluzzi, tecnico federale che prepara la squadra juniores azzurra partecipante al torneo Uefa. Galluzzi lo seleziona per l’incontro amichevole con la Spagna fa programma a Siviglia. Durante il raduno, a Coverciano, Gigi viene avvicinato dal dottor Fulvio Bernardini, allenatore del Bologna. Bernardini gli prospetta la possibilità di giocare nella squadra felsinea. Riva è entusiasta. Va a Siviglia e gioca una grande partita anche se i due gol degli azzurri (2-2) portano la firma di un giocatore juventino, Silvino Bercellino.
La sua quotazione sale. Rientrando in Italia, l’aereo sorvola la Sardegna. E’ la prima volta che Riva vede l’isola. Non immagina, guardandola da ottomila metri di quota, che a quell’isola egli legherà il suo futuro.
Galluzzi conferma Riva anche per la rivincita con la Spagna, a Roma. E’ il 13 marzo 1963, una data che segna la svolta decisiva nella carriera calcistica del ragazzo di Leggiuno. La tribuna è gremita di osservatori perché la Nazionale juniores raccoglie il fior fiore delle forze giovanili. Nelle sue file c’è sempre qualche elemento destinato a sfondare nel mondo del pallone. Nel primo tempo Riva non riesce a esprimersi come sa e come vorrebbe, però c’è già chi ha deciso il suo destino. Si tratta di Arturo Silvestri ed Omero Tognon, allenatore e vice del Cagliari.
I due tecnici sono sicuri che Riva è un asso in sedicesimo, che avrà successo. Convincono Andrea Arrica, vicepresidente della società cagliaritana, a trattare l’acquisto.
Arrica incontra ì dirigenti del Legnano durante l’intervallo della partita e fulmineamente conclude l’affare. Riva costa al Cagliari 37 milioni, pagabili in sette rate, somma non indifferente per le modeste finanze del sodalizio rossoblu, appena promosso in serie B.
Nella ripresa Riva sigla una rete e l’Italia vince per 3-2. Immediatamente Dall’Ara, presidente del Bologna, s’interessa a Riva. Si muove anche la Lazio. Ma è tardi. Invano il Bologna offre 50 milioni. E’ la seconda volta che la società emiliana perde l’occasione di acquistare la giovane ala sinistra. In dicembre, per un solo milione di differenza tra richiesta e offerta vi aveva rinunciato. E non sarà l’ultima volta che il Bologna perde l’appuntamento con Riva.
Arrica torna a Cagliari con il contratto in tasca, ma Gigi non ne vuole sapere di andare in Sardegna. Lo ha detto chiaro e tondo al presidente del Legnano, Caccia, in un albergo di Roma dopo Italia-Spagna. Arrica e Silvestri si sono guardati in faccia: il tono del giovanotto è tale da sconsigliare qualsiasi insistenza.
Riva conclude il campionato con 23 partite e sei gol all’attivo e’ottiene mezzo milione di premio. Le cose più belle le fa vedere in- Inghilterra nel torneo Uefa dove segna cinque gol in cinque gare. Quando torna a casa, in un ristorante di Legnano, s’incontra nuovamente con Arrica. Gli lancia uno sguardo di sfida e gli dice: «In Sardegna? Non ci vengo. Piuttosto smetto di giocare. Mi dispiace, lei ha fatto il viaggio inutilmente». Si ribella. Cagliari gli sembra l’Africa, una città senza avvenire, senza prospettive per il calcio. Poi è troppo lontana da Leggiuno. Caccia cerca di convincerlo, ma Gigi, con il groppo in gola, scuote la testa: è disposto a tornare in fabbrica a produrre candele per auto oppure a sistemare le gettoniere degli ascensori. Ma in Sardegna no.
Come convincerlo? Arrica non si dà per vinto. Con tono suasivo, gli suggerisce di visitare Cagliari: «Se ti piace rimani, in caso contrarlo tutto va a monte». La sera dopo Gigi sale sull’aereo-diretto a Cagliari Sono con lui Fausta e Lupi. Ha lo sguardo spaurito, le guance scavate. Ad attenderlo all’aeroporto ci sono Miguel Longo, con la moglie, e Omero Tognon. Longo va incontro a Riva, lo saiuta affettuosamente: «Vedrai che qui,ti troverai bene ». Riva è sospettoso, non si meraviglia che a Longo, nato in Sud America, gli garbi la Sardegna, ma lui è lombardo e il suo giudizio sulla Sardegna non muta. Il mattino dopo Riva viene condotto da Silvestri in giro per la città. Più tardi, nella sede della società i nuovi compagni lo festeggiano, cercano di vincere la scontrosità del ragazzo lombardo. Frattanto la moglie di Longo riesce a convincere la sorella di Gigi. «La Sardegna è meno brutta di quanto pensassi», riflette Riva. E di fronte ad un buon contratto, capitola: due milioni d’ingaggio e duecentomila lire al mese di stipendio. E’ la cifra più bassa di tutta la squadra ma a Riva basta. Gli fa dimenticare di trovarsi in un altro mondo; un mondo, però, non tanto diverso da quello di casa sua.
Più tardi cambierà idea e della Sardegna dirà: «Qui sto come a casa, tra gente che mi capisce, anche quando non gioco bene. Anno dopo anno mi sento sempre più legato a questa terra che ormai considero come la mia. In Sardegna sono cresciuto e sono diventato uomo: ho vissuto gli anni più importanti della mia formazione. Come potrei dimenticare tutto questo? Io non potrei vivere in un altro luogo che non fosse Cagliari o Leggiuno».
In principio si sente smarrito, spaesato, poi stringe amicizia con due cagliaritani che commerciano nel pesce, Martino Rocca e Gianni Farci. Un’amicizia vera, disinteressata, una amicizia profonda. Martino e Gianni si accostano con uh po’ di diffidenza al giovane arrivato dal continente, poi si aprono. E Gigi ha proprio bisogno di gente che gli si apra, che gli offra quei puntelli che il destino gli ha tolto a Leggiuno. Si accorge di avere lo stesso carattere dei sardi, scopre di trovarsi tra persone che gli somigliano. E’ una scoperta importante. Il calcio finisce di essere un gioco, ora è diventato un impegno serio, un mestiere. Riva prende contatto con Silvestri, il suo autentico scopritore insieme con Omero Tognon. Silvestri, soprannominato «Sandokan» per la grinta con cui giocava nel Milan, è un po’ burbero di maniere, senza inibizioni, dice pane al pane e vino al vino con disarmante sincerità e sa trattare i ragazzi come Riva.
Il salto di categoria non è facile. Gigi cerca le finezze, ricerca il «numero» che strappa facili applausi. Silvestri capisce invece che egli è nato per il gol. Lo studia nelle partite amichevoli, lo corregge, lo convince, poco alla volta, a giocare in modo essenziale, pratico. Il suo obiettivo deve essere la porta avversaria, il tiro a rete. Gigi ascolta, capisce e corrisponde.
La promozione non è programma obbligato per il Cagliari. Si vive alla giornata, senza affanni, senza perdere di vista la realtà. Il presidente Rocca, il vicepresidente Arrica e Silvestri hanno cercato di allestire una squadra da prime posizioni. «Noi non ci poniamo l’obiettivo della serie A come una questione di vita o di morte — dice Arrica —. Cerchiamo semplicemente di fare la nostra strada, giudiziosamente, tenendo conto dei mezzi su cui possiamo fare leva. Se arriveremo tra le elette, dovremo essere in grado di presentarci decorosamente, questo è certo. Stiamo facendo le nostre esperienze, anno per anno, cercando di limitare, quanto più possibile, il ninnerò di errori. Siamo confortati da uno schietto entusiasmo e da un’incoraggiante fiducia, Prima o poi arriveremo».
Arrica viene dall’atletica, ha una mentalità sportiva molto aperta, e sa accattivarsi molte simpatie. Ha il fiuto per i buoni affari. L’innesto di Riva, con quello di Greatti, in una squadra che ha già una sua ossatura robusta, si rivelerà assai prezioso, forse decisivo per la promozione. I pilastri del Cagliari sono Colombo, Martiradonna, Tiddia, Spinosi (fratello del giocatore juventino), l’italoargentino Miguel Longo e Rizzo. La storia di Riva ora procede insieme a quella dell’impetuosa «escalation» della squadra sarda.
Questo Cagliari, in campionato, comincia subito bene, con una vittoria. Emozionato Riva esordisce in serie B il 15 settembre 1963, con la maglia numero undici. Non ha ancora diciannove anni. Si presenta con un gol che fa discutere. Ma a Gigi poco importa. Il cuore gli batte in gola dalla gioia. La palla che scuote la rete è come un atto di vita, l’attimo più esaltante. Riva è un istintivo, gioca per il gol, come gli ha insegnato Silvestri, ed il gol è la liberazione: per soddisfarla Riva lotta con ardore, vibra calci esplodendo sul cuoio del pallone la sua forza. Negli spogliatoi riceve i complimenti dei compagni e dell’allenatore.
Eppure, il giovanotto non riesce subito a fare breccia nel cuore dei tifosi sardi anche sé il Cagliari, sull’assolato campo dell’Amsicora, vince sul Foggia e, sempre sul proprio terreno, pareggia con il Napoli, quotato aspirante alla massima divisione. Con il Napoli, Riva segna due gol di testa. C’è un po’ di avversione, da parte del pubblico verso questo «pivello» continentale che ha soffiato il posto a Congiu, l’unico giocatore sardo della squadra e idolo locale. Congiu è stato uno degli artefici della promozione in B, da anni gioca in maglia rossoblu. E’ comprensibile che la gente sia affezionata al «capitano». Con il tempo imparerà ad apprezzare Riva e dimenticherà Congiu.
Il «rodaggio» di Riva continua tra alti e bassi. Per sette partite rimane a secco di gol e Silvestri utilizza il vecchio titolare, poi lo richiama e Gigi lo ripaga segnando il gol del 3-0 al Palermo e la rete del successo al Potenza, a due minuti dal fischio finale.
Siamo in primavera e Gigi fiorisce: si trasforma in uomo-gol, come pretende Silvestri. Prima toccava molti palloni e faceva fare i gol, ora ne gioca una decina per fare uscire il gol: sbagliare quei palloni significa farsi odiare da tutti. Riva non sbaglia e il calcio non è più un gioco, è qualcosa di più: l’impegno, il lavoro, l’incubo di segnare a tutti i costi. Il Cagliari ha trovato, dunque, l’uomo decisivo. Asciutto nel fisico, temprato dalla difficile adolescenza, Gigi s’impone piano piano all’attenzione degli esperti per le sue qualità non comuni: coraggio eccezionale nei contrasti, potenza nel tiro di sinistro, fiuto del gol, prontezza di riflessi, notevole elevazione e stacco.
Il Cagliari prende quota e passa vittorioso a Verona: due gol; di Riva e uno di Greatti. Un solo punto divide i rossoblu da Varese, Padova e Poggia che guidano la classifica. C’è ancora da soffrire ma la serie A e sempre più vicina. Alla penultima giornata si decide il destino del Cagliari. Ai sardi basta un punto e lo conquistano a Udine il 14 giugno 1964. Nel primo tempo la responsabilità li fa giocare male: subiscono un gol ma Riva, di testa, pareggia. Segna ancora «raggio di luna», lo svedese Selmosson, ma per il Cagliari c’è un raggio di sole: Riva. Ad una decina di minuti dal termine Gigi fissa definitivamente il risultato sul 2-2. Il Cagliari è in serie A, per la prima volta nella sua storia.
La Sardegna è in festa. Il sindaco di Cagliari interpreta l’entusiasmo della cittadinanza e decreta la «settimana- rossoblu». Quando l’aereo che trasporta la squadra atterra a Elmas, la pista è invasa da cinquemila tifosi: il pilota è costretto a proseguire la sua corsa verso l’aeroporto militare. Un lungo, interminabile corteo di macchine, di motoscooters e di biciclette accompagna Silvestri e i giocatori in città. Li porta in trionfo. In piazza Jenna i tifosi vestono con una tunica rossoblu la statua di Carlo Felice, re sabaudo. Ma c’è un altro re di Sardegna che sta nascendo, Luigi Riva I.
Il mito Riva prende forma. Venticinque presenze, otto gol. Ormai è il i beniamino deitifosii: il suo nome sta diventando familiare nell’isola tanto al sostenitore cagliaritano che agli studenti di Oristano e ai pastori della Barbagia. Silvestri dice che ha personalità: «L’esplosione di Riva non mi sorprende. Avevo intuito che in questo ragazzo c’era qualcosa di diverso il giorno che, per la prima volta, dovetti trattarlo male. Eravamo in ritiro. Nel corridoio di un albergo lo umiliai. Entrò in camera sua, richiuse la porta. Udii un fracasso d’inferno. Era Gigi che aveva colpito con una mano un armadio, sfondandolo. Non aveva saputo reagire in altro, modo. Uno così, pensai, non può limitarsi agli armadi, finirà per fracassare reti e portieri. E’ quello che sta facendo. Io dico che deve maturare di più e che il vero Riva sarà molto più forte».
Alla festa della promozione, celebrata in un albergo cittadino, Riva canta i cori della gente del suo Iago. In riconoscimento dei suoi gol, Riva ottiene un ritocco agli emolumenti: gli danno tre milioni, uno in più del primo anno. A lui sta bene, i tempi degli ingaggi favolosi sono ancora lontani.
Nella borsa del mercato calcistico d’estate, Riva non ha grande quotazione. Si parla molto di un altro Riva, di Felice Riva, presidente del Milan e della crisi dirigenziale del club, rossonero, delle bizze di Altarini che chiede trenta milioni oppure non torna, in Italia. Si parla molto del Bologna che ha vinto lo scudetto dopo lo spareggio con l’Inter all’Olimpico. Ed è proprio il Bologna, neo campione d’Italia, a tornare alla carica per Riva con un’offerta di ottanta milioni che il Cagliari giudica, ovviamente, troppo bassa. I dirigenti sardi non prendono in considerazione anche le proposte del Genoa che offre l’anziano Bean in cambio di Riva.
Il Cagliari cerca piuttosto dei rinforzi. Alla ribalta del calcio-mercato si affaccia Arrica. E’ già noto per il «colpo Riva» (anche se il merito è di Silvestri e Tognon) ma ne effettuerà altri non meno importanti, sebbene la società non disponga di quattrini e il terreno dell’Amsicora debba diventare erboso per ospitare degnamente le grandi squadre.
Arrica si muove abilmente nei corridoi dell’albergo Gallia e ottiene, a prezzo di liquidazione, sotto, forma di prestito o in comproprietà, gli scarti dei grandi clubs. Dalla Juventus arriva il mulatto brasiliano Claudio Olinto de Carvalho, detto Nenè. Era stato ingaggiato dai bianconeri come centravanti, dal Santos. in realtà non era mai stato un uomo di punta ma un centrocampista di notevoli qualità. Nel Santos era la riserva di Pelè., A Torino non era riuscito ad ambientarsi un po’ per il clima, un po’ per la sottile guerra che gli faceva Sivori che a Nenè aveva sempre preferito il francese Douis. Dal Milan arriva un altro nero, il peruviano Gallardo. Due mori nella città dei «quattro mori». E arrivano il «regista» Cera dal Verona e Visentin dal Bari.
Il Cagliari ha l’etichetta di società di provincia, ma la diplomazia di Arrica e l’esperienza di Silvestri sono di grande utilità. L’ambiente è ideale: il pubblico cagliaritano è competente. I sardi, molti dei quali un tempo tifavano per la Juventus, hanno sentito il richiamo dell’orgoglio isolano e tifano Cagliari. Quasi tutta l’isola, quasi tutta una regione sostiene i rossoblu anche se gran parte della Sardegna del nord continua ad essere fedele alla «vecchia signora». C’entrano l’antico regno sardo-piemontese, il mito della società organizzata, il nome stesso Juventus che significa «gioventù» e non ha legami con il nome di nessuna città. Naturalmente, in subordine alla Juventus, la loro simpatia è per il Cagliari. A Capo di Sopra il feudo bianconero resiste, come resistono, sparse un po’ in tutta l’isola, chiazze di tifo per l’Inter e il Milan. Ma gli slanci, la nuova passione, sono per il Cagliari: e per «Giggirriva»