Giovanni Arpino: Cronache tedesche

21 giugno 1974: La Nazionale perduta

logo74-bar3-address-wpSiamo alla ricerca della Nazionale perduta. Siamo anche alla vigilia di un possibile, drammatico adios muchachos. Se non si impatta con la Polonia, tutte le speranze azzurre svaniscono nei cieli del Baden-Wurttemberg. Oltre duecentomila italiani emigrati in questa regione piangeranno lacrime furenti (li abbiamo visti strappare immagini di Rivera e di Riva, dopo la partita al Neckarstadion) ed il popolo tifoso, in patria, si lacererà i panni. Impressionano le arie caute, le parole modulate, un sottile velo di ipocrisia che aleggiano nel «ritiro» azzurro. I ragazzi stanno bene? Li avete visti, risponde zio Ferruccio: corrono. Ma corrono dove? Verso casa? Nell’esame postumo della gara con l’Argentina non vengono fuori giudizi schietti, solo una sintomatologia di sguardi, mezzi sorrisi, smorfie. Abbiamo avuto lo stellone di pareggiare una partita che, nella nostra colpevole ingenuità, pronosticavamo come «tatticamente vinta». Valcareggi aveva ricevuto informazioni fresche da Azeglio Vicini su Polonia-Argentina, rapporti chiarissimi da giornalisti attenti e amici. In più aveva «visionato» egli stesso tre o quattro volte i «gauchos». Ebbene, il signor Cap schiera in squadra due mezzepunte di regia quali Houseman e Babington: il primo controllato contro i polacchi, il secondo chiamato in fretta e furia dall’Argentina per sostituire Avallay. Lascia in albergo Brindisi e rivela che la sua squadra giocherà con quattro punte. Valcareggi non gli crede, sbaglia le marcature, costringe Capello in zona terzino, obbliga l’imbarcatissimo e rozzo Benetti a costruire il gioco, non copre il centro campo a dovere: finché Houseman che come tutti i biancocelesti sa dominar la palla, scattare, impostare il gioco, non lo infila. Questi i primi fondamentali errori di lavagna e panchina. Aggiungiamo i simili guai dell’evanescenza incredibile di Giovannino Rivera, la zavorra di Riva, e andiamo tutti in pellegrinaggio con un fiore in mano elevando cantiche in onore del cuneese Perfumo, che ci ha graziato con un’autorete da manovale, roba da far invidia a dieci Niccolai. Diciamo a zio Ferruccio le ultime: ha avuto il fegato (per lui notevole] di levar di mezzo Rivera infiacchito, stordito. Gli occhi sbarrati, increduli del nostro commissario tradivano il terrore. Poi è apparso alla conferenza stampa dello stadio dimostrandosi incassatore eccezionale: alle stanche, confuse domande rispondeva come un Frazier già risvegliatosi dal kappaò. Ora, se il Giannino (per cui ho molto penato, e lo confesso: non si può assistere al calvario di un atleta agli sgoccioli) torna in campo domenica contro i polacchi, dovremo corrompere i cani poliziotti tedeschi per dar la caccia ai responsabili. E così dicasi di Gigirriva, statua immobile e intimidita nei contrasti, un «bomber» trentenne che è certamente ricco di coraggio civile ma non ha più la ferocia tipica del calciatore che fu. Sappiamo che una disamina uomo per uomo, reparto dopo reparto, riempirebbe una pagina intera. Riassumiamo, allora: questa Nazionale sta crollando sulla sua insipienza tattica e sulle illusioni tenute a galla dopo il Messico. Vive di ricordi, non di fatti. Si autoesclude dal gioco possibile, limitandosi a «contrare» quello altrui. Il regista cade su se stesso, il cannoniere che fu detto «Rombo di tuono» ora fa — se mi è lecito — due ruttini in novanta minuti. Non giochiamo, amici. Sette, dieci volte un Capello e un Mazzola, allargatisi, non ricevono palla. Rivera dà a Benetti e Benetti restituisce a Rivera, sempreché quei pazzarielli argentini non li offendano portandogli via il pallone. Riva se ne sta, monumento di se stesso, in attesa che un pallone dipinto da De Chirico gli piova sul sinistro. Ma chi volete incantare, signori dello «staff» azzurro? Urge Boninsegna, ma anche che Mazzola, arretrando, non ritorni ai suoi slalom di finta regìa egoistica, bensì si limiti a «dettature» immediate. Occorre un’ala (i polacchi hanno segnato fior di gol ai poveri haitiani facendo gioco sulle estreme) e soprattutto gente che corra, che contrasti. La cosiddetta «confusione mentale» non esiste solo nel cranio dello smarrito Giorgione Chinaglia, ma ben più in alto. La Polonia, come dice un bello spirito bolognese, non è la «maschera» amica dell’altro figurino da carnevale, Sandrone, ma una squadra con fiocchi e controfiocchi. Già nasce, per vizio machiavellico, un’opinione: perché i polacchi, ormai passati al turno superiore, dovrebbero infierire? Passeremo con un bel catenaccio da tempi antichi. Provate a parlarne con i signori Deyna, Lato, Gadocha, Szarmach: non solo sono in testa alla classifica dei cannonieri mondiali ma potrebbero ricordare un sei a uno inflitto ai loro colori dall’Italia, anni fa, oppure due partite che il Legia Varsavia subì contro il Milan. Cosa significano allora certi discorsetti furbastri, tipici di chi misura il nostro calcio con ragionamenti provinciali? Bisognerà combattere anche e soprattutto con i polacchi, pur se ammettiamo che il gioco argentino, arioso e funambolico, è in grado di infastidire i nostri poveri «resti» azzurri più del battaglione di Gorski. Andare al secondo turno grazie a due autogol, il quoziente reti e una valigia di vergogna marcia non porta sollievo, anche se questo «mondiale» è intricatissimo, per i verboten imposti ad esempio dalla Svezia all’Olanda, dal suo stesso pubblico al fischiatissimo divo Beckenbauer (che, essendo bavarese, nel Nord della Germania è considerato un «terrone» carico di snobismi) . Come ridare ossigeno a questi azzurri? Non con le reticenze, le pacche sulla schiena e gli ottimismi ufficiali, questo è sicuro. Tra un minuto si dirà (lo si sta già dicendo, anzi) che le colpe sono della stampa, troppo sollecita. Come se le questioni pettegole, da Re Cecconi a Juliano a Wilson a Chinaglia (tra Appiano Gentile e Stoccarda) le avessimo inventate noi, come se la mancanza di un telaio minimo dipendesse dai nostri pennini. Qualche bella mente insegue il sogno di una Nazionale tenuta lontana dai giornalisti, secondo un desiderio che solo il peronista Omar Sivori osò esprimere a voce alta. Bene: non si rimuove il peccato, ma chi lo vede e lo esamina. Il fatto è che questi azzurri (tranne quattro o cinque) giocano come gli accadde nell’amichevole di Vienna. Possono rinascere dalle ceneri? In Messico, il centravanti non fu Anastasi ammalato e rimasto a casa ma Boninsegna in extremis, lo stopper non fu Niccolai infortunatosi ma Rosato: ambedue divennero protagonisti essenziali, insieme alla «staffetta», discussa ma che consentì ai dioscuri di reggere fino in fondo. Anche stavolta, per obbedire alla realtà, si potrebbe risistemare la barca: ma è indispensabile che certe turbe mentali e tanti pregiudizi vengano eliminati. Avremmo potuto affrontare i mondiali con una squadra dignitosa, simile alla Jugoslavia o alla Scozia outsiders di tutto rispetto, che si battono secondo moduli seri e capacità collettive: vogliamo invece fare la Callas e ci si ritrova con le corde vocali strappate. Credetemi, la colpa non è di Rivera o di Riva, ma di chi li sogguarda da troppi anni come « mostri » intoccabili. I soldati ci sono, noi insistiamo a giocare con gli ufficialetti coperti di sbiadite medaglie. La Polonia non ci verrà incontro con una graziosa riverenza.