Giovanni Arpino: Cronache tedesche

22 giugno 1974: Ritrovare la fiducia

logo74-bar3-address-wpDi speranza non si è mai morti, checché ne dicano certi grigi proverbi. E una speranza c’è: se gli azzurri (i più responsabili ed intelligenti tra i ventidue) si raccolgono in qualche angolo di bosco a Ludwigsburg e «decidono» di farcela, mandano a quel paese i cattivi consigli, le paure proprie ed altrui, la partita con la Polonia non costituirà un ostacolo insormontabile. La Nazionale è nei guai per i tradizionali motivi nervosi e per le classiche turbe psicologiche, ma non si ritrova ancora sulla zattera del naufragio. Alcuni volti sono tesi ma determinanti. Vista la faccia di Boninsegna, lo manderei in campo contro tre uomini, sicuro che li sgomiterebbe con un braccio solo. Lo stesso Rivera, lo stesso Riva, pur tacendo, meditano vendette. Conosco le vostre obbiezioni, amici, state dicendo: la buona volontà non basta, «quelli» non si reggono in piedi, qualsiasi avversario li anticipa. Bene. Siamo avari nel gioco, e lo sappiamo. La nostra difesa è impegnata solo a «rompere», mai a costruire. Il centrocampo difetta, è gracile, offre spazi allettanti anche a un contropiede haitiano. Le «punte» sono perfezioniste e non sanno andare incontro al pallone, si ammucchiano, non sfruttano le zone laterali. D’accordo, ma si tratta di storie vecchie. Con tutti questi vizi pallonari abbiamo «reso» in campo dal Messico all’Inghilterra, godendo di qualche fortuna e degli errori altrui, inevitabili quanto i nostri. La Polonia è magnifica, ma non irresistibile: non sembri un paradosso. Gli uomini di Gorski sanno di football, si muovono in modo moderno ed essenziale, hanno una difesa composta da macisti autentici (tre ragazzoni sembrano armadi a quattro porte) ed un attacco sveltissimo, che opera con triangolazioni non solo pregevoli ma di scabra efficacia. Però è una squadra che può soffrire il marcamento, che può veder «contratto» il suo gioco se i reparti che l’affrontano ubbidiscono ad un minimo denominatore razionale. Se noi faremo Babilonia, ne pagheremo le spese, se invece operiamo un calcio logico la partita è aperta ad ogni risultato positivo, anche il più alto, cioè la vittoria e la conquista del primo posto nel «quarto girone». Gli azzurri sono entrati in campo al Neckarstadion con l’Argentina e tremavano: il coro dell’inno nazionale, cantato da sessantamila italiani, faceva stravolgere il pomo d’adamo di Giacinto Magno, irrigidiva la maschera ferrigna di Riva, svenava le gote di Rivera. Ho rivisto dieci volte questi pochi attimi nei «riassunti» della televisione tedesca per capire — oltre le confidenze di questo e quel giocatore — il logorio psichico che ha minato animo e garretti nostrani. Ogni «mondiale» prevede una serie continua di debutti, di «trac» nervosi, anche i giocatori di maggior età non possono evitarli. Lo «staff» deve cambiare qualcosa nel meccanismo rugginoso della squadra, per la partita coi polacchi, ma deve soprattutto ridare uno smalto di sicurezza interiore agli azzurri. Insistiamo su questo punto perché conosciamo bene le angosce e il carico di responsabilità di questi uomini, ormai sulla media della trentina, ma tenuti nella bambagia come infanti sia presso i loro club sia quando rivestono la maglia azzurra. Compongono la squadra più anziana della coppa, mentre i polacchi costituiscono l’insieme più «pesante» (in chilogrammi). All’esperienza di questi «vecchi» va continuamente offerto uno stimolo in più, che faccia leva sull’orgoglio collettivo, sulla lucidità e la dedizione del singolo. Noi abbiamo nutrito questi stessi azzurri con molte illusioni nostre. Intendo dire: noi come popolo tifoso, non come critica. E gli azzurri si sono illusi di essere eterni, imberbi, inviolabili, persino dopo che il Belgio ci estromise dalla Coppa Europa. Di illusione non si vive neppure in football. Da questa Nazionale noi tutti, per anni, abbiamo «tirato» il terzo o quarto o quinto vino usando lo stesso uvaggio. L’ultimo bicchiere non può non essere un po’ stinto, un po’ debole. Però un minimo di profumo e sostanza esistono e vanno estratti, giudicati, assimilati con coscienza, senza cedere alla baldoria, senza abbandonarsi all’esaltazione. I polacchi, famosi cavalleggeri, non ci assalteranno con irresistibili cariche: purché i «nostri» sappiano attenderli in quadrato. Zio Ferruccio, bando all’ambiguità. Chi ha paura di perdere è già condannato.